Alfiero Grandi. La pratica della disintermazione dei gialloverdi: tutto è piegato all’esigenza di conquistare voti e potere

Alfiero Grandi. La pratica della disintermazione dei gialloverdi: tutto è piegato all’esigenza di conquistare voti e potere

Viene definita disintermediazione (termine ostico), più semplicemente è un colpo alle rappresentanze della società come i sindacati, le organizzazioni imprenditoriali, le associazioni culturali e di altra natura, in nome di un rapporto diretto con le persone. All’origine di questa scelta c’è un fastidio, o anche peggio, verso la complessità dei problemi da risolvere e la fatica di cercare una sintesi, prevale la convinzione di riuscire a stabilire un rapporto diretto tra il capo (in realtà una ristretta élite) e le persone. Una fase di crisi prolungata è terreno di coltura favorevole perché spesso si accompagna, come oggi, alla frammentazione, all’isolamento e a un indebolimento della rappresentanza politica e delle rappresentanze sociali. Questa crisi poi sembra non finire mai e alimenta le condizioni per reazioni di rabbia che spingono alla ricerca degli untori del momento, volta a volta identificati con la casta o con le rappresentanze sociali più importanti, quindi da ridimensionare. I “nuovi” capi costruiscono un rapporto diretto con il popolo, considerato un magma indistinto, al cui orientamento sono funzionali le nuove forme di comunicazione.

La maggioranza e il governo gialloverde scavalcano il ruolo delle rappresentanze sociali, in particolare i sindacati, al massimo tengono conto di quelle aziendali o di ristretti ambiti categoriali, in quanto potenziali elettori. I partiti hanno avuto una crisi di rappresentanza, anche le organizzazioni sindacali hanno subito un indebolimento consistente per la frantumazione del corpo sociale del lavoro. Forse è ancora più grave la crisi di rappresentanza degli imprenditori, visto che Confindustria ha perso aderenti “pesanti” come la Fiat e questo inevitabilmente si riverbera negativamente sui sindacati. Non a caso sono cresciuti i contratti pirata che peggiorano le condizioni di lavoro. Per reagire a questa crisi i sindacati debbono risolvere il nodo della misurazione della loro reale rappresentatività, renderla misurabile.

La Cgil ha da tempo proposto una legge per misurare la effettiva rappresentatività dei sindacati ai tavoli di contrattazione, in modo tale da eliminare le finzioni ed estendere la validità dei contratti stipulati verso tutti i lavoratori del settore, inoltre per avere regole certe per l’approvazione dei contratti da parte dei lavoratori interessati. Finora sono prevalse resistenze, ora qualche possibilità sembra esserci. Sarebbe un passo avanti epocale. Poter mettere sui tavoli di trattativa una vera rappresentatività potrebbe cambiare di molto la situazione.

Per ragioni diverse sia la Lega di Salvini che il M5Stelle guardano con sufficienza, talora con ostitilità, al ruolo dei sindacati e perfino a quello delle associazioni imprenditoriali. La Lega di Salvini coltiva il mito del capo che decide da solo, ha derive autoritarie, quindi non ha interesse a confrontarsi con le organizzazioni sociali. Unico caso contrario, ma è la conferma che il soggetto è privo di cultura istituzionale, è la dichiarazione di Salvini che inviterà i sindacati al Viminale. Invito del tutto estraneo alla sua sfera di competenze. Il M5Stelle, che ha responsabilità decisive nella politica economica e nelle questioni sociali, si muove quasi in continuità con il governo Renzi, che infatti preferiva il dileggio (ricordare il gettone nell’Iphone) al confronto con le organizzazioni sociali. Il M5Stelle è prigioniero della presunzione che un’area di persone decide attraverso la consultazione informatica organizzata da Rousseau, su cui pendono non pochi sospetti. Queste decisioni sono presentate direttamente al paese senza mediazioni. Di più: alcuni episodi ci hanno rivelato che l’impostazione con cui sono stati affrontati dossier come l’Ilva, il ponte di Genova, la realizzazione del reddito di cittadinanza, la proposta del salario minimo (argomenti diversi tra loro) è non solo approssimativa ma mette in pericolo l’aspetto positivo delle iniziative.

Di Maio ha scelto di affrontare il reddito di cittadinanza dall’alto delle scelte del governo, incapace di costruire un’azione per individuare e sciogliere nodi come quelli degli operatori (i navigator) su cui ha dovuto fare i conti con le regioni. La stessa distanza tra i fondi previsti e la spesa reale è indice di una difficoltà di previsione, che poteva essere risolta sulla base di un coinvolgimento con i sindacati. La Lega di Salvini ha una concezione populista, prescinde largamente dal ruolo delle organizzazioni che rappresentano tanta parte della società, ma stabilisce un rapporto diretto con gruppi sociali e tende a corporativizzare le soluzioni per categorie, ad esempio la flat tax per le partite Iva, con l’auspicio – ovviamente – di ottenerne il voto. Se questa linea politica andrà avanti produrrà risultati di corporativizzazione progressiva, di segmentazione della società.

Tutto è piegato all’esigenza di conquistare voti e potere.

Il M5Stelle lavora per stabilire un rapporto diretto con le persone, convinto che basti la piattaforma Rousseau a legittimare le scelte, senza dimenticare che l’ala governista ha costruito una struttura centralizzata, verticistica, autoreferenziale. Non a caso è usata la formula “capo politico”. Il M5Stelle poteva coinvolgere, i sindacati traendone beneficio, ma non l’ha fatto e questo gli sta costando in termini di reale capacità di realizzare gli obiettivi. Avrebbe potuto ottenere collaborazione dal confronto, ma si è sottratto, arrivando ad esagerazioni come quando l’avvio del reddito di cittadinanza è stato presentato come la fine della povertà.

Certo la concertazione con le parti sociali è faticosa, richiede mediazione, ma i risultati sono più stabili e sicuri.

La sinistra (tutta) dovrebbe alzare la bandiera dell’importanza del rapporto con i sindacati e con le organizzazioni delle imprese, sia con l’impegno ad approvare una legge sulla rappresentanza, sia per trovare una convergenza sull’obiettivo di sbloccare la situazione economica e sociale del nostro paese. Per certi versi la maggioranza gialloverde ha completato il percorso di Renzi, esattamente il contrario di quanto occorre. Per sbloccare il nostro paese occorre mobilitare le energie e le competenze. C’è certamente da sistemare il bilancio pubblico, ma è ancora più importante che venga rilanciato il metodo del confronto e delle convergere per sbloccare la situazione attuale. Per questo occorre anzitutto una risposta politica, che deve essere di netta discontinuità con questo infausto periodo.

Il salario minimo potrebbe essere un’occasione per salvaguardare ed estendere il ruolo dei contratti nazionali, coinvolgendo le parti sociali nell’individuazione della struttura e della gestione del salario minimo. Un’esperienza positiva su questo potrebbe dare risultati importanti, salvaguardando il ruolo dei contratti e inserendo i sindacati nel procedimento per decidere e controllare il ruolo del salario minimo.

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