Elezioni europee in Germania. Sconfitta dei partiti di governo e trionfo dei Verdi

Elezioni europee in Germania. Sconfitta dei partiti di governo e trionfo dei Verdi

I risultati definitivi delle elezioni europee in Germania sono orami noti: l’Unione ottiene il 28,9% (con la CDU al 22,6% e la CSU bavarese al 6,3%); l’SPD precipita al 15,8%; i Grüne si affermano come secondo partito con il 20,5%; la Linke è al 5,5%; la FDP al 5,4%; l’AfD all’11%. Confermando le previsioni più pessimistiche dei sondaggi, i partiti della Große Koalition devono fare i conti con una pesante sconfitta, più contenuta per CDU/CSU (-7,4% rispetto al 2014) e drammatica per la socialdemocrazia tedesca (-11,5%). La rivelazione, anch’essa annunciata, delle elezioni di ieri è stata il trionfo dei Grüne, cresciuti del 9,8% rispetto alle europee del 2014 e dell’11,6 rispetto alle politiche del 2017. Inoltre, se FDP (+2%) e Linke (-1,9%) rimangono sostanzialmente stabili, la destra populista cresce del 3,9% rispetto al 2014, perdendo però più di un punto percentuale rispetto al 2017. Tra i partiti minori, oltre a un risultato soddisfacente per i conservatori bavaresi dei Freie Wähler (2,2%), è da segnalare il 2,4% ottenuto dal movimento satirico Die Partei – su cui sono convogliati non pochi voti di protesta della sinistra tedesca.

L’SPD crolla ma il centro-sinistra vince

Nonostante i successi e i fallimenti dei singoli partiti, da un punto di vista generale il panorama politico tedesco registra un sensibile slittamento a sinistra rispetto alle politiche del 2017. Allora le forze di centro-destra (CDU/CSU e FDP) ottennero il 43,6% delle preferenze, mentre quelle di centro-sinistra (SPD, Grüne e Linke) raggiunsero il 38,6%. I risultati delle elezioni europee offrono un quadro ribaltato, con il centro-destra (CDU/CSU, FDP e Freie Wähler) al 36,5% e il centro-sinistra (SPD, Grüne, Linke e Die Partei) al 44,2%. Sul piano locale sono invece da rilevare i risultati elettorali nell’importante città-stato di Brema, dove l’SPD perde il suo storico primato, passando dal 32,8% al 24,2% (-8,6), e viene sorpassata dalla CDU (26,3%), ma le restanti forze di sinistra compensano in parte le perdite socialdemocratiche con il 17,8% dei Grüne (+2,7%) e l’11,4% (+1,9%) della Linke, mentre FDP e AfD si arrestano rispettivamente al 5,6% (-1%) e al 6,9% (+1,4%). A Brema l’incarico di governo spetterà al candidato cristiano-democratico Carsten Meyer-Heder che, tuttavia, dovrà necessariamente cercare di costituire una “coalizione giamaica” (con i liberali della FDP e i Grüne) – un’operazione difficile, come hanno dimostrato i fallimentari colloqui all’indomani delle elezioni federali del 2017, e che potrebbe lasciare spazio alla formazione di un governo “rosso-rosso-verde” (SPD, Linke e Grüne).

Il tracollo socialdemocratico non ha pertanto significato una svolta a destra dell’elettorato tedesco, quanto piuttosto un passaggio di testimone e un cambio di leadership tra SPD e Grüne. Da quando, ieri sera, sono iniziate a comparire le prime proiezioni, i vertici socialdemocratici hanno riconosciuto la portata delle sconfitta e le sue principali cause: la SPD ha perso circa due quinti dei propri elettori, e ciò è avvenuto a quasi esclusivo vantaggio dei Grüne. Il problema, per la segretaria del partito Andrea Nahles, è stata una campagna elettorale dominata dal tema dei cambiamenti climatici, in cui SPD e Grüne hanno i medesimi obiettivi – ovvero la messa in pratica degli accordi di Parigi – ma differiscono per le strategie con cui raggiungerli. Implicitamente, ammettono i leader socialdemocratici, il partito ha scontato i pessimi risultati della Große Koalition in materia di politiche ambientali, così come la linea adottata riguardo all’abbandono della produzione di carbone – un abbandono che i socialdemocratici vorrebbero graduale, per tutelare i lavoratori del settore, ma che evidentemente non è stato ritenuto sufficientemente coraggioso dall’elettorato di sinistra. Se alcuni esponenti importanti dell’SPD, come Sigmar Gabriel, hanno invocato un ripensamento radicale dell’agenda politica del partito e una messa in discussione degli attuali vertici – a cui si aggiungono le voci di un possibile “colpo di mano” di Martin Schulz ai danni di Nahles –, altri hanno invece cercato di vedere il lato positivo dei risultati delle elezioni europee: per Karl Lauterbach, ad esempio, lo scenario politico uscito dalle urne del 26 maggio lascerebbe presagire l’opportunità di una coalizione “rosso-rosso-verde” a livello federale, in cui la socialdemocrazia passerebbe da essere la stampella della CDU a quella dei Grüne, riacquistando però così quel profilo di sinistra che la logorante esperienza di Große Koalition ha notevolmente diluito.

