Nuccio Iovene. Solo un ripensamento radicale  e scelte meditate possono far uscire la sinistra dall’angolo

Nuccio Iovene. Solo un ripensamento radicale  e scelte meditate possono far uscire la sinistra dall’angolo

Le due settimane che ci separano dalle ultime elezioni europee hanno offerto molti spunti di riflessione su cui forse è utile tornare. La prima riguarda una reazione consolatoria, ed inutile, di fronte alla durezza del voto del 26 maggio. Ci si dice: la sinistra va male in tutta Europa, il sovranismo avanza dappertutto e quindi l’esito elettorale italiano è frutto di processi politici più generali e più profondi. Ovviamente non è esattamente così, la sinistra non va proprio male dappertutto, in qualche caso addirittura vince, come in Danimarca l’altro ieri, e comunque quello italiano è di gran lunga il peggior risultato in Europa e dunque bisognerebbe cercare di capire come sia stato possibile tutto questo, quali e quanti errori siano stati commessi specificamente in Italia per essere stati così bravi da non riuscire ad intercettare neanche uno dei 6 milioni di voti in uscita dai 5 Stelle, ed in verità aver beneficiato assai poco anche da quell’onda che, con Greta e la mobilitazione degli studenti, ha sostenuto l’avanzata dei verdi in Germania, Francia ed altri Paesi; aver perso più della metà del proprio elettorato recente e non aver riportato al voto nessuno di coloro che avevano scelto l’astensione e che sono ulteriormente aumentati. Che ci si allontani sempre più dal Paese reale e anche dai sentimenti di quel che resta del popolo della sinistra emerge anche dai piccoli particolari.

Domani 9 giugno si torna a votare in 136 comuni di cui 15 capoluoghi di provincia per i ballottaggi. Si tratta di comuni importanti e tutti di medie o grandi dimensioni. Non solo non è stato fatto un forte appello al voto, come in molti si era proposto, e dato vita ad una mobilitazione straordinaria per impedire al centrodestra e alla Lega di Salvini di vincere là dove la partita è ancora aperta, ma si è pensato bene di convocare proprio per quel giorno una assemblea nazionale della lista La Sinistra. Non la settimana successiva, per avere anche a disposizione un risultato più completo ed impegnare fino alla fine tutte le forze disponibili, ma proprio il 9 giugno. Per delle forze che, lo scorso anno, dopo le politiche hanno rinviato, cincischiato e giocato al gioco del cerino per oltre un anno fino ad arrivare alla diaspora a cui abbiamo assistito, aspettare una settimana non sarebbe stato un dramma, anzi! Tanto più che non si capisce a cosa miri esattamente l’assemblea, chi la introdurrà, come si svolgerà. Il segretario di Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni, che si era speso fino in fondo nella campagna elettorale, si è dimesso annunciando un congresso da avviare al più presto, altri invece non hanno fatto altrettanto, pur avendo condiviso se non l’impegno quantomeno le scelte e certamente una sconfitta cocente. Quella di domenica sarà quindi un’assemblea al buio e probabilmente inutile. Sempre per rimanere alle cose piccole, ma indicative che lasciano a bocca aperta e occhi sgranati c’è Civati di Possibile che prima rompe con LeU, poi sceglie di fare la lista con i Verdi e non con una parte dei suoi alleati di un anno prima, in piena campagna elettorale annuncia pubblicamente ed improvvisamente di sospendere il suo impegno perché ha scoperto che ci sono candidati di destra nelle liste insieme a lui e dopo le elezioni, quando nonostante il suo boicottaggio Europa Verde  prende lo 0,5% in più rispetto alla lista della Sinistra, si impegna con valutazioni ottimistiche sostenendo che quella è la strada su cui continuare.

Anche sul fronte del Pd le cose non vanno molto meglio: mentre la Lega è arrivata al 34% e rischia di fare il bis anche nei ballottaggi con i suoi alleati di centrodestra, Meloni e Berlusconi, Renzi e la Boschi, tanto per fare due nomi a caso, attaccano esclusivamente e quotidianamente i 5 Stelle, mentre alcuni di loro sono impantanati nella più grave vicenda che abbia investito la Magistratura negli ultimi anni. Calenda, mentre da un lato ipotizza la nascita di un’altra formazione politica a poche ore dalla sua elezione nelle liste “aperte” del Pd, dall’altro sostiene che il Pd possa vincere solo guardando al centro e non ha di meglio da fare che polemizzare con D’Alema. Come se non bastasse tutto questo sono pronto a scommettere che nelle prossime ore, come è già successo molte altre volte in passato, partirà un nuovo tormentone. Per vincere bisogna fare come la Danimarca: welfare sì, migranti no. Lo si è fatto all’epoca di Blair, poi a sinistra lo si è detto per Syriza e Podemos, ogni tanto si è guardato ad altre esperienze di successo momentaneo come quella di Melenchon in Francia. Tutti innamoramenti rapidi e fugaci, scopiazzature senza basi e senza verifiche, buone solo a raccontarsi di una speranza possibile senza fare i conti veramente con i propri limiti ed errori. Scorciatoie purtroppo non esistono e quelle fin qui imboccate ci hanno sempre portato a sbattere. Solo un ripensamento radicale  e scelte meditate possono farci uscire dall’angolo nel quale ci si è cacciati e provare a riprendere il cammino.

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