Roberto Bertoni. La passione per la politica è finita?

Roberto Bertoni. La passione per la politica è finita?
Asserì una volta Enrico Belingur che la passione, almeno per i comunisti, non fosse finita. Difficile dargli torto, specie se si considera l’entusiasmo di due ragazzi di oltre novant’anni  come Aldo Tortorella ed Emanuele Macaluso, protagonisti, rispettivamente, della manifestazione romana per il 25 aprile e di un comizio tenuto a Portella della Ginestra in occasione delle celebrazioni del Primo maggio e della doverosa commemorazione della prima strage dell’Italia repubblicana. Una strage che Macaluso non ha esitato, in un suo recente libro, a definire, di fatto, di Stato, adombrando l’ipotesi di un coinvolgimento attivo di quei vertici collusi con il peggio del peggio di quella terra di mezzo che da sempre caratterizza il nostro Paese, eseguendo ordini ben precisi, volti a destabilizzare il quadro politico e a favorire l’isolamento e la sconfitta dei comunisti e delle sinisre.
Passione, dicevamo, quella che Berlinguer ha messo in ogni sua iniziativa e in ogni suo comizio, fino al sacrificio della propria stessa vita, Il 7 giugno 1984, quando si sentì male sul palco di Padova e preferì terminare il proprio intervento anziché preoccuparsi della propria salute. Vedere Macaluso che parla di sinistra e del rischio concreto che essa non comprenda più le lotte e il bisogno di guidare le masse in un momento così acuto di crisi e di spaesamento collettivo mi riporta alla mente la grandezza di un altro dirigente comunista che ho avuto l’onore di conoscere: Alfredo Reichlin, lucido fino alla fine, al punto di preoccuparsi, negli ultimi giorni di vita, che la sinistra non restasse sotto le macerie, vedendoci lungo e comprendendo i pericoli cui saremmo andati incontro nella stagione che stiamo vivendo. E che dire di Luciana Castellina che a novant’anni ha accettato la sfida di candidarsi con Syriza in Grecia, là dove fu animatrice e protagonista della lotta contro la dittatura fascista dei colonnelli oltre mezzo secolo fa? E Rossana Rossanda, ormai tornata stabilmente da Parigi, che domenica animerà un dibattito alla Casa delle donne, in favore di alcune candidate della lista della Sinistra alle Europee?
Ricorre in questi giorni il secondo anniversario della scomparsa di Valentino Parlato, storico direttore del Manifesto, un altro che fino alla fine ha voluto esserci, avvolto da una nuvola di fumo ma con la grinta permanente di un ragazzo, diremmo quasi con la furia, per utilizzare un’espressione di Bruno Trentin, ritenendo che la sua passione dovesse prevalere su ogni altra cosa, acciacchi e infortuni dell’età in primis. Già, ma fra i giovani? Esiste ancora questa passione, questo stesso entusiasmo, questo coraggio, questa volontà di esserci e di testimoniare, con azioni concrete, la propria presenza? Si crede ancora nella politica, al punto di sacrificare ad essa una parte importante di sé e delle proprie energie? Perché il dramma di questa stagione arida, molto più che nei dati insoddisfacenti del PIL, sta tutto qui, in questa politica a sangue freddo, in questa visione ragionieristica e tecnocratica del dibattito pubblico, in quest’assenza di ideali, in questa mancanza di un orizzonte comune, di una unione di intenti, di un idem sentire che solo può fare la differenza quando tutto sembra essere perduto. Senza queste caratteristiche non avremmo avuto la Resistenza e, con ogni probabilità, nemmeno le battaglie risorgimentali: in poche parole, l’Italia, libera e unita come l’abbiamo conosciuta, non esisterebbe e chissà come saremmo, se esisteremmo, quale sarebbe il nostro ruolo nel mondo, nel deserto delle illusioni  delle speranze perdute.
La sconfitta del Novecento, con i suoi drammi, le sue ideologie assassine, le sue passioni viscerali e l’idea che la politica fosse tutto o quasi, non ha comportato alcun vantaggio alla collettività, in quanto abbiamo gettato via il bambino con l’acqua sporca, perdendo di vista anche i tanti aspetti positivi di un secolo che, comunque, ci ha condotto da una vita media di quaranta-cinquant’anni a una vita media di ottanta, a dimostrazione delle scoperte e dei passi avanti compiuti non solo in ambito scientifico ma anche dal punto di vista della solidarietà sociale e dei diritti.
Senza un minimo di cuore, di determinazione, diremmo quasi di rabbia agonistica, di furore, di carne e di sangue, la politica non ha senso, la contrapposizione diventa unicamente personale e, inevitabilmente, violenta, tutto si degrada in un eterno talk show senza costrutto e non resta che l’orgia del potere a vantaggio di pochi e la campagna elettorale senza requie a scapito di tutti gli altri. Ed ecco che le nuove generazioni, che mai hanno avuto la fortuna di assistere di persona ai positivi esempi che ho citato all’inizio di questo articolo, scappano via, in una fuga che non è tanto apatia quanto desiderio di mettersi in salvo, di andare lontano, di trovarsi altrove rispetto a classi dirigenti che non considerano più tali. E non è antipolitica, non la si può liquidare così, in maniera semplicistica e inelegante, quanto il bisogno disperato di un’altra politica, di un’altra idea della società e del mondo che, purtroppo, i cosiddetti “millennials” non sembrano però in grado di costruire. Da qui la nostra sconfitta, il nostro inverno demografico e il nostro essere ormai sempre più incarogniti, in un Paese che non spera più, che non crede più in nulla e in nessuno e che non dà l’impressione di potersi rialzare quando, invece, ne avrebbe un gran bisogno, così come avrebbe bisogno di una nuova e autorevole classe dirigente in grado di guidarlo.
Share