Roma. Festival dello sviluppo sostenibile: dall’autonomismo differenziato pericolo crescita disuguaglianze. Va fermato

Roma. Festival dello sviluppo sostenibile: dall’autonomismo differenziato pericolo crescita disuguaglianze. Va fermato

Al regionalismo differenziato e alle conseguenze della sua possibile attuazione è stato dedicato l’ultimo appuntamento della terza edizione del Festival dello Sviluppo Sostenibile, organizzato dall’Alleanza italiana per lo Sviluppo Sostenibile, svoltosi questo pomeriggio a Roma. “Comunque vada a finire la questione, il regionalismo differenziato sarà un tema molto importante su cui discutere” dice Gianfranco Viesti dell’Università di Bari, aprendo i lavori del convegno. Dopo un’accelerazione delle richieste di regionalismo differenziato da parte del Veneto, della Lombardia e dell’Emilia Romagna, il tema è collocato tra le priorità del contratto di governo gialloverde ed è stato fortemente rilanciato dal ministro per gli Affari regionali e le autonomie, Erika Stefani (Lega), che chiede in tempi brevi l’approvazione della proposta di attuazione dell’articolo 116 della Costituzione. L’articolo in questione è l’ancoraggio normativo con cui le tre Regioni hanno chiesto di diventare competenti in un numero considerevole di materie amministrative e legislative, anche se “non c’è certezza che lo spostamento delle competenze da Stato a regioni sia effettivamente in grado di dare maggiore efficienza e garantire maggiore tutela dei diritti” ha spiegato Viesti. Si tratta di un aspetto politico di grande rilevanza anche perché il processo – nota Viesti – non si arresterà in quanto “seguiranno sicuramente nuove richieste da parte di altre regioni, come Piemonte e Liguria”.

Dal punto di vista finanziario, il regionalismo differenziato comporta inoltre la richiesta da parte delle regioni di una maggiore spesa in alcune di queste materie, come la scuola o la sanità, con la conseguente riduzione della disponibilità economica dello Stato da ripartire tra le altre regioni. Il potere di decidere sul tema è nelle mani delle Camere, che dovranno trovare un equilibrio tra le esigenze delle regioni che hanno avanzato le richieste di autonomia differenziata e di tutte le altre regioni, che rischiano di soffrire ancora di più il divario economico. Il processo verso il “regionalismo differenziato non è però reversibile” ha voluto sottolineare Viesti. Secondo Massimo Villone, professore emerito Università Federico II di Napoli, la riforma del titolo V del 2001 ha “cancellato il riferimento” al divario strutturale tra Nord e Sud d’Italia e ha invece formulato un concetto di “diversità a livello regionale che sono costituzionalmente compatibili”. Il rischio insito all’applicazione del regionalismo differenziato, come più volte sottolineato nel corso dei lavori di oggi, è quello di un divario ancora maggiore tra le regioni in una visione di tipo secessionista del Paese, dove la separatezza viene percepita come fondamentale per allineare alcune regioni italiane allo standard di crescita europeo.

Tra le materie che, sottoposte ad un regime di regionalismo differenziato, più destano perplessità c’è la scuola. Secondo Marco Rossi-Doria (ForumDisuguaglianze e Diversità), “le possibilità di finanziamento differenziato comportano una riduzione dei soldi in capo al Ministero dell’Istruzione in favore delle autorità scolastiche a livello regionale”. Oltre alla scuola, la disuguaglianza regionale in Italia è una realtà anche in altri ambiti. Raffaela Milano (Save the Children Italia) ha illustrato alcuni dati che mostrano le divergenze regionali che si registrano in ambito sanitario e anche nei sistemi di Welfare territoriale: dai dati emerge una disuguaglianza poco rassicurante della spesa sociale pro capite tra aree geografiche più ricche e aree più povere. “L’obiettivo strategico di un paese come il nostro – sostiene Milano – dovrebbe essere quello di ridurre le distanze, mentre il rischio attuale è quello di correre nella direzione opposta e aggravarle”.

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