Omicidio Cerciello. I funerali a Somma Vesuviana e la toccante lettera di sua moglie davanti a migliaia di persone. Il punto sulle indagini

Omicidio Cerciello. I funerali a Somma Vesuviana e la toccante lettera di sua moglie davanti a migliaia di persone. Il punto sulle indagini

Il berretto da carabiniere, la bandiera italiana, le foto con Maria Rosaria, la maglia del Napoli. C’erano tutti gli amori della sua vita raccolti sulla bara di Mario Cerciello Rega, posizionata davanti a quello stesso altare della chiesa di Santa Maria del Pozzo dove si era sposato un mese e mezzo fa, il 13 giugno. Mario era tornato da pochi giorni dal viaggio di nozze quando è stato ucciso, nella notte tra giovedì e venerdì, dai due americani. E proprio lì, davanti a quello stesso altare, la vedova ha voluto gridare ancora le sue promesse matrimoniali. Anche il passo del Vangelo scelto per le celebrazioni funebri è lo stesso del loro giorno felice: anche allora intorno a Mario e Maria Rosaria c’erano amici e parenti. Oggi, purtroppo, ce ne sono molti di più: abitanti di Somma Vesuviana, la cittadina nel napoletano in cui i due ragazzi sono cresciuti; i colleghi dei carabinieri di piazza Farnese, il comandante generale dell’Arma Giovanni Nistri, il presidente della Camera Roberto Fico, i vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini, il ministro Trenta, la sindaca di Roma Virginia Raggi.

Maria Rosa, quella lettera tra le lacrime

Maria Rosa Esilio, moglie di Mario Cerciello Rega, ha scelto con cura cosa leggere in chiesa per i funerali di suo marito: una lettera dedicata alle mogli dei carabinieri, la stessa che le avevano dedicato al matrimonio con il suo Mario lo scorso 13 giugno, e che esattamente un mese dopo, il 13 luglio, giorno del compleanno del militare, la moglie di un altro carabiniere le ha postato sulla pagina Facebook, ringraziandola per avergliela fatta conoscere. E quella lettera, una storiella sulla creazione della moglie del carabiniere da parte del buon Dio, Rosa Maria Esilio l’ha letta quasi tutta d’un fiato, per poi sciogliersi in lacrime solo alla fine. “Un giorno il buon Dio – ha cominciato Rosa Maria – stava creando un modello di donna da destinare a moglie di carabiniere”. Nella lettera il dialogo tra Dio e un angelo, con il Signore che spiega perché la moglie del carabiniere deve essere diversa dalle altre. “Deve essere indipendente – ha proseguito Rosa Maria – possedere le qualità di un padre e di una madre allo stesso tempo. Le daremo un cuore particolarmente forte, capace di sopportare il dolore delle separazioni, di dare amore senza riserve, di offrire energie al marito nei momenti più difficili e di continuare a lottare anche quando è carico di lavoro, è stanco”. Una donna dall’aspetto dolce ma che ha la forza di un leone, e il Signore le donò anche una lacrima, le stesse versate da Rosa Maria al momento di leggere il perché di quel dono: “è per la gioia, il dolore, la solitudine e la fierezza che solo la moglie di un carabiniere prova ed è dedicata a tutti quei valori cui suo marito è legato e che lei farà suoi”.

Sono migliaia ad affollare la chiesa, la piazza, per salutare il carabiniere, l’amico, il volontario che accompagnava i malati a Lourdes e dava da mangiare ai clochard di Termini

