Patrizio Paolinelli. Tre domande a… Giorgio Benvenuto. “Il ‘68 preparò l’autunno caldo del ‘69”

Patrizio Paolinelli. Tre domande a… Giorgio Benvenuto. “Il ‘68 preparò l’autunno caldo del ‘69”

Insieme a Massimo Di Menna lei ha recentemente pubblicato un libro intitolato “1968/1969. Quando soffia il vento del cambiamento”. Perché vi siete occupati di quel biennio e non solo del ‘68?

In genere si dice che il ‘68 è una cosa e il ‘69 un’altra. Invece, se è pur vero che nel ‘68 fu prevalente il movimento degli studenti è altrettanto vero che nel ‘69 fu quello dei lavoratori. Perché la prima ondata di contestazione non fu che il prodromo della seconda. L’una non si può dare senza l’altra. L’elemento sostanziale che unisce i due anni è questo: studenti e lavoratori non volevano più una gestione delle cose calata dall’alto. C’era nel paese una grande ondata antiautoritaria e c’era un’altrettanta grande voglia di partecipare, discutere, cambiare. Sul fronte sindacale due episodi sono emblematici: la contestazione dei lavoratori nei confronti delle proprie organizzazioni che, senza averli consultati, avevano firmato un accordo per una pur buona riforma delle pensioni. Il secondo episodio consiste nel superamento delle zone salariali. In Italia ce ne erano dieci, cosicché un metalmeccanico di Taranto guadagnava assai meno del suo collega di Torino. Quindi, il ‘68 e il ‘69 sono strettamente legati: il primo preparò l’autunno caldo del secondo.

A un certo punto del vostro libro insistete sul concetto di persona. Può spiegare questa scelta?

Nell’umanesimo socialista e nel sindacato italiano il concetto di persona costituisce un elemento molto importante. Il sindacato è preceduto dalle società di mutuo soccorso, che in quanto tali praticavano la solidarietà tra i lavoratori. Lavoratori intesi soprattutto come persone col loro carico di bisogni anche extra-lavorativi, si pensi solo alla pensione. In politica saranno i socialisti a raccogliere questa bandiera. La solidarietà è un’invenzione, una scelta, una pratica socialista. I cattolici arrivano dopo, a fine Ottocento con la Rerum Novarum. Il sindacato riformista insiste molto sul recupero del valore della persona anche tenendo conto dell’involuzione della Russia sovietica dove proprio le persone erano poste in secondo piano. All’opposto il documento di Bad Godesberg, fondativo della socialdemocrazia tedesca, si richiama ai valori della civiltà cristiana. Tant’è che in Germania – cosa che molti non sanno –  c’è stata sempre l’unità sindacale tra socialdemocratici e democristiani. Mentre da noi c’è stata una forte contrapposizione tra socialisti e mondo cattolico anche sul piano dei valori, si pensi solo al divorzio. Dunque la riscoperta dell’idea di persona – il fatto che una persona non sia mai considerata un numero – è fondamentale, perché accomuna indissolubilmente i sindacati e pone le basi per la loro unità.

Il vostro libro è scritto con lo sguardo rivolto al presente. In un mondo profondamente mutato rispetto a cinquanta anni fa, qual è oggi per il sindacato l’eredità del biennio ‘68-‘69?

Direi almeno tre eredità. La prima, una posizione propositiva. Nel ‘69 il sindacato comprendeva che il mondo stava cambiando e procedeva ad autoriformarsi. Altrettanto deve fare oggi. Penso dunque a un sindacato non attestato su posizioni difensive, ma un sindacato di proposta. Un sindacato che prosegua la strada dell’autonomia e dell’unità. Seconda eredità: il problema della democrazia. Il sindacato è forte quando è unito e se ci sono posizioni diverse non le agita, semmai le compone. Ecco, in quegli anni noi avevamo posizioni diverse, ad esempio sugli aumenti uguali per tutti, sulla riduzione dell’orario di lavoro, sui passaggi automatici. Su tali questioni il sindacato non fece un compromesso di vertice ma indisse una lunga serie di assemblee nelle quali i lavoratori venivano coinvolti per aiutare a decidere in un senso o nell’altro. Quell’esperienza ci dice ancora oggi che il sindacato non è apparato ma movimento. Movimento con delle regole democratiche e con delle scelte sulle riforme da realizzare, sulle lotte da organizzare, sui compromessi da fare. La terza eredità dal biennio ‘68-‘69 è quella di non avere paura, di essere audaci. Gli avversari sono forti, si possono subire sconfitte, ma nonostante ciò il sindacato non si dà mai per vinto, non si rassegna e continua a battersi.  Oggi occorre praticare in tempi nuovi il rispetto dei diritti delle persone. Il che, come nel ‘68, significa inventare nuove forme di democrazia in una società e in un mondo che non sono più quelli di ieri.

Giorgio Benvenuto, Massimo Di Menna, 1968/1969. Quando soffia il vento del cambiamento, Bibliotheka Edizioni, Roma, 2019.

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