Fermo di Rita Bernardini per coltivazione di marijuana. Una pochade a palazzo di Giustizia (però è anche una cosa tremendamente seria)

Fermo di Rita Bernardini per coltivazione di marijuana. Una pochade a palazzo di Giustizia (però è anche una cosa tremendamente seria)

Georges Courteline, Eugène Labiche o Georges Feydeau non avrebbero saputo immaginare una miglior pochade. Immaginate il tenore della telefonata: “Siamo i carabinieri, è in casa?”. Di solito, i carabinieri quando cercano qualcuno, si presentano di persona. Quando questo qualcuno non è destinatario di una visita di cortesia, si presentano la mattina presto; e bussano con energia, non si fanno precedere da una telefonata.

   “No, non sono in casa, sto prendendo il treno per andare a Parma, resterò via due giorni…”.

   “Signora, sia gentile, venga qui…”, fa – sempre per telefono – il carabiniere.

La signora in questione prende il primo taxi, torna a casa. I carabinieri sono lì ad attenderla. Entrano in casa, si guardano attorno, alla fine la loro attenzione è richiamata da alcune piantine in terrazza. Chiamarle piantine è un eufemismo. E’ una piccola giungla, una trentina di rigogliose piante di marijuana: il corpo del reato. Piantine sequestrate. La signora portata in caserma. Sommario interrogatorio; arriva l’avvocato. Verbale. Denuncia a piede libero. La “pochade” (come chiamarla diversamente?) ha per protagonista la dirigente del Partito Radicale Rita Bernardini. Forse per via del suo ruolo politico, vuoi perché è una ex parlamentare; vuoi perché i carabinieri si rendono conto che tutta la vicenda ha del surreale, fatto è che Bernardini viene trattata coi proverbiali guanti bianchi. Se la stessa cosa fosse accaduta a chi scrive, difficilmente avrebbero avuto un simile svolgimento ed epilogo: probabilmente i carabinieri non avrebbero usato la “gentilezza” di telefonare prima: sarebbero venuti a casa direttamente. Magari se non avesse aperto nessuno, forse la porta d’ingresso sarebbe stata forzata. E difficilmente si sarebbe evitato un arresto preventivo. Una trentina di piantine sono una piccola piantagione, e si avvicina a quello che si suol definire “spaccio”.

La stessa Bernardini è consapevole di aver beneficiato di un trattamento di favore. Nella sua pagina facebook scrive: “Forse è la volta buona”. Già, perché Bernardini coltiva queste piantine da anni, pubblicamente, ostentatamente. Chi la segue sui social sa del progredire della piccola piantagione. Non solo: periodicamente Bernardini ha cura di avvertire le autorità, glielo comunica chiaro e tondo che coltiva quelle piantine illegali, e chiede che si intervenga, per interrompere il “traffico”; rivendica questa sua “disobbedienza civile”, chiede che nei suoi confronti sia applicata la legge, vuole il processo: e con il processo vuole far esplodere il caso, la contraddizione, di una legge che ritiene ingiusta, “criminogena”: una legge che spesso e volentieri perseguita piccoli consumatori-spacciatori, e certamente non serve a colpire le grandi holding mafiose che controllano i grandi traffici. Bernardini inoltre – e con lei i radicali – da sempre conducono una battaglia politica per la legalizzazione delle sostanze stupefacenti. L’attuale regime proibizionista, sostengono, in realtà favorisce la clandestinità, le organizzazioni delinquenziali che hanno tutto da guadagnare con questi traffici imponendo i loro prezzi, e realizzano enormi guadagni. “I proibizionismi sono più dannosi del male che intendono curare”, dicono; e citano il caso, negli Stati Uniti, del proibizionismo anni Trenta sugli alcolici: in America mai si è bevuto come in quegli anni, e spesso liquori di pessima qualità; e arricchendo mafiosi e gangster.

Per tornare a Bernardini: la lotta antiproibizionista dei radicali risale agli anni Settanta. Un ancor giovane Marco Pannella convocò tutte le autorità possibili, comunicando loro, ufficialmente, che avrebbe fumato uno spinello pubblicamente nella sede del partito. Se non fossero intervenuti per interrompere “l’azione criminale”, avrebbe denunciato tutti per omissione. Gran consulto tra vertici di polizia, carabinieri, guardia di finanza, alla fine si stabilì che la patata bollente doveva essere sbucciata dal responsabile dell’anti-droga romana. Era un giovane commissario impegnato nella lotta al clan dei Marsigliesi, che in quegli anni spadroneggiava nella capitale. Il suo nome: Ennio Di Francesco, poliziotto impegnato, tra l’altro, in prima fila nel Movimento per la democratizzazione della polizia, d’intesa e con il sostegno delle tre confederazioni sindacali. Di Francesco si presenta alla conferenza stampa di Pannella. Lo vede aspirare qualche boccata (per inciso: talmente poco esperto, Pannella, fumò lo spinello dalla parte sbagliata); sequestra il mozzicone, lo invita a venire con lui in questura. “Non mi mette le manette?”, fa Pannella. “Proprio no”, risponde Di Francesco. “Non lo so cosa ha fumato veramente. Per ora è in stato di fermo. Per l’arresto si vedrà poi”.

