Patrizio Paolinelli. Tre domande a… Giorgio Benvenuto. Dal lavoratore-oggetto al lavoratore-soggetto padrone della propria dignità

Patrizio Paolinelli. Tre domande a… Giorgio Benvenuto. Dal lavoratore-oggetto al lavoratore-soggetto padrone della propria dignità

Le manifestazioni del 25 aprile e del Primo Maggio, così come il Concertone di Roma, hanno visto la presenza di molti giovani. Si tratta di segnali che indicano un risveglio del mondo giovanile?

È difficile fare una prognosi. Direi che si tratta di segnali ancora contraddittori perché se è vero che alle manifestazioni da lei citate si è registrata una forte partecipazione di giovani è altrettanto vero che abbiamo assistito ai fatti di Manduria, dove una gang composta prevalentemente da minorenni ha vessato un pensionato conducendolo alla morte, per non parlare della violenza nei confronti di una donna perpetrata a Viterbo da due giovani militanti di CasaPound. Detto questo, è chiaro che ritrovarsi a manifestare è importante perché le persone, giovani e non, non vengono paralizzate dal telefonino e riappare il gusto di ingaggiare delle battaglie per migliorare la propria condizione. Tuttavia, denunciare, protestare e marciare insieme non basta. Prenda il caso della giovanissima attivista Greta Thunberg. Tutti l’applaudono, tutti si dichiarano d’accordo con lei sulla necessità di affrontare i problemi dell’inquinamento ambientale e poi ogni cosa resta come prima. Un altro esempio. In alcune città i riders hanno partecipato alle manifestazioni del Primo Maggio. Ma è un anno che si parla di dargli un contratto e ancora non se n’è fatto niente. Ecco, non vorrei che le manifestazioni di protesta si riducano più in un fatto d’immagine che di sostanza.

Cosa è necessario fare affinché proteste e manifestazioni non si riducano a sola testimonianza?

Per rispondere alla sua domanda credo che vadano richiamati alcuni avvenimenti della nostra storia in cui i giovani sono stati fondamentali. Tra gli anni ‘50 e ‘60 del secolo scorso nacque un forte movimento per l’occupazione delle terre incolte. In quel caso non ci si limitava solo a protestare ma, come dire?, ci si rimboccava le maniche e le terre occupate venivano coltivate. Ancora, lavoratori e sindacati si batterono per l’industrializzazione del Meridione mentre le politiche governative guardavano soprattutto al Settentrione, e molte fabbriche sorsero al Sud. Fabbriche che esistono tutt’oggi. Le racconto un aneddoto: quando maturò la sensibilità per il problema della disabilità, un giorno alcune associazioni ci chiamarono e ci portarono strada per strada a prendere visione delle barriere architettoniche, dopodiché ci diedero pala e piccone per rimuoverle. Era un gesto simbolico, ma rivelatore di come passare dalla testimonianza all’azione.  Per venire a tempi più recenti lo stesso approccio lo hanno quelle associazioni ambientaliste che non si limitano alla denuncia ma, appunto, si rimboccano le maniche e ripuliscono spiagge e boschi dai rifiuti.  Insomma, non sono in grado di dire se stia nascendo o meno un nuovo movimento giovanile, ma so di certo che qualsiasi movimento se non realizza i suoi obiettivi perde la propria funzione e alla fine si spegne. Per questo motivo vanno benissimo le manifestazioni, ma occorre anche un salto di qualità delle lotte facendole passare dal dire al fare.

A Portella della Ginestra durante la celebrazione del Primo Maggio Emanuele Macaluso ha dichiarato: “La sinistra rischia di non capire più il senso delle lotte”. Cosa pensa di questa affermazione? 

Penso che abbia ragione, perché la sinistra è ancora troppo innamorata di Tony Blair e di Bill Clinton. Ancora non le è passata la sbornia della globalizzazione e ha smarrito il valore della dignità delle persone, giovani e non. Valore che in Italia e nel mondo ha caratterizzato l’umanesimo socialista. La stessa Chiesa Cattolica con l’enciclica Rerum Novarum, promulgata alla fine dell’800 prese posizione sulle questioni sociali e chiese al padronato di abbandonare le pratiche schiavistiche a cui erano sottoposti gli operai. Abbiamo appena parlato dei rider. Cosa sono se non i nuovi schiavi del XXI secolo? Oggi siamo dinanzi alla stupidità degli algoritmi che organizzano i processi produttivi e il risultato è il neoschiavismo. E i rider non sono certo gli unici a trovarsi in questa situazione. Allora perché l’intelligenza dei giovani non può essere compatibile con quella artificiale? Da qui il ruolo dei sindacati. Il cui compito è oggi raccogliere le proteste per passare dal lavoratore-oggetto, che si sta sempre più configurando, a un lavoratore-soggetto padrone della propria dignità di essere umano.

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