La geografia elettorale tedesca

Il successo della sinistra ecologista in Germania non si esprime soltanto nei grandi numeri, ma emerge con chiarezza anche dalla ripartizione territoriale dei voti. I Grüne hanno infatti trionfato in quasi tutte le maggiori città tedesche – un tempo roccaforti dell’SPD – come Berlino, Monaco, Lipsia, Amburgo, Colonia, Düsseldorf, Francoforte, Hannover e Stoccarda. Inoltre, confermando un fenomeno generale di spostamento elettorale delle classi medie colte, i Grüne si affermano nelle città universitarie tedesche – come Heidelberg, Trier, Erlangen, Oldenburg o Tubinga – superando in alcuni casi, come quello di Friburgo, i voti di CDU e SPD messi assieme. I cristiano-democratici (e i cristiano-sociali in Baviera) rimangono invece il primo partito nella aree extra-urbane, mentre i populisti dell’AfD hanno ottenuto ampi consensi nelle regioni sud-orientali della Sassonia, del Sachsen-Anhalt e della Turingia – con percentuali del 20-30%, rispetto al 7-9% registrato in media nei Länder occidentali.

La destra arranca, ma non soffre il “caso Strache”

Il dato dei Länder orientali è tuttavia preoccupante, quantomeno perché a breve sono previste le elezioni in Sassonia (1° settembre), Brandeburgo (1° settembre) e Turingia (27 ottobre). Se i risultati delle europee in queste regioni fossero confermati, una vittoria dell’AfD non sarebbe impossibile. Per arrivare al governo di un Land, tuttavia, l’AfD avrebbe necessariamente bisogno di alleati. Sarà quindi decisivo l’atteggiamento (e i risultati) della CDU che, se finora ha categoricamente rifiutato ogni collaborazione con i populisti, dopo la sconfitta di domenica potrebbe essere portata a rivedere la propria linea politica. Una prima avvisaglia potrebbe essere letta tra le righe del discorso pronunciato ieri sera da Annegret Kram-Karrenbauer, in cui la segretaria della CDU ha ripetuto più volte la necessità di tutelare l’«interesse nazionale» i Europa. Tuttavia una qualsiasi alleanza tra CDU e AfD, anche a livello locale, non potrebbe aver luogo finché Angela Merkel rimane cancelliera, quantomeno perché produrrebbe un’immediata crisi di governo all’interno della Große Koalition.

Il risultato dell’AfD, in linea con quanto avevano previsto i sondaggi, non è stato influenzato dalla crisi dell’FPÖ austriaco e dallo scandalo che ha coinvolto Heinz-Christian Strache – e lo stesso è valso per il resto delle forze “sovraniste”, con l’unica eccezione della stessa FPÖ. La mancanza di tangibili conseguenze, tuttavia, non dovrebbe stupire. Un elettorato fortemente impregnato di anti-politica, com’è quello delle destre populiste, difficilmente può infatti essere sconvolto da un problema “morale” all’interno del proprio partito di riferimento, essendo piuttosto portato a credere che le classi dirigenti (o la “casta”) siano, in quanto tali, dedite al malaffare.

Il voto tedesco e l’Europa

Se paragonato a quello degli altri paesi, il voto tedesco si avvicina più alla norma che all’eccezione. La crisi dei partiti popolari – minore in Germania rispetto ad altre regioni – e di quelli socialdemocratici – più acuta nel caso tedesco – sono fenomeni riscontrabili in diverse aree del continente, fatti salvi alcuni casi particolari come quello greco, austriaco e ungherese per i primi, o quello spagnolo, portoghese e olandese per i secondi. Al contempo, anche la battuta d’arresto del populismo di destra è stata in linea con la media europea, dove l’unica eccezione è rappresentata dall’Italia – considerando come la “vittoria” di Marine Le Pen sia stata invero una perdita di consensi del -1,6% rispetto al 2014. Il voto tedesco, più che altrove, ha testimoniato la nuova vitalità della sinistra ecologista rispetto a quella socialdemocratica, ma è altrettanto vero che i partiti verdi hanno ottenuto una crescita di consensi in quasi tutto il continente, superando il 10% in Francia, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Austria, Irlanda, Danimarca, Svezia, Finlandia e Lituania – nonché crescendo notevolmente e superando il 5% in Spagna e Portogallo. Anche su questo frangente, l’eccezione più significativa è rappresentata dall’Italia, il cui panorama partitico pare assomigliare maggiormente a quello dell’Europa orientale (o, se si preferisce, dei “nuovi membri” dell’Unione) rispetto a quello dei membri fondatori dell’UE.

Per concludere, il voto tedesco si inseriscono in un fenomeno più ampio, che forse possiamo iniziare finalmente a chiamare con il suo nome di “politica europea”. Che una tale politica esista –  e che non sia soltanto il prodotto delle decisioni di grigi euroburocrati – lo hanno dimostrato la crescita dell’affluenza alle urne, la partecipazione agli stessi fenomeni politici e pure una geografia elettorale che si riproduce nelle medesime forme in buona parte dei paesi europei. Piaccia o meno, e nonostante che la “politicizzazione” di queste elezioni sia stata anche merito degli avversari dell’Unione, la giornata di ieri ha sancito una nuova fase nello sviluppo dell’integrazione europea – una fase che avrà le sue dinamiche e i suoi protagonisti, ma che potrebbe avere anche i suoi esclusi.

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