Sergio Bellucci. Per una nuova sinistra serve pensiero, serve alterità, serve coerenza, serve credibilità

Sergio Bellucci. Per una nuova sinistra serve pensiero, serve alterità, serve coerenza, serve credibilità

Le elezioni europee hanno ufficializzato, se ce ne fosse stato ancora bisogno, che sia i richiami ad una “corretta gestione” del sistema, sia una denuncia “forte” delle sue distorsioni – se non corroborate da analisi e proposte che abbiano almeno il sapore dell’alterità rispetto al sistema esistente, ai suoi equilibri e centri di potere – non consentiranno nessun tipo di recupero politico sul “senso” montante e generalizzato che sposta milioni di europei verso il populismo.

Certo ci sono ancora milioni di cittadini che vivono bene all’interno dei meccanismi che la globalizzazione e la finanziarizzazione hanno costruito nel vecchio continente, inglobando anche una struttura di diritti minimi che non inficiavano la struttura del potere. Messi tutti insieme, questi soggetti, rappresentano ancora la maggioranza numerica, ma forse non più la “pancia”, il cosiddetto “centrismo”. Apparati istituzionali, europei e nazionali, sistemi di aziende più o meno supportate dal sistema di intervento pubblico mascherato da “mercato” (monopoli più o meno di fatto, elargizioni di bandi e finanziamenti europei e nazionali, società pubbliche e miste, ecc…), mondo bancario e della finanza, il sistema di garanzie e dei “privilegi” legati al mondo dei professionisti, il sistema della ricerca co-finanziato dal sistema privato che utilizza (sfrutta) le strutture pubbliche, il pubblico impiego, una parte del mondo dei pensionati, e l’elenco si allungherebbe ad una analisi delle classi sociali che a sinistra manca da una vita, rappresentano ancora una fetta “sistemica” con una sua inerzia sul piano degli interessi economici, sociali e politici. Anche questo blocco, però, non garantisce più la stabilità dei due grandi schieramenti che hanno governato l’Europa. Il blocco “centrista”, nelle fasi di transizione, si scioglie come neve al sole, e questo non è compreso da molte delle forze politiche “storiche”. La crisi, prima di aggredire realmente la condizione materiale di questi settori, aggredisce la fiducia che il sistema possa tenere, che le attuali loro garanzie possano continuare ad essere tali, e anche in questo pezzo sistemico avanza la frattura rappresentata dal concetto atavico: “Prima io e poi gli altri”.

La politica, nella fase di passaggio rappresentata da una Transizione, muta profondamente forma perché muta sia la centralità del modo di produzione sia gli interessi delle classi in campo. Quello che è difficile da comprendere, a mio avviso, è che proprio questa novità rappresenta una discontinuità con cui fare i conti politicamente. La Transizione non significa un passaggio necessariamente positivo, può rappresentare anche una rottura drammatica. Ma il punto è che non può essere affrontata con ricette “stabilizzatrici”, con ricette “congiunturali”. Serve una lettura nuova dei processi dai quali far discendere un pacchetto di proposte politiche adeguate al passaggio che la società umana vive. Senza questa operazione nessun richiamo a ricette e a proposte “redistributive”, anche drasticamente redistributive, avrà una possibilità reale di essere comprese e attuate.

Per questo la discussione non può che essere, direi finalmente, in primo luogo “teorica”, non programmatica. Serve pensiero, serve alterità, serve coerenza, serve credibilità.

Serve pensiero perché senza una adeguata analisi della transizione che sta vivendo la società capitalistica verso un modo nuovo, diverso e strutturalmente diseguale di estrazione del valore, non è possibile analizzare le forme delle classi in gioco. Non basta richiamarsi al perdurare dell’esistenza del vecchio sfruttamento e al suo peggioramento di vita. Nelle fasi di transizione occorre comprendere la nuova modalità di sfruttamento che avanza e proporre una alleanza tra chi è ancora bloccato nel vecchio e chi è generato dal nuovo. Senza una analisi precisa e una nuova proposta di alleanza, probabilmente nessuna sinistra (moderata o non) potrà mai più candidarsi al potere. Al massimo svolgerà una funzione equilibratrice del processo, se e quando il nuovo che sta avanzando ne avrà bisogno e ne darà l’opportunità.