“Il cuore di Mario è stato trafitto da 11 coltellate, è bene che noi tutti si eviti la dodicesima coltellata”, è stato l’appello di Nistri: “Giusti i dibattiti, sono legittimi, ma teniamoli lontani, non oggi”, ha aggiunto chiedendo per il giovane vicebrigadiere “rispetto e riconoscenza” e ricordandone l’alto valore. “E’ morto per tutelare i diritti di tutti – ha ricordato, a partire da quello all’equo trattamento che ha ogni persona, anche chi è arrestato perché ha compiuto qualche orrendo crimine”. Come Hjort, arrestato per l’assassinio e protagonista di quella foto che lo ritrae bendato e ammanettato diventata oggetto di un’indagine e di un vero e proprio caso politico. Basta piangere servitori dello Stato, “giovani figli di una Nazione che sembra aver smarrito quei valori per i quali essi arrivano a immolare la vita”, ha esortato nell’omelia Santo Marcianò, arcivescovo ordinario militare per l’Italia, ricordando che la fede non esime ma obbliga alla denuncia di ciò che è ingiusto, in un coro di tante voci che chiedano “che venga fatta giustizia e che eventi come questo non accadano più”. Mario, ricorda il vescovo, incarnava a perfezione la missione del carabiniere, era capace di vegliare una notte intera in ospedale, accanto a una madre vedova e alla figlia, o di provvedere ai pasti e alla dignità dei criminali arrestati. “Ha servito persino la vita dei criminali – sottolinea Marcianò – anche di colui che lo ha accoltellato e che, certamente, egli avrebbe voluto difendere dal dramma terribile della droga che disumanizza e rende vittime dei mercanti di morte, soprattutto i giovani”. Non era un rassegnato, insiste Marcianò, perché credere nella resurrezione è lottare con amore per un mondo migliore. E la morte di Mario “è diventata punto di luce dal quale sembra alzarsi un grido: ‘Risorgi’!. È grido che raggiunge la nostra Nazione, perché risorga il senso della giustizia, della legalità, del dovere e della fraternità, a partire dagli uomini delle Istituzioni, chiamati a riscoprire l’alto senso etico della propria responsabilità, rifuggendo politiche di interessi, conflitti e corruzione, e perseguendo le autentiche priorità del proprio impegno a servizio alla città dell’uomo”. E il Vescovo si rivolge direttamente alle istituzioni spiegando che “non è nostro compito dire se servano leggi più rigide o soltanto leggi più giuste, ma una cosa osiamo chiedervela: Metteteci il cuore! Fate anche voi della vita degli altri il senso della vostra vita, consapevoli che quanto operate o non operate è rivolto a uomini concreti: a cittadini e stranieri, a uomini e donne delle Forze Armate e Forze dell’Ordine”. E se i responsabili della cosa pubblica, e tutti “sapremo meglio imparare, da uomini come Mario, il senso dello Stato e del bene comune, l’Italia risorgerà”.

Il punto sulle indagini. La ricostruzione del Gip di Roma che ha confermato gli arresti

Secondo la ricostruzione di Finnegan Lee Elder, omicida reo confesso, del vicebrigadiere Mario CercielloRega, il carabiniere non ha estratto la pistola al momento dell’aggressione: “Mi teneva fermo non ha mai estratto la pistola”. Ha sottolineato l’americano durante l’interrogatorio come riportato nell’ordinanza di convalida dell’arresto. “Elder ha ammesso di avere continuato a colpire la persona che lo aveva fermato sino a quando non ha lasciato la presa sul suo corpo”, prosegue il gip. L’americano ha inoltre detto che quando ha colpito Cerciello lui ha urlato. Finnegan Lee Elder si difende dicendo di non aver compreso che Cerciello fosse un carabiniere e di averlo aggredito pensando fosse un amico di Sergio Brugiatelli, l’uomo cui era stato rubato il borsello e chiesto denaro per la riconsegna.

Gli ultimi istanti di vita del vice brigadiere sono descritti nell’ordinanza con la quale il Gip Chiara Gallo ha convalidato l’arresto di Lee e del suo amico Natale Hjorth. Li racconta il collega Andrea Varriale: “Il vice brigadiere Cerciello Rega, a breve distanza da me, ingaggiava una colluttazione con l’altro giovane e ricordo di aver sentito le urla del mio collega” che diceva “fermati siamo carabinieri, basta”. E poi, con le ultime forze prima di accasciarsi: “mi hanno accoltellato”. Tredici pagine nelle quali il giudice ricostruisce i fatti fin qui accertati e apre nuove domande, alle quali le indagini dovranno dare una risposta. Una su tutte: perché nella prima ricostruzione fornita dagli investigatori si è sostenuto che la segnalazione del furto dello zaino è stata fatta da Sergio B. attorno alle 2 al 112 quando, si scopre oggi, un’ora prima sia Cerciello Rega sia il suo collega Andrea Varriale erano a Trastevere e quest’ultimo con altri carabinieri avevano già identificato Sergio B. e avevano saputo del furto dello zaino?