Scena surreale: Pannella attende per ore in questura l’esito dell’esame in questura, mentre Di Francesco si impegna in una delicata operazione contro i marsigliesi. Arriva il responso: nel mozzicone c’è hashish. Il fermo diventa arresto, Pannella ottiene quello che vuole, è tradotto a Regina Coeli. Di Francesco gli manda un telegramma: “Da poliziotto ho dovuto applicare la legge e arrestarti. Da uomo sono solidale con la tua iniziativa”. Al ministero dell’Interno non gradiscono. In quattro e quattr’otto Di Francesco viene rimosso e spedito a Parigi, in “esilio” all’Europol. Ci resterà per anni. Altre azioni di disobbedienza civile vedono per protagonisti Angiolo Bandinelli e Jean Fabre, dirigenti radicali. A Bologna si raggiunge il surreale. I radicali preparano un’azione di disobbedienza civile, ma nessuno pensa a procurarsi la “roba”. All’ultimo minuto sopperiscono con del the al bergamotto. Sequestrati gli spinelli al bergamotto, le analisi li danno per “positivi”. I radicali tacciono, per non rivelare la loro sprovvedutezza.

Questi i precedenti. E siamo all’oggi. Bernardini da anni coltiva amorevolmente le sue piantine. Per anni nessuno interviene; qualche dirigente del palazzo di Giustizia informalmente glielo dice chiaro e tondo: inutile che insisti. La soddisfazione di arrestarti non te la diamo. Lei imperterrita, con Pannella prima, e ora da sola, continua la sua disobbedienza civile. Qualche procura la denuncia, qualche tribunale la processa. Colleziona sentenze curiose: in una si riconosce il valore morale della sua disobbedienza; in un’altra il fatto non costituisce reato; in un’altra ancora è condannata, pena sospesa… Quando si dice certezza della pena… L’avvocato Giuseppe Rossodivita che la assiste, dice: “A Bernardini non è stata applicata nessuna misura cautelare ma è stata denunciata a piede libero. Successivamente ci sarà un processo”.

Il segretario del Partito Radicale Maurizio Turco e il tesoriere Irene Testa, in una dichiarazione congiunta ricordano che da anni “ciclicamente, Bernardini sponsorizza pubblicamente la sua iniziativa nonviolenta di autocoltivazione di marijuana sul terrazzo di casa per sollecitare il pieno utilizzo a fini terapeutici”. Finalmente. aggiungono, “è stata fermata. Sarà una buona occasione per aprire un dibattito al quale la classe dirigente di questo paese si è sempre sottratta e continua a sottrarsi”. Per Turco e Testa la legalizzazione della marijuana e la distribuzione controllata di eroina “fanno parte di una politica di sicurezza volta al contenimento della criminalità che, grazie alle leggi in vigore, agisce sul mercato in regime di monopolio. Con l’alibi di tutelare le persone le si consegnano nelle mani di organizzazioni senza scrupoli che vendono sostanze pericolose, pericolo dovuto alla proibizione”.

Bernardini fa sapere di aver reso dichiarazioni spontanee ai carabinieri lamentando il trattamento diverso rispetto a quello che accade a comuni cittadini sorpresi a coltivare piante di cannabis: “La Procura di Roma, normalmente, quando c’è un arresto in flagranza di reato procede con gli arresti domiciliari e poi si viene processati per direttissima. In passato coltivando 56 piante e non 32 come nel caso di oggi, il procuratore Pignatone decise di archiviare tutto. Questa lotta si fa come Radicali perché ci sono migliaia e migliaia di malati per cui, pur essendoci la legge per l’accesso alla cannabis terapeutica, non riescono ad averla. La disobbedienza civile presuppone che non ci siano esimenti politiche. Non mi maschero dietro la disobbedienza, anche perché quando ho potuto ho ceduto la cannabis ai malati. Direttissima. Perché non mi hanno arrestato? Per motivi politici, è chiaro: non vogliono che venga scritto il motivo per cui sto facendo questa lotta, ormai da anni. Se tu vai a comprare hashish dallo spacciatore, ti becchi delle sanzioni amministrative. Mentre se invece la coltivi, sei sottoposto a sanzione penale. Sembra insomma che lo Stato non voglia togliere il business alla mafia. Ricordo che anche le relazioni della Direzione nazionale antimafia si sono pronunciate a favore della legalizzazione della cannabis. Quindi ho qualche ragione dalla mia parte”.

A quando il processo? Vai a sapere. “Al momento”, dice Bernardini, “posso fare ciò che voglio, anche andare all’estero. Più che altro non escludo di ripiantare altre piantine”.

L’abbiamo detto all’inizio: Courteline, Labiche o Feydeau una pochade migliore non avrebbero saputo immaginarla. Però, al tempo stesso, è una cosa tremendamente seria.

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