Susanna Camusso, dal suo blog su HuffPost. “Sul portare o meno il reggiseno si manifesta la volontà di potere e di controllo, si discreditano le donne”

Susanna Camusso, dal suo blog su HuffPost. “Sul portare o meno il reggiseno si manifesta la volontà di potere e di controllo, si discreditano le donne”

Il quotidiano Libero ha attaccato Carola Rackete perché aveva scelto di non indossare il reggiseno quando è stata chiamata a deporre in Procura ad Agrigento. Un attacco scriteriato e sessista, protestano le donne. Qui di seguito le riflessioni sul caso di Susanna Camusso, ex segretario generale della Cgil ed attualmente responsabile delle Parità di genere. Dal blog su Huffington Post

Non lo sapevo, confesso che non lo sapevo che esistesse un dress code che impone l’uso del reggiseno.

Non voglio nemmeno credere che sia compito dell’informazione studiare le fotografie per carpire questa fondamentale violazione dell’immaginario codice di comportamento.

Ma evidentemente ero nuovamente distratta. Ci ha pensato comunque sempre la stessa testata, ampiamente rilanciata dalla rete, a rendermi edotta e a ridarmi memoria. Terribili violazioni si sono compiute alla Casa Bianca, in televisione e così via entrando a ricevimenti di gala o cronache sportive.

Forse mi sono attardata nel ricordo, quando il reggiseno era un simbolo sventolato alle manifestazioni femministe.

Simbolo della volontà di affermare la nostra libertà nel vestire, nel decidere e scegliere tra eleganza, comodità, fascino, informalità, necessità; non un codice ma noi e il piacere di essere libere di decidere, di variare secondo i giorni, l’umore, gli impegni, le stagioni, l’età.

Libere, fuori di metafora, a quel giornale, per il titolo che porta, dovrebbe essere parola congeniale, ma appena la declini al femminile sale il fumo alla testa, si dà di matto.

Evidentemente libera non è il femminile di libero, è un grave reato di lesa maestà.

Devi essere come Libero ti vuole, la tua libertà disturba la certezza di potere, comunque ammantata da motivazioni più o meno connesse al loro immaginario decoro.

Fosse un problema di Libero potremmo farcene non una ma mille ragioni, purtroppo non è così, in questo nostro paese sul piano inclinato della crescente aggressività, diventa notizia e dibattito, si raccolgono consensi figli della frustrazione di non potere esercitare il potere di decidere per le donne.

Come nel linguaggio dello stupro invocato, della violenza e dell’oppressione psicologica, così sul portare o meno il reggiseno si manifesta la volontà di potere e di controllo, si discreditano le donne.

Insieme a quella quota di vittimismo da maschio italico, che ha sempre bisogno di preparare il terreno attribuendo colpe per giustificare i suoi comportamenti.

Preparare la difesa per l’offensiva successiva, che sarà il “ve la siete cercata”, “non ci si può fidare”, “non vi comportate come si deve”, ovvero non siete come vi vogliamo.

Molte hanno notato giustamente che queste lezioncine morali e di dress code, si accompagnano all’uso del nome, perché si sa un tocco di paternalismo, che svilisce, aiuta.

Perché parlarne, perché scriverne, perché non far calare l’oblio: perché inquieta.

Inquieta il crescendo, la pervasività, l’ossessivo ripetersi, non connota più nemmeno un fatto, cerca scuse, si fa perenne giudizio.

Inquieta la quotidiana ripetizione che fa costume, abitudine, assuefazione.

Inquieta il sottofondo del non detto, quello che lega i tanti episodi apparentemente scollegati, ma connessi dal non crediamo alla parola femminile del codice rosso, alla fantomatica alienazione parentale del disegno di legge Pillon, o alla violenza contro le donne che esiste solo se quotidiana sempre nei disegni di legge collegati.

Una spasmodica e pericolosa ricerca di riaffermare una supremazia che nega riconoscimento, rispetto, parità di cittadinanza, perché se non riconosci differenza pretendi subordinazione.

Tutto si usa a questo fine: i bambini, le bambine, la negazione della nostra libertà.

Per questo inquieta, ma vorrei dire chi tace, chi pensa di non essere coinvolto, chi non si oppone, è complice.

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