Massimo D’Antona veniva ucciso dalle Br 20 anni fa. Ricordo, memoria, e qualche conto che ancora non torna

Massimo D’Antona veniva ucciso dalle Br 20 anni fa. Ricordo, memoria, e qualche conto che ancora non torna

A un certo punto della via Salaria a Roma, c’è una lapide: nel luogo dove la mattina del 20 maggio 1999 terroristi delle cosiddette “nuove” Brigate Rosse uccidono Massimo D’Antona. Sono le 8, minuto più, minuto meno. D’Antona, docente universitario, consulente del ministero del Lavoro chiamato a quell’incarico da Antonio Bassolino, è appena uscito di casa. E’ diretto al suo studio. Il marciapiede è affollato, il traffico caotico a quell’ora; ma c’è anche un cartellone pubblicitario, e nasconde alla vista per alcuni metri. E’ lì che lo attende il commando di brigatisti, formato da Mario Galesi e Nadia Desdemona Lioce. Si sono nascosti dentro un furgone parcheggiato al lato della strada da almeno tre ore.

Da giorni aspettano il momento buono. Da giorni hanno “studiato” i comportamenti di D’Antona. Tutto è predisposto: due furgoni e due scooter per la fuga di chi deve sparare e uccidere; le biciclette per i “basisti”; i travestimenti per ingannare i testimoni oculari, le armi. Il commando è formato da almeno cinque persone. Hanno in dotazione pistole, telefonini, ricetrasmittenti; cerotti alle mani per non lasciare impronte. Professionisti, insomma.

D’Antona non sospetta nulla. Cammina tranquillo. Racconta un testimone: “Ero sullo stesso marciapiede su cui camminava D’Antona. Ho visto un uomo e una donna che stavano aspettando qualcuno e poi parlavano con questa persona. Io ho proseguito. Ho sentito dei colpi sordi. Mi sono girato a guardare e ho visto una “pistola lunga” e poi l’uomo che continuava a sparare mentre l’altro uomo era già a terra”. Una brigatista del commando, Cinzia Banelli “pentita” dopo essere stata catturata, nel corso della deposizione al processo, racconta che a sparare è Galesi: “Armato di una pistola semiautomatica calibro 9×19 senza silenziatore, fa fuoco su D’Antona, svuota tutti i 9 colpi del caricatore e gli infligge il colpo di grazia al cuore”. Ucciso D’Antona, i due si allontanano: l’uomo sale su un motorino; la donna cammina a piedi. Un altro testimone la descrive con: “i capelli corti e lisci, castano scuri, attaccati al volto e pettinati con la riga in mezzo, occhi grandi, piuttosto scuri e faccia grassottella. Per D’Antona non c’è nulla da fare; alle 9.30 i medici ne dichiarano la morte.

I terroristi rendono pubblico un documento di 14 pagine, “firmato” con la stella a cinque punte e firmato Nuove Brigate Rosse. D’Antona è indicato come nemico del popolo; come Ezio Tarantelli, come Marco Biagi. Linguaggio involuto, tortuoso, specchio fedele dell’ottusità mentale di chi l’ha redatto. “Il giorno 20 maggio 1999, a Roma, le Brigate Rosse per la Costruzione del Partito Combattente hanno colpito Massimo D’Antona, consigliere legislativo del Ministro del Lavoro Bassolino e rappresentante dell’Esecutivo al tavolo permanente del “Patto per l’occupazione e lo sviluppo”. Con questa offensiva le Brigate Rosse per la Costruzione del partito Comunista combattente, riprendono l’iniziativa combattente, intervenendo nei nodi centrali dello scontro per lo sviluppo della guerra di classe di lunga durata, per la conquista del potere politico e l’instaurazione della dittatura del proletariato, portando l’attacco al progetto politico neo-corporativo del “Patto per l’occupazione e lo sviluppo”, quale aspetto centrale nella contraddizione classe/Stato, perno su cui l’equilibrio politico dominante intende procedere nell’attuazione di un processo di complessiva ristrutturazione e riforma economico-sociale, di riadeguamento delle forme del dominio statuale, base politica interna del rinnovato ruolo dell’Italia nelle politiche centrali dell’imperialismo”.

Scempiaggini. Corbellerie. Ma in nome di queste scempiaggini e corbellerie si spara e si uccide. Non è roba da prendere sotto gamba. D’Antona poi, al di là di una ristretta e specialistica cerchia non è che sia molto conosciuto. Necessariamente ci deve essere stato un “dito” che l’ha indicato; l’ha suggerito come bersaglio e vittima. Qualcuno che ha detto: “Vai, e uccidi”. Un qualcuno che non è il “grande vecchio” spesso evocato; ma certamente è un “piccolo, mediocre di mezza età”, ingozzato di nozionismo ideologizzante mal digerito; un cretino, ma pericoloso: incapace forse di intendere, non di volere.

Le Nuove Brigate Rosse ora sono un pallido ricordo. Quel commando assassino è stato individuato, assicurato alla giustizia. Ma la pistola che ha ucciso D’Antona e Biagi non è mai stata trovata. Questo è un fatto; e gli investigatori a vent’anni dal delitto, ancora non hanno chiuso il caso, il fascicolo è ancora aperto. All’ “appello”, ne sono convinti, mancano ancora due terroristi. In codice: “Do” e “Lo”.

Vent’anni dopo, non solo il ricordo e la “memoria” di quel delitto, di quei giorni oscuri e tragici. Anche l’imperativo di fare giustizia; di sapere e conoscere non solo il come e il chi; ma anche il perché, al di là di quello che “pentiti” e sentenze di processo ci hanno detto.

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