Da Montaguto, paesino dell’avellinese una Web Tv visibile in tutto il mondo. Dedicata alla vita e alla cultura degli emigrati italiani. Ne parliamo con il fondatore Michele Pilla

Da Montaguto, paesino dell’avellinese una Web Tv visibile in tutto il mondo. Dedicata alla vita e alla cultura degli emigrati italiani. Ne parliamo con  il fondatore Michele Pilla

Patrimonio Italiano TV è una Web TV nata nell’ottobre del 2018 ed è l’unica dedicata ai nostri connazionali residenti all’estero visibile in tutto il mondo, se si fa eccezione del canale Rai Italia, che però in Europa non trasmette. Si tratta di un’interessante iniziativa che raccoglie in un unico contenitore sia le celebrazioni che richiamano l’appartenenza alla cultura italiana sia le esperienze dei nostri connazionali emigrati in altri paesi. I dati sembrano incoraggianti. In meno di un anno Patrimonio Italiano TV ha raggiunto circa cinquemila contatti quotidiani distribuiti tra i cinque continenti. Ovviamente gli ascolti maggiori si registrano nelle Americhe, ma la Web TV è in crescita anche in Asia. Per saperne di più su questa iniziativa abbiamo intervistato uno dei due fondatori di Patrimonio Italiano TV, Michele Pilla, giovane videogiornalista campano che vive e lavora a Roma.

Com’è nata l’idea di una Web TV dedicata agli italiani all’estero?

Nell’ottobre del 2017 mi trovavo a New York per ritirare un premio nell’ambito della manifestazione “Amici di Totò… a New York!”. Il premio mi era stato assegnato per la realizzazione del primo telegiornale in dialetto irpino, che mandavo in onda sul quotidiano on-line montaguto.com. Un’impresa apparentemente destinata a restare circoscritta perché Montaguto è un microscopico paesino in provincia di Avellino svuotato dall’emigrazione e conta oggi appena trecento abitanti. Ecco, in quel telegiornale davo notizie in dialetto irpino e un mio collega che vive a Toronto le trasmetteva in inglese. Così potevamo farci capire sia dai nostri compaesani all’estero, che parlano in dialetto, sia dai loro figli e nipoti, che invece parlano in inglese. L’iniziativa ebbe successo tant’è che negli Stati Uniti si accorsero di noi. Patrimonio Italiano TV nasce portando su larga scala quella prima esperienza. Insieme al collega Luigi Liberti, cofondatore della nostra Web TV, ci siamo resi conto che nel mondo si tengono tantissimi eventi che celebrano l’italianità e così ci siamo chiesti: perché non provare a trasmetterli anche da noi con l’ausilio del video? Diciamo che abbiamo intravisto un vuoto e abbiamo cercato di colmarlo.

Come si è sviluppata la vostra avventura?

Siamo partiti praticamente da zero. Avevamo dalla nostra un paio di telecamere e l’esperienza videogiornalistica maturata nel corso degli anni. Così abbiamo iniziato a filmare alcuni eventi tenutisi negli Stati Uniti e in pochi mesi abbiamo allestito un sito Internet e la prima trasmissione intitolata Italian Heritage, Patrimonio Italiano, che poi è il nome utilizzato all’estero per gemellaggi culturali con l’Italia. Da cosa nasce cosa e ci siamo messi in contatto con le comunità italiane sparse nel mondo raccogliendo testimonianze persino a Ushuaia, nella Terra del Fuoco, e a Honolulu dove risiede una comunità di nostri connazionali. Mese dopo mese i contatti sono aumentati e successivamente siamo passati dalla TV in podcast allo streaming H24, sette giorni su sette. Sul sito abbiamo mantenuto la sezione on-demand, che permette ai visitatori di fruire in ogni momento dei contenuti multimediali, e ora siamo sempre in onda. Per quanto riguarda la programmazione attualmente contiamo su otto format originali, un telegiornale, un notiziario intitolato “Calabresi nel mondo” e a breve inseriremo programmi provenienti da diverse altre nazioni.

Quali eventi avete seguito finora?

Il più importante è stato l’Italian-American Heritage a Brooklyn, che ogni anno celebra il gemellaggio con la comunità italiana di New York, e in quell’occasione – eravamo la TV ufficiale – siamo stati insigniti della Citation da parte di Eric Adams, presidente del Borough di Brooklyn. In quell’occasione abbiamo seguito la parata del Columbus Day a Manhattan e pochi giorni dopo siamo stati a Washington, al galà del NIAF (National Italian American Foundation, ndr). Ancora, tappa a Boston, dove abbiamo raccontato l’unica libreria italo-americana negli Stati Uniti. Pochi mesi dopo siamo atterrati a Liverpool, dove abbiamo presentato la cerimonia di Opening del Consolato Onorario. A maggio, infine, abbiamo preso parte come media partner a “Librissimi – Fiera del libro italiano a Toronto”. Questo, per quanto attiene a eventi seguiti in diretta in meno di un anno. Adesso stiamo lavorando per tornare nuovamente negli States e ad alcuni eventi letterari in giro per l’Europa. Poi ci sono le attività che seguiamo in collegamento video e lì facciamo davvero fatica a contarle perché sono tantissime.

 Vi avvalete di collaboratori?

Sì, abbiamo collaboratori in diversi paesi del mondo e possiamo contare sul supporto di colleghi giornalisti con cui scambiamo materiale multimediale. Mi lasci dire che all’estero il motto “l’unione fa la forza” è applicato concretamente. Ci si aiuta, spesso senza pretendere nulla in cambio, perché uno dei criteri fondamentali è quello di network: si fa rete, si costruiscono rapporti, si creano obiettivi comuni. Purtroppo, da questo punto di vista in Italia siamo indietro. Si parla tanto di globalizzazione ma poi si fatica a superare le proprie chiusure. Se mi posso permettere consiglierei ai giovani che si affacciano nel mondo dell’informazione di fare qualche esperienza all’estero. Si torna più arricchiti sul piano professionale e soprattutto con nuove idee.

Seguite anche il tema del lavoro dei nostri connazionali all’estero?

Certamente. D’altra parte l’emigrazione italiana nasce soprattutto a causa della mancanza di opportunità occupazionali in patria. Quando si parla di fuga di cervelli si parla proprio di questo, di persone che lasciano l’Italia prevalentemente per cercare un impiego a condizioni migliori di quelle che possono trovare da noi. Condizioni che non sono solo economiche ma anche culturali. In proposito le faccio un esempio. Qualche mese fa alla domanda “Di cosa ti occupi?” una giovane artista italiana che lavora a Chicago mi ha risposto: “Sono una musicista. E la cosa bella è che qui questa attività è considerata un lavoro vero. Però quando in Italia dico qual è il mio mestiere mi chiedono sempre: e per mantenerti cosa fai?”.

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