Roberto Bertoni. Un’altra campagna elettorale, per favore, no

Roberto Bertoni. Un’altra campagna elettorale, per favore, no

Con i conti pubblici disastrati come non mai, un clima di tensione costante e un’incertezza sul futuro da far tremare le vene e i polsi, tutto possiamo permetterci tranne che una nuova, imminente campagna elettorale. Votare a settembre, con ciò che questa follia inesorabilmente comporterebbe, costituirebbe infatti il colpo di grazia per un Paese già squassato da una crisi economica e sociale senza precedenti e posto sotto osservazione dalla Commissione europea per via del suo esorbitante debito pubblico. Per le nuove generazioni, poi, significherebbe veder chiusa una volta per sempre la porta della speranza: la speranza di un minimo di normalità, di prospettive e di certezze, la speranza di un lavoro dignitoso e di una vita non segnata dalle umiliazioni e dalla precarietà trasformata in condizione esistenziale. L’orgia del potere, il falò delle vanità. l’impeto dissennato che ha caratterizzato le scelte politiche degli ultimi anni, ad opera di questo governo e non solo, ha ridotto l’Italia in condizioni pietose, facendole perdere ogni brandello di credibilità e facendola apparire, non a torto, una nazione isterica e incapace di guardarsi dentro.

Pensare di risolvere ogni problema con un continuo ricorso al plebiscito, come fu per il referendum costituzionale del 2016 e come vorrebbero fare oggi alcuni di coloro che all’epoca si opposero alle smanie renziane, significa rifiutarsi di fare i conti con la realtà, fuggire di fronte ai problemi gravi che un esecutivo serio dovrebbe affrontare e gettare la palla in tribuna, chiedendo il sostegno dei cittadini non per provare a cambiare lo stato delle cose ma unicamente per rafforzare le proprie ambizioni di potere. Pochi osservatori hanno fatto notare, ad esempio, che il prode Salvini avrà pure conquistato un risultato storico, per sé e per il suo partito, alle ultime Europee ma che in Europa è drammaticamente isolato, al punto che persino l’ultra-nazionalista Viktor Orbán ha preferito restare nel PPE insieme alla Merkel piuttosto che costituire un gruppo parlamentare con Salvini e la Le Pen. Il che dimostra la vera natura dei cosiddetti “sovranisti”: la sola sovranità che concepiscono è quella dei propri interessi, senza minimamente preoccuparsi del bene comune né, meno che mai, di fare cartello con i suoi simili. Non a caso, i detrattori più feroci nei confronti dell’Italia e dei suoi conti in rosso sono stati proprio alcuni pseudo-alleati del ministro degli Interni, i quali non hanno esitato, e non esiteranno di certo in futuro, a chiedere sanzioni durissime contro di noi, al fine di potersi vantare davanti alla propria opinione pubblica imbarbarita per la severità dimostrata nei confronti delle cicale mediterranee.

Ogni populista vuole essere padrone a casa sua: del destino comune gli importa poco o nulla e, se c’è da schiacciare un potenziale alleato per conquistare ulteriore potere e prestigio, non ci pensa su due volte. Rischiamo così di dover rimpiangere, e non poco, lo scialbo Moscovici, un socialista francese che più volte ci ha teso la mano, nonostante gli insulti e le offese gratuite ricevute. E di certo rimpiangeremo la mancanza di Mario Draghi alla guida della BCE, soprattutto se a sostituirlo dovesse essere un falco del rigore teutonico. Per fortuna, al Quirinale risiede, dal 2015, un galantuomo come Mattarella, il quale sta compiendo un’opera silenziosa ma costante di vigilanza e consiglio, aiutando il premier Conte ad esercitare al meglio il suo ruolo e tentando di tenere a bada l’incauto furore dei suoi vice, in particolare del più scalpitante e risoluto dei due. Il Capo dello Stato ha fatto presente, a modo suo, che questo continuo appello al popolo, questa strumentalizzazione dell’elettorato e quest’uso improprio del consenso comportano una distruzione del nostro già fragile tessuto sociale di cui a pagare il prezzo più alto sarebbero, ovviamente, i ceti più deboli. Ha inoltre chiesto, con il dovuto vigore, garanzie in merito alla Legge di bilancio, lasciando intendere che non è disposto ad assecondare avventure pericolose. In poche parole, Mattarella non consentirà che l’attuale esecutivo sfugga alle proprie responsabilità né che la campagna elettorale sia giocata sullo sfascio del Paese, con la manovra ostaggio della rispettiva propaganda e il fianco sguarnito di fronte agli assalti della speculazione internazionale in agguato.

Probabilmente, questa triste legislatura è finita prima ancora di cominciare, e per questo è bene che anche il Partito Democratico, autore del Rosatellum, peraltro approvato con l’intollerabile forzatura della fiducia, si assuma le proprie responsabilità. Fatto sta che, per quanto breve e destinata presto ad andare in archivio, essa non può trasformarsi nel punto di non ritorno dell’Italia, dando il là a scenari inquietanti che metterebbero a repentaglio la tenuta stessa della nostra democrazia. Mattarella sarà pure un mite, ben diverso dall’interventista Napolitano, ma è al contempo un arbitro che, quando c’è da fischiare e tirare fuori i cartellini, non si tira indietro. E stavolta è stato chiaro: non consentirà il deragliamento del Paese né il suo spostamento fuori dalla nostra tradizione geo-politica e di alleanze continentali.

Se Di Maio e, soprattutto, Salvini non lo dovessero capire, l’arbitro stavolta non esiterebbe ad estrarre il cartellino rosso.

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