Sergio Bellucci. La storia insegna che politiche economiche basate su debito pubblico o monetarismo non funzionano più

Sergio Bellucci. La storia insegna che politiche economiche basate su debito pubblico o monetarismo non funzionano più

Un secolo fa, la fede incrollabile negli spiriti animali del capitalismo ci aveva appena consegnato l’esperienza di una guerra mondiale e stava incubando le condizioni per il suo proseguimento nella seconda. Lo sviluppo del nazionalismo da un lato e la consunzione dei margini del mercato capitalistico all’interno dei propri confini, aveva spinto il confronto all’interno del vecchio continente fino ad una disastrosa guerra che fu chiamata mondiale ma che era sostanzialmente figlia dell’Europa delle Nazioni capitalistiche. I partiti nati nel solco della rappresentanza del mondo del lavoro salariato, quella forma di lavoro nata da soli pochi decenni e che stava “egemonizzando” il meccanismo di vita di milioni di individui, si piegarono alla difesa militare dell’idea di confini nazionali nell’illusione che quella sarebbe stata la scelta nell’interesse delle stesse persone che volevano rappresentare. La Storia ci ha insegnato che a morire nelle trincee furono 17 milioni di persone e 20 milioni rimasero mutilate o storpiate dal sanguinoso conflitto, e che quelle persone erano sostanzialmente “proletari”, come venivano chiamate allora le persone che dovevano lavorare per vivere.

La prima guerra mondiale, però, non fece comprendere le difficoltà strutturali del modello economico-sociale che erano alla base delle ragioni del conflitto. In pochi anni, la crisi strutturale del modello basato sulla domanda-offerta portò prima alla famosa crisi del 1929 e poi alla implosione sociale della Germania e all’avvento del nazional-socialismo, l’illusione di riprendere il cammino interrotto di uno sviluppo di tipo nazionale che avrebbe basato sul controllo di un numero crescente di territori la propria sopravvivenza e lo sviluppo della sua potenza. Altro che rispetto delle nazionalità come base del principio di vita politica. La storia che si aprì dopo il secondo conflitto si basò sull’ipotesi di governo controllato macroeconomico dei meccanismi della domanda-offerta. Da un lato, sul versante della sinistra, l’idea di compensare gli squilibri attraverso la creazione di una domanda “fittizia” governata dalla politica attraverso la possibilità di spendere delle risorse che il meccanismo del mercato non creava: il debito pubblico. Dall’altro lato, sul versante delle destre, l’invenzione monetarista di compensare ciò che il mercato non creava attraverso la generazione dal nulla della liquidità che serviva al sistema per funzionare. L’antagonismo delle due soluzioni risiede sia nelle classi sociali di riferimento su cui basare il controllo della dinamica sociale sia nella stessa filosofia di intervento.

Il punto a cui siamo, però, sembra chiaro: entrambe le soluzioni sembrano avere, ormai, il fiato corto e per più di una ragione. La scelta di continuare a garantire un certo livello dei consumi attraverso la creazione permanente di debito genera il mantenimento e il rafforzamento di un potere finanziario che risulta ormai esterno ad ogni livello di decisione democratica. Una economia e una società che vive attraverso la “droga” finanziaria cede a questa struttura il controllo della propria esistenza. Proprio questo ha rafforzato il potere e l’autonomia della dimensione finanziaria fino a farle credere che possa autosostenere la propria vita “a prescindere” da quello che accade all’umanità. Il risultato sociale, nelle periferie del mondo, è la paura di “perdere” quel minimo di sicurezza sociale che il modello dei consumi aveva prospettato ma che, spesso, non era neanche riuscito a concretizzare realmente. In altre parole, la fine anche dell’illusione che in un modo e nell’altro, una persona avrebbe potuto garantirsi una vita “basata sul consumo”.

Lo scontro tra questi due modelli di “droga” del sistema basato sulla domanda-offerta sta producendo sul piano politico uno smarrimento e una dissoluzione delle forze politiche che si erano formate intorno a questi modelli e l’emersione di una protesta che basa la sua proposta nella illusione che un confine (nazione, città, quartiere, palazzo, pianerottolo, stanza) possa proteggere dall’onda perfetta in arrivo. Su questo punto esiste una differenza con cento anni or sono. Mentre la risposta nazionalista rimane identica a se stessa, e sta incubando le stesse condizioni sociali che portarono al consenso che avrebbe portato verso le guerre mondiali, la risposta teorica a sinistra, che in quel periodo vide nascere la terza internazionale, stenta a vedere la luce. Schiacciati nel ripercorrere le stesse strade la novità più complessa necessaria oggi per affrontare questo tornante sembra non prendere corpo, mentre esistono tutte le condizioni per generare l’inizio di una nuova storia politica e umana.

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