Roberto Biscardini. Il tappo e la bottiglia. Il bisogno di un movimento socialista vero e unitario

Roberto Biscardini. Il tappo e la bottiglia. Il bisogno di un movimento socialista vero e unitario

La gravità della situazione ci chiede di  passare dalle parole ai fatti. Non possiamo più tergiversare, il paese ha bisogno di un movimento socialista vero e unitario. Un partito largo e grande fatto da tutti coloro che ci stanno e che sono disposti a lavorare per questo obiettivo. Disposti a buttare via vecchie insegne e nuove sigle, per partire insieme, tutti da zero, tutti alla pari. Dal basso, dai movimenti di piazza o dall’alto, poco importa. Fortemente collegato ai socialisti europei e al processo di unità sindacale ormai in corso. Dalla società, dalle fondazioni e associazioni politiche, dalle componenti del lavoro e dal sindacato, dalle liste civiche di sinistra ed anche con coloro che una tessera socialista non l’hanno mai avuta. Una riscossa socialista, che è anche riscossa morale e civile. Urgente, perché in gioco non c’è solo a livello nazionale e internazionale l’avanzata di una destra estrema, che già di per sé giustificherebbe un’azione socialista nuova, in gioco c’è la credibilità della sinistra, che ha il dovere di difendere, soprattutto nei momenti più delicati e con ogni mezzo, i ceti più deboli.

La violenza di un capitalismo sempre più forte e aggressivo

Difenderli dalla violenza di un capitalismo sempre più forte e aggressivo che ha minato la libertà. Un capitalismo che ha potuto contare su una politica assolutamente debole, se non addirittura asservita, che ha consentito maggiori ingiustizie, disuguaglianze e sfruttamento. Un capitalismo che è cresciuto in una società anch’essa più debole, con minori anticorpi e minore capacità di reazione. Dentro un sistema assolutamente instabile e reso volutamente instabile dal paese capitalista per eccellenza: l’America di Trump e di quelli che in qualche modo dai lui dipendono. Così siamo arrivati al punto che il capitalismo violento ha minato tutto, compreso la tenuta pura e semplice della democrazia, del ruolo fondamentale dello Stato come controllore dell’economia e imprenditore. Il valore e l’autonomia della politica, che è insieme credibilità dei governanti e credibilità delle opposizioni. Prima che si arrivi al punto che la democrazia non sia più legata alla rappresentanza politica del popolo e abbia bisogno del sangue per liberarsi dei governanti (come ci ricordava Dahrendorf). A pochi giorni dal voto delle europee, la vicenda italiana si snoda intorno a ciò che si vede. Il gioco delle parti di chi sta al governo e a sinistra un disastro.

Dalle ultime proiezioni risulterebbe che tutto il centrosinistra non vada oltre il 25% (la somma di Pd, la Sinistra, Europa Verde). Mancano i socialisti. E ancora troppo deboli sono i Verdi, che potrebbero rappresentare una speranza. Con un programma sociale e per il lavoro molto più chiaro di quello del Pd, ma che non riescono a recuperare la crisi socialista e socialdemocratica, a differenza di ciò che avviene altrove, nel resto d’Europa. In Germania sono dati al 20%. A parte c’è +Europa, che certa stampa tende ancora a collocare nel centrosinistra quando in tutta Europa una forza di questo genere sarebbe al massimo di centro. Peraltro, oggi, con l’annunciato scioglimento dell’Alde e la sua unificazione con il partito di Macron, l’equivoco è finalmente chiarito. In fondo chi è Macron? Sotto sotto un populista di destra, un convinto liberista, europeista interventista.

Non c’è al mondo una forza socialista che incorpori una forza di centro

Quindi il socialismo non ha rappresentanza. Non lo può rappresentare la sinistra con Rifondazione, né il piccolo Psi che con la scelta di +Europa si è di fatto posto fuori dal suo campo naturale. Il campo di tutti coloro che per anni hanno sperato che quel partito ritrovasse il coraggio di un processo autonomo e ambizioso. E non può rappresentarlo il Pd per un equivoco recente (da Pisapia a Calenda), ma soprattutto per l’errore di origine oggi chiarissimo. Non c’è al mondo una forza socialista che incorpori una forza di centro, come l’allora Democrazia Cristiana, anziché essere la sua alternativa. Nonostante questo, ci sono comunque delle scintille, soprattutto giovanili nel sociale e la questione sociale è destinata a scoppiare. Molti incominciano a parlare di socialismo, anche dentro quei partiti che non lo sono, rivalutando il nome, persino la sua storia e il valore della sua cultura democratica e di libertà, senza forse capire ancora il senso della “cosa” e senza praticarlo. E molti incominciano a domandarsi.

I risultati di Spagna, Portogallo e Grecia, Un Pil costante al 2%

Si può reggere senza una forza del socialismo largo e revisionista, per mettere le basi di un futuro diverso, facendo del potere pubblico il centro della propria iniziativa?

Si può reggere con una classe dirigente che non è più garante dell’essenza fondamentale della libertà?

Si può reggere senza una forza socialista che non faccia della crescita economica il punto centrale della sua missione?

Senza crescita non c’è possibilità di rimuovere la disoccupazione, oggi al 10% e 20% al sud. Non si esce da uno Stato condizionato dal bilancio in deficit, non si possono ridurre le disuguaglianze, si rischia di non difendere più il welfare, non si garantisce mobilità sociale per dare opportunità alle classi deboli e non si affronta il tema centrale delle questioni ambientali, anche se l’economia verde è una concreta opportunità per lo sviluppo del futuro.

Una forza socialista moderna, che sappia ottenere almeno i risultati del Portogallo, della Spagna e persino della Grecia, per puntare ad avere almeno un Pil al 2% costante all’anno e non lo 0,1.

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