Alfonso Gianni. Il falso dilemma del ministro Tria e la necessità logica di tassare i grandi patrimoni

Alfonso Gianni. Il falso dilemma del ministro Tria e la necessità logica di tassare i grandi patrimoni

Non capita spesso che le argomentazioni anche di autorevoli ministri – che peraltro sono davvero pochi in questo governo – vengano di fatto contradette quasi in tempo reale dalla diffusione di dati che più ufficiali di così è difficile immaginare. Mi riferisco al rapporto, che è destinato a diventare annuale, che due giorni fa Bankitalia e Istat hanno congiuntamente diffuso su “La ricchezza delle famiglie e delle società non finanziarie”. Dalla lettura del rapporto emerge un quadro ulteriormente confermato sulla patrimonializzazione della ricchezza nel nostro paese. Dopo tre anni di calo la ricchezza netta delle famiglie italiane nel 2017 è tornata a crescere ed ha raggiunto la cifra di 9.743miliardi, otto volte il loro reddito e più di 4 volte l’ammontare del debito pubblico. Un dato che alla fine del 2017 poneva le famiglie italiane, quanto a ricchezza pro capite, al di sopra di quelle tedesche e, secondo l’Ocse, anche di quelle francesi, inglesi e canadesi. L’abisso delle diseguaglianze in cui è precipitato il nostro paese è testimoniato anche dai più recenti dati ufficiali provenienti dalle statistiche delle Finanze. Se da un lato aumentano  povertà e miseria, fuori e dentro il mondo del lavoro, la stessa  classe media si è ristretta e impoverita, perdendo il 12% del reddito dal 2008 ad oggi. Non solo in Italia, visto che l’Ocse certifica fenomeni simili in molti paesi a capitalismo maturo, ad eccezione, guarda caso, della Francia, ove assistiamo ad un ampliamento della classe media che rende ancora più aspra la condizione di chi sta in basso. Viene confermato che la parte maggiore, quasi la metà, della ricchezza patrimoniale delle famiglie italiane è data dagli immobili (il 49% nel 2017) che dunque continuano a costituire la principale forma di investimento del risparmio delle famiglie, mentre le attività finanziarie hanno raggiunto i 4.374 miliardi di euro, sfruttando il migliore andamento delle azioni, ma con una incidenza inferiore a quanto accade nel resto d’Europa. La preferenza degli italiani per il mattone resta quindi un chiodo fisso.

Dal canto loro le imprese hanno accresciuto la ricchezza lorda rispetto al 2016 con un +3,7% grazie soprattutto all’incremento sensibile della componente finanziaria rispetto alle attività reali in continuo calo da cinque anni. In parole povere sono aumentate tanto la patrimonializzazione della ricchezza italiana, quanto la diseguaglianza della sua distribuzione, come la finanziarizzazione dell’attività imprenditoriale. Fenomeni certamente non ignoti, a chi da tempo studia la trasformazione in atto nel sistema capitalista globale, e puntualmente confermati nel loro aggravamento. Per di più nello stesso giorno nel quale il ministro dell’economia Tria rilasciava un amplissima e articolata intervista al Sole24Ore, in cui  ostentava sicurezza rispetto all’evoluzione della situazione economica del nostro paese. In particolare sulla possibilità che entro pochi mesi le stime della Commissione europea e quelle del governo italiano tornino a collimare, malgrado le attuali rilevanti differenze. Le quali hanno, da un lato,  suscitato perplessità, per usare un eufemismo, anche in campo imprenditoriale, mentre dall’altro hanno dato fiato a una sbilenca retorica sovranista. In sostanza  Tria sostiene che le valutazioni così pessimistiche della Commissione sarebbero fondate su un quadro valutativo “a politiche invariate”, ovvero non considererebbero gli impegni già presi dal governo nella legislazione e nel Def. Se si può definire temeraria una tale tranquillità d’animo, questo è il caso. Infatti non si vede quali misure fin qui adottate o promesse dal governo sarebbero in grado di ribaltare stime negative in particolare per quanto riguarda la crescita  economica, visto anche il calo delle nostre esportazioni, per cause derivanti dalla guerra commerciale internazionale innestata dall’innalzamento dei dazi da parte di Trump. Agli intervistatori del giornale confindustriale che mettono in dubbio la credibilità degli effetti positivi attesi da tali politiche, in particolare le privatizzazioni per 18 miliardi, il ministro curiosamente risponde con un argomento al limite dell’autolesionismo. Dice infatti che è prassi della Commissione non fidarsi degli impegni del governo, anche perché nel passato sono stati disattesi. Mica male. Ma, secondo Tria, questa volta il governo è determinato ad applicare le decisioni assunte, malgrado le baruffe al suo interno, costi quel che costi. Compreso l’aumento dell’Iva, forse con qualche piccolo correttivo nella distribuzione delle aliquote.

Tria si era già dichiarato d’accordo sulla necessità di un simile aumento e avverte, dopo avere liquidato come impossibile la spending review, che per impedirlo bisogna tagliare la spesa, scelta che considera più virtuosa che non aumentare le tasse. “Ma – continua il ministro dell’economia – il problema è decidere dove si taglia”. Appunto. In realtà il ragionamento di Tria andrebbe completamente rovesciato.

La scelta politica da compiere è dove e a chi aumentare le tasse. Tra le due alternative indicate da Tria c’è una terza soluzione che il governo pentaleghista, e anche l’inerte opposizione di Zingaretti, rifiutano di prendere in pur minima considerazione. Si chiama patrimoniale. Naturalmente si tratta di discutere nei dettagli l’entità delle aliquote, delle franchigie per non mettere a rischio il piccolo risparmio, insomma una coerente e responsabile modulazione. Ma da qui non si scappa. A fronte dei dati sopra riportati l’introduzione di una tassa patrimoniale che incida su tutte le forme di ricchezza, mobiliare ed immobiliare, appare non solo indispensabile e socialmente equa, ma persino logica. Altro che flat-tax!

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