Roberto Bertoni. Come rendere protagonista una generazione ai margini

Roberto Bertoni. Come rendere protagonista una generazione ai margini
Più passa il tempo, più mi convinco che il problema principale delle nuove generazioni non sia tanto la mancanza di ideali e valori quanto la difficoltà nell’esprimerli. Penso, ad esempio, ai tanti ragazzi positivi e costruttivi che si impegnano nel volontariato, penso ai giovani iscritti all’A.N.P.I., penso a quanti si battono contro il cattivismo di Salvini o danno l’anima all’interno delle associazioni cattoliche. Ne ho conosciuti tanti in questi anni e li reputo una base essenziale per progettare il nostro futuro. Tuttavia, se davvero vogliamo avere un domani che non abbia nulla a che spartire con il degrado e la rassegnazione del presente, è indispensabile che questa generazione di venti-trentenni sia politicizzata e resa protagonista delle battaglie che saremo chiamati ad affrontare a breve. Ciò di cui mi sono accorto, infatti, confrontandomi con alcuni di loro, ascoltandone rabbia, delusioni, frustrazioni e lo straziante desiderio di dire addio al nostro Paese, in molti casi così forte da trasformarsi in un esodo di massa, è che le loro energie preziose vengono dissipate o usate come peggio non si potrebbe, fra precariato e assenza di strutture in grado di recepirne le istanze.
Più leggo le cronache di questi giorni, più mi accorgo che abbiamo partiti, sindacati e persino trasmissioni televisive inadeguati a recepire i messaggi delle nuove generazioni, chiusi a riccio e autoreferenziali ai limiti della noia, al punto che i ragazzi si stanno costruendo un universo parallelo fatto di un’informazione arrangiata e di una rappresentanza politica affidata a chiunque riesca in qualche modo a dar loro la percezione di voler scassare tutto, salvo poi il più delle volte deluderli clamorosamente. E allora il problema da porsi non è quello della rottamazione, come se l’anagrafe costituisse la panacea di tutti i mali, bensì come coinvolgere queste ambizioni, queste energie, queste speranze e persino questi tormenti, queste rabbie e queste sofferenze che, al momento, sentendosi abbandonate a se stesse, o non votano proprio o purtroppo votano per chi, al netto dei suoi mille difetti, quanto meno non dà l’impressione di voler rappresentare solo chi è già dentro il sistema è può farcela benissimo da sé.
La generazione verde, la generazione di Giulio Regeni e Silvia Romano, la generazione dei social e di un europeismo concreto e non stucchevole deve essere messa nelle condizioni di entrare all’interno delle strutture che finora l’hanno respinta e rimodellarle, consentendo loro di attrezzarsi per le sfide di un secolo che sarà radicalmente diverso rispetto al Novecento. Per quanto sia fastidioso autocitarsi, non posso non notare che questa rubrica nasce anche da un mio saggio uscito l’anno scorso e intitolato “Protagonisti sempre”, nel quale raccontavo il protagonismo giovanile dei ragazzi nel Secolo breve. Ebbene, se dovessi scrivere un saggio sui giovani di oggi, lo intitolerei “Protagonisti mai”: non perché non ne colga la freschezza, la voglia di mettersi in gioco e, in alcuni casi, persino il coraggio e la passione civile ma perché li vedo assenti da ogni dibattito pubblico, ignorati, esclusi e lasciati andar via dall’Italia come se di questa generazione invisibile non interessasse niente a nessuno.
L’unica forma di ribellione, dunque, può essere l’impegno attivo, il fare politica, il credere in qualcosa anche se appare impossibile trovare delle motivazioni all’altezza. Il domani non può che essere dei cosiddetti “millennials” ma devono essere loro i primi a volerlo, non accontentandosi delle promesse caritatevoli, e per lo più mendaci, di quanti si permettono di parlare a nome dei giovani senza saperne nulla o, al massimo, propongono loro una triste forma di odio generazionale che altro non è che l’ultimo, atroce inganno di una classe dirigente, complessivamente, inacidita e fallimentare.
Share