Carlo Parietti. Europa: completare l’integrazione per godere di tutti i vantaggi dell’Unione.

Carlo Parietti. Europa: completare l’integrazione per godere di tutti i vantaggi dell’Unione.
Lo scontro tra europeisti e sovranisti non è scontro tra ingenui idealisti ed egoistici interessi. Al contrario anche gli interessi sono tutti dalla parte dell’europeismo. Già oggi nei fatti (vedi ad esempio l’analisi della voce.info “Quanto ci costa la Ue e quanto ci guadagniamo” del 17/05) ma ancor più in prospettiva, a patto che si realizzino alcune condizioni. Dagli anni ’50 fino ai primi ’90 l’Italia era tra i Paesi che ricevevano finanziamenti superiori alla quota versata. Ciò che ebbe un ruolo nella ricostruzione e nel “boom”. Poi vennero la caduta dell’Urss, il trattato di Maastricht con la definizione della UEM (l’Unione Economica e Monetaria), e l’allargamento ai Paesi dell’Europa centrale e orientale; e l’Italia, divenuta nel frattempo (con enormi diseguaglianze interne) uno dei Paesi più ricchi al mondo, passò a essere contributrice netta. Detto un po’ sbrigativamente, la Germania di Helmut Kohl avrebbe voluto accanto alla UEM anche l’Unione Politica, ma la Francia di Mitterand si oppose. 
Maastricht non fu soltanto “regole stupide”, ma un tentativo di adeguare la Comunità Europea a un mondo nuovo creatosi con la caduta dell’ordine mondiale basato sul bipolarismo Usa-Urss; Ordine bipolare nel quale gli Usa, per contrastare l’influenza sovietica, evitavano di fare concorrenza sui mercati all’Europa occidentale. Ed è radicalmente sbagliato dire che fece soltanto l”’Europa dei banchieri”: il protocollo sul dialogo sociale (poi ripreso anche nel trattato di Lisbona che non divenne Costituzione) fa dell’Unione Europea l’unico posto al mondo che ha il dialogo sociale come elemento fondante delle sue istituzioni. Certo sta poi alle parti sociali far valere questa possibilità. In Italia vi fu un tentativo di applicazione avanzatissima, fortemente cercato da Trentin e da Ciampi, con l’accordo del luglio 1993, che prevedeva un negoziato annuale sulla politica economica. Accordo troppo presto negletto e ne vediamo le conseguenze nell’era della “disintermediazione” nella quale si è auto dissolta la sinistra italiana. 
I frutti più evidenti e operativi di Maastricht restano dunque la moneta unica (ad aderire alla quale si impegnarono formalmente tutti i Paesi membri, molti esercitando poi l’opt-out) e la Banca Centrale Europea, ridotta a guardiana della stabilità dei prezzi e dell’euro, anziché agente attuatore dei molti accordi di “stabilità e crescita” stipulati successivamente.  La parola austerità non compare mai, tranne che nelle maledizioni di chi all’austerità è giustamente contrario. In queste limitazioni rintracciamo tutte le ragioni della diversa efficacia tra gli interventi della Fed e degli Usa di Obama e quelli della Bce e dell’Unione contro la crisi del 2007-2008 (dalla quale non siamo ancora usciti). La Fed è un’istituzione degli Stati Uniti d’America; gli Stati Uniti d’Europa non esistono e la Bce ha le mani legate. 
Né il Manifesto di Ventotene promosso da Altiero Spinelli né il “Libérer et Fédérer” promosso da Silvio Trentin prevedevano di partire dalla moneta unica; pensavano invece di partire da una comunità federale. Si può tornare indietro e ripartire? No di certo: nel mondo divenuto globale dopo la fine del bipolarismo tutti gli Stati nazionali europei rischiano l’irrilevanza economica e politica. Ciò che i sovranisti (di destra e purtroppo pure di sinistra) non capiscono è che la dimensione nazionale ci consegnerebbe disarmati alla globalizzazione. Purtroppo tutti i Governi degli Stati-nazione membri dell’Unione Europea tendono a difendere le loro competenze, in una certa misura, si potrebbe dire a sequestrare il processo comunitario, per paura di perdere i voti nazionali, per paura di perdere il controllo su ciò che conoscono e si ritengono in grado di controllare (e da questa paura non sono esenti i sindacati). 
Non si può ricominciare, ma si può completare. 
Bisognerebbe capire e spiegare per esempio che soltanto una vera Unione Politica e Sociale potrebbe giustificare la decisione di chiedere alla Bce di comprare eurobond federali per consentire di finanziare politiche comunitarie sovranazionali di sviluppo della formazione, dell’aggiornamento professionale, di una dimensione continentale di Ricerca scientifica e di innovazione tecnologica, di “Green  economy”, di welfare state europeo, di coesione e di integrazione.  L’obiettivo non può che essere ricominciare a pedalare per evitare di cadere, e tornare a parlare con coraggio di Stati Uniti d’Europa, perché popoli e persone non possono emozionarsi e mobilitarsi per mezze misure, hanno bisogno di obiettivi grandi per non perdersi. 
Non si tratta tuttavia di saltare nell’ignoto. Il Trattato sul Funzionamento dell’Unione prevede le cooperazioni rafforzate, che consentono a singoli Stati di andare oltre l’esistente. Il dibattito sul deficit spending è asfittico se resta nazionale, esiziale se cerca di illudere che sia possibile evitare di fare i conti con i mercati, ovvero se cerca di convincere che siano le “stupide regole europee” a impedirci di “attingere al debito” (frase questa sì incredibilmente stupida detta dallo stesso Di Maio che oggi rimprovera giustamente a Salvini di voler ulteriormente aumentare deficit e debito pubblico). Queste dichiarazioni bastano da sole a impoverirci facendo impennare gli interessi sul debito. Ben diverso effetto si produrrebbe se fosse un gruppo di grandi Paesi a decidere di mettere in comune investimenti pubblici (certamente capaci a loro volta di attrarne di privati) in obiettivi di crescita e di sviluppo sostenibili. Se fosse un gruppo di grandi Paesi a decidere di accelerare verso una Comunità Federale (aperta a chi voglia arrivarci successivamente) che guardi agli Stati Uniti d’Europa come obiettivo finale. 
Quando gli ideali incontrano gli interessi gli ideali fanno un gran passo avanti. 
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