Cannes 2019. Palma d’Oro in Corea con “Parasita” di Bong Joon-ho, dramma universale di ingiustizie sociali

Cannes 2019. Palma d’Oro in Corea con “Parasita” di Bong Joon-ho, dramma  universale di ingiustizie sociali

“È il mio settimo film e sto preparando l’ottavo, è stato un regalo essere selezionato per il Festival di Cannes e ancora non credo di avere vinto un premio così prestigioso”, ha affermato ai giornalisti, sabato sera, dopo la cerimonia dei Palmares, il cinquantenne regista della nouvel vague sudcoreana, votato all’unanimità dalla giuria presieduta da Alejandro Inarritu. Il film racconta di una guerra feroce tra poveri, che travolge anche chi è più privilegiato. Nel film perdono tutti.

Un film ambientato a Seul, ma di rilevanza universale. Parasita è un geniale thriller sociale, intrigante, una satira feroce, che propone il melodramma, l’horror, in un perfetto melange di stili differenti. Davvero una tragicommedia d’autore, che invia numerosi messaggi, fa riflettere e dà molte emozioni contrastanti, dal riso alle lacrime. Bong Joon-ho è un osservatore attento della società del suo paese; “mi piace”, ha affermato, “scrivere le sceneggiature dei miei film al tavolino di un bar”. Dirige con un’ironia amara questo dramma familiare, la storia di una famiglia che cerca di sopravvivere facendo lavori precari, per poi riuscire ad entrare al servizio della ricca famiglia dei Park attraverso finte identità ed escamotage per sostituirsi ai collaboratori domestici della casa. Nel film emergono le grandi differenze sociali dove i poveri vivono nei seminterrati come ratti. È un film sulla lotta di classe e la precarietà, un problema universale che può esacerbare i più bassi istinti e innescare violenze inaudite. Una rappresentazione spettacolare dei mali dell’umanità. E ancora una volta un film asiatico, l’anno scorso la Palma andò al Giappone. “Nella realizzazione del film mi sono ispirato ai grandi registi come Alfred Hitchcock e Kim-Ki-duc. Il mio progetto è di fare una retrospettiva sul Cinema Coreano e farlo conoscere nel mondo” ha concluso il cineasta coreano.

Il film della regista senegalese Mati Diop, una vera dichiarazione d’amore al Senegal si porta a casa il gran premio della giuria. È il suo primo lungometraggio ed è un dramma di operai lasciati per mesi e mesi senza stipendio, che si imbarcano per cercare un lavoro migliore in Europa. Al centro del film una bella storia d’amore.

Il premio alla miglior regia è stato invece assegnato ai fratelli Luc e Jean Pierre Dardenne e il premio della giuria ex aequo a Les Miserables di Lady Ly e Bacurau di Mendonca e Dornelles. Il premio per la miglior interpretazione femminile va all’attrice inglese Emily Beecham, per il film Little Joe di Jessica Hausner.

Il premio per il migliore attore è stato consegnato ad Antonio Banderas protagonista del film di Pedro Almodovar, al Festival tra i favoriti per la Palma d’oro. Un riconoscimento quest’anno non scontato e ancor più importante vista la concorrenza di Roschdy Zen il commissario in Roubaix une lumière di Arnaud Desplechin o Pier Francesco Favino bravo interprete di Tommaso Buscetta ne Il traditore di Marco Bellocchio, il nostro film incompreso. “Abbiamo preso decisioni artistiche e non politiche” ha commentato il presidente di giuria Alejandro Inarritu al termine della cerimonia di chiusura. “Ma posso dire che tutti i film trattano della giustizia e ingiustizia sociale. Il cinema cerca di elevare la coscienza del mondo e l’ambizione dell’arte si riflette nel sentire attraverso la frustrazione e gli incubi del nostro tempo quale può essere il futuro, e tutto questo appartiene al linguaggio del Cinema”.

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