Sergio Bellucci. L’economia di mercato è fallita da molti decenni. Il realismo di ragazzi che riempiono le strade e le piazze. Chiedono un altro modello di sviluppo per salvare la vita la pianeta

Sergio Bellucci. L’economia di mercato è fallita da molti decenni. Il realismo di ragazzi che riempiono le strade e le piazze. Chiedono un altro modello di sviluppo per salvare la vita la pianeta

Siamo in recessione! No, ci sarà un boom nella seconda parte dell’anno! I titoli si affastellano sui giornali componendo quasi un urlo. Si lanciano strali dalle televisioni o dai social, si invoca l’urgenza di scelte, ma tutto sembra scorrere in maniera ineluttabile e apparentemente scontata. Il dibattito sulla politica economica (e quindi sulle scelte dei governi) spesso si avvolge dei temi della propaganda dei partiti e diviene quasi indistinguibile. Ma cosa nascondono le differenze esibite, gli sfoghi e gli strali, gli anatemi urlati? A ben guardare, esistono realmente delle differenze di politica economica o rappresentano solo delle “leggerissime sfumature mono-cromatiche” di un unico spartito sempre uguale a se stesso? Sono questi momenti di grande crisi, di grande trasformazione, quelli in cui le persone dovrebbero tornare a farsi delle domande di fondo e sospendere il quotidiano “lasciarsi trascinare” dalle opinioni degli esperti che riempiono le pagine dei giornali e i talk show televisivi. Andrebbero rispedite al mittente, vigorosamente, le richieste che ci giungono, da ogni lato, di schierarci con questo o con quello, secondo uno schema che assomiglia di più a quello del tifo calcistico piuttosto che alla difesa dei nostri interessi “reali”, più o meno immediati.

Nei momenti  di crisi occorre tornare ai fondamentali, lasciando alle spalle discussioni barocche

Nei momenti di crisi, infatti, bisognerebbe avere il coraggio di tornare ai fondamentali, lasciarsi alle spalle le discussioni barocche e sostanzialmente inconcludenti. Serve, invece, comprendere bene dove portano le scelte che ci vengono sottoposte, quali sono gli interessi in gioco che sottostanno a delle scelte e quante partite differenti si sovrappongono nel determinare il quadro di cui si discute. Valutare se le differenti ricette proposte siano, in realtà, diverse visioni di funzionamento del fare umano o solo delle diverse modalità di porre delle “toppe” ad un sistema logoro e incapace di produrre non solo una maggiore giustizia sociale, ma la stessa sopravvivenza della società umana, della sua compatibilità con i cicli viventi e ambientali. Non sembri un paradosso, ma sono molto più realistici e concreti i ragazzi che riempiono da mesi le strade e le piazze del mondo tutti i venerdì, chiedendo un altro modello di economia che salvi la vita sul pianeta, che le roboanti ricette di ministri delle finanze, di capi di governo, di presidenti di commissioni europee o di strutture a-democratiche sovranazionali come il Fondo monetario internazionale, la banca mondiale, l’organizzazione mondiale del commercio. In questi mesi, i partiti attualmente al governo, in particolare il partito del M5S, si affannano ad affermare che con la finanziaria di quest’anno saremmo in presenza di un cambio di politica economica. I partiti all’opposizione gridano al disastro prossimo venturo. Gli uni affermano che la situazione sia drammatica per le scelte appena effettuate; gli altri che è tutta colpa di ciò che hanno prodotto i precedenti governi in decenni di scelte economiche.

Dobbiamo aprire gli occhi  e comprendere il mondo in cui viviamo

Ma esistono differenze sostanziali tra le scelte economiche in Occidente? E, eventualmente, dove sono le novità? E cosa possiamo aspettarci per i prossimi mesi o anni? Per prima cosa dobbiamo partire da delle consapevolezze “scomode”. Iniziamo affermando una cosa oscurata dal dibattito quotidiano: l’economia di mercato è fallita da molti decenni. So perfettamente di suscitare immediata levata di scudi. Può sembrare una affermazione esagerata e fuori logica, fuori luogo nel nostro mondo. Ma se vogliamo parlare di soluzioni, dobbiamo aprire gli occhi e comprendere il mondo nel quale viviamo. Anche se tutta la comunicazione, la produzione culturale, il senso comune, sono elargiti a piene mani per continuare diffondere l’illusione sulla base della quale lo schema economico della domanda-offerta sia l’unico schema possibile per le attività umane, questo schema è sostanzialmente finito con la crisi del ’29.