Serve alterità perché se non si riesce ad indicare un modello diverso per generare bisogni e per soddisfarli, se non si costruirà la concreta e materiale forma di un modello diverso, saranno inutili i tentativi di candidarsi alla gestione di questo attuale formazione economico-sociale. La sinistra, nella sua forma di politica “rivendicativa”, ha ormai margini ridottissimi all’interno della fase di Transizione. Forse nulli, come dimostrano molte delle esperienze sia istituzionali (contrattazioni del lavoro) sia extra-istituzionali (gilet gialli, ecc…). Occorre praticare l’alterità. Il movimento operaio creò l’idea della produzione cooperativa, come modello di autogestione e cooperazione del lavoro vivo contro lo sfruttamento del lavoro salariato. Potremmo avere oggi una ambizione analoga?

Serve coerenza perché non si può richiedere su ogni tavolo qualcosa e poi scoprire che le richieste sono contraddittorie nella loro natura. Non si può prendere atto che l’ambiente non è più solo un elemento del programma ma una emergenza ed essere gli stessi che invocano la ripresa del settore edilizio, l’aumento del livello dei consumi, tirare un sospiro di sollievo perché il trimestre delle vendite dell’auto è andato bene e così “salvaguardiamo”20/30/100 mila occupati e diamo una nuova mazzata all’accelerazione dell’aumento della CO2, del riscaldamento climatico, e così via. Serve coerenza quando diciamo di essere contro lo sfruttamento del lavoro salariato (scusate, ma lo diciamo ancora, lo siamo ancora, lottiamo per quell’obiettivo per tutti o vale solo per chi deve dirigere le nostre strutture politiche e sociali?) ma poi proviamo a lottare per ricondurre tutto ciò che di nuovo emerge dai processi reali all’interno di quello schema.

Serve credibilità perché non ci si può più improvvisare, dire cose generiche, non avere “qualità” di analisi e poi pensare che le persone ci seguano. Oggi il linguaggio deve essere semplice e semplificato perché la comunicazione ci obbliga a questo? Certo, anche. Ma questo non significa che non si debba avere un pensiero complesso, una analisi accurata, anche figlia di impianti culturalmente diversi, ma “forte”. Non scambiamo la necessità comunicativa con quella elaborativa. E poi servono comportamenti trasparenti. La rivendicazione di una leadership non si fa perché si è messa insieme una maggioranza di interessi localistici che garantiscono una maggioranza congressuale o in una assemblea. Si fa avendo l’ambizione di proporre una analisi politica, indicare una linea strategica, comporre una scala di priorità e costruire una squadra coerente con il progetto. Da troppo, troppo tempo, si lavora in maniera opposta. Si trovano equilibri nelle liste e sui posizionamenti nei collegi, con scontri mai narrati apertamente e che avvelenano il campo lasciando lo spazio alle narrazioni sussurrate e distruggono la credibilità dei presunti gruppi dirigenti. E il tutto con la speranza, totalmente presunta, che quella prassi non solo non distruggano le stesse parole, simboli e “narrazioni”, ma che possano determinare il “consenso”.

Ora non so cosa faranno le varie aggregazioni e lo stesso PD. Zingaretti non dovrebbe cullarsi troppo del suo risultato. E non solo perché i numeri assoluti non lo possono confortare. È l’impasse politico che gli impedisce di prendere una posizione politica che deve allarmarlo. Il risultato ottenuto è figlio della idea della “lista unitaria”, ma proprio quella formula gli impedirà di articolare posizioni che non spacchino permanentemente l’accoppiata Pisapia-Calenda. La sua campagna elettorale si è giocata nell’equilibrismo del non dire, ma di fronte ai processi in atto in Europa e nel mondo, sarà sufficiente al PD agganciarsi alla speranza che il meccanismo della globalizzazione e della finanza, riprenda un suo fulgore?

Servirebbe un grande “salto quantico”. Servirebbe l’apertura di un grande e umile lavoro di analisi che metta in campo letture dei processi, degli interessi in campo, dei soggetti sociali e la capacità di indicare un orizzonte “altro”. Un lavoro che sappia incontrare il movimento dei ragazzi che hanno compreso meglio e prima degli adulti il disastro che le nostre generazioni hanno prodotto al pianeta e alla sua vita. Un lavoro che costruisca anche una sorta di coordinamento delle richieste e rivendicazioni della sinistra nuova di cui c’è bisogno nel mondo. Mi piacerebbe che si mettesse in campo come una sorta di “bollino di coerenza” che sappia “garantire” che le proposte che si avanzano siano di “sinistra”. Calenda lo dice spesso: “Perché questa cosa qui non è di sinistra?”.

Mi piacerebbe potergli dire in coro: “NO!”

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