Per il gip “l’insieme delle circostanze esclude che Elder non abbia compreso che i due che tentavano di fermarlo fossero dei poliziotti”, anche perché lo stesso Gabriel Christian Natale Hjorth, amico dell’arrestato, ammette di avere sentito la vittima dire “carabinieri”, al momento dell’intervento. Concreto il pericolo di reiterazione del reato alla luce “delle modalità e circostanze del fatto e in particolare della disponibilità di armi di elevata potenzialità offensiva” scrive il gip di Roma Chiara Gallo nell’ordinanza con cui ha confermato il carcere per i due cittadini statunitensi, Christian Gabriel Natale Hjorth ed Elder Finnegan. I due, come si legge ancora nell’ordinanza, possedevano “un coltello a lama fissa lungo 18 centimetri tipo ‘Trenknife’ tipo Kabar Camillus con lama brunita modello marines con impugnatura in anelli in cuoio ingrassato e pomolo in metallo brunito”.

Il coltello a lama fissa e come può passare alla dogana

Si tratta di un coltello per combattimenti corpo a corpo, in dotazione ai marines statunitensi sin dal 1942, quando prese il posto dei vecchi pugnali da trincea in bronzo o in lega della Prima guerra mondiale, ritenuti ormai inadeguati. Secondo le regole dell’Autorità sulla sicurezza dei trasporti (TSA) degli Stati Uniti è possibile trasportare in volo partendo dagli Usa un coltello da 18 centimetri come il Ka-Bar utilizzato nell’uccisione del vice brigadiere dei Carabinieri Mario Cerciello Rega. Le regole di imbarco prevedono che possono essere portati, solo nel bagaglio da stiva, oggetti come coltelli, coltellini svizzeri, spade compresi i modelli da scherma. La raccomandazione che viene formulata dalla TSA è quella di avvolgere correttamente oggetti con lame per evitare possibili danni agli addetti allo smistamento dei bagagli. E’ possibile trasportare anche armi da fuoco in stiva ma per queste ultime bisogna richiedere l’autorizzazione.

I magistrati di Area sull’interrogatorio del giovane in caserma, bendato e ammanettato

“Un’immagine riprovevole, non degna di uno Stato di diritto, è stata immessa nel circuito dei social network, con l’effetto di alimentare sentimenti brutali di vendetta, rimandando all’idea di un consenso fondato sull’odio” scrivono le toghe di Area democratica per la Giustizia e definiscono la foto che ritrae uno dei due giovani statunitensi, indagati, ammanettato e bendato in caserma. “In uno Stato di diritto la dignità delle persone deve essere sempre salvaguardata” ed “è inaccettabile che condotte lesive di principi e diritti possano essere messe in atto dentro una caserma”, osserva il coordinamento di AreaDg, l’associazione delle toghe progressiste, che spiega: “le garanzie e i diritti di ciascuno anche se indiziato o, financo, condannato per gravi reati, vanno sempre rispettati”. Area esprime apprezzamento perché “la condotta di chi ha bendato il fermato risulta già tempestivamente censurata dai vertici dell’Arma dei carabinieri, mentre il pg presso la Corte d’appello di Roma sta acquisendo gli elementi necessari per l’eventuale esercizio dell’azione disciplinare”. Diversamente, continuano le toghe progressiste, “apprendiamo che il ministro dell’Interno ha smentito e contraddetto i vertici dell’Arma dei Carabinieri, corpo storicamente e quotidianamente impegnato, con sacrificio, al contrasto della criminalità organizzata e a tutela della collettività, a cui la magistratura è sempre vicina”.

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