Da quel momento, infatti, il meccanismo basato sulla domanda e offerta è tenuto in vita da espedienti che hanno illuso di aver trovato correttivi al suo mal funzionamento. Il primo e più grande strumento per provare a garantire un riequilibrio è quello basato sul funzionamento di un gigantesco complesso militare-industriale che poggia su ulteriori due pilastri ineliminabili: la creazione permanente di debito pubblico e la possibilità di derubare la stragrande parte del pianeta delle sue ricchezze in termini di materie prime e di imposizione delle merci da consumare. Andrebbe imposto come libro scolastico e reso obbligatorio, come esame da ammissione alla sfera della politica, la lettura e la memorizzazione di “Confessioni di un sicario dell’economia” di John Perkins, un testo che descrive come il nostro “modello di vita” (si proprio il nostro, il mio e il tuo, questo con i suoi salari malpagati e i diritti mal distribuiti) sia garantito da un permanente esproprio di miliardi di individui e di “terre” lontanissime da noi. Dovremmo ricordarcene sempre quando vediamo un migrante o dal TG ci parlano dell’ascesa di un nuovo leader in un paese.

Senza un intervento pubblico crolla il sistema del libero mercato

Non è vero, infatti, che si possa giungere ad un livello di vita e di società accettabile e compatibile – in termini di garanzia di lavoro, di approvvigionamento energetico e di materie prime, di capacità di garantire ai cittadini cose come una sanità accettabile, dei trasporti capillari, delle strutture formative, da quelle di base a quelle universitarie, accessibili a tutti, un livello di sicurezza sociale e di sicurezza d’ordine pubblico e così via – attraverso il meccanismo della libera intrapresa privata che offre servizi al cittadino-cliente al prezzo deciso dal meccanismo domanda-offerta.

Con la crisi del 1929, infatti, imparammo che senza un intervento pubblico a sostenere la domanda, il sistema del libero mercato crollava su se stesso. Nessuna economia, infatti, poteva “svilupparsi” senza una capacità di spesa e un ruolo pubblico nell’indirizzarla. La politica, quindi, mutava il proprio indirizzo: dal confronto-scontro su diversi meccanismi di funzionamento sociale ed economico, divenne, progressivamente, uno degli assi strategici di funzionamento del solo sistema “possibile”. Cioè dell’unico sistema che il potere, che aveva già raggiunto una sorta di autonomia dagli andamenti “politici”, poteva consentire di mantenere in vita, finanziare e far vivere.La storia umana entrò, al di là delle differenze esibite e di quelle gridate, dentro un periodo di omologazione dei sistemi che non era mai stato raggiunto prima.Le differenze, quindi, si svilupparono, sostanzialmente, intorno al modo con cui spendere i soldi pubblici e una spruzzata di differenziazione sui diritti civili. Immediatamente ci si accorse che per far funzionare il sistema, inoltre, non erano neanche sufficienti tutti i soldi delle tasse pagate, ma serviva prendere in prestito, dal futuro, dei soldi. Soldi, inoltre, che lo Stato, a partire da quei momenti, iniziò a privarsi del diritto di stampare, affidando tale privilegio a dei soggetti privati che poi avrebbero “prestato” quei soldi allo Stato stesso. Cioè generando una spirale di debito che, anche dal punto di vista matematico, non è possibile ripagare.

Due differenti visioni su come  usare gli investimenti pubblici

Intorno a come spendere i soldi pubblici si separarono subito due differenti visioni. Da un lato c’era chi sosteneva che per garantire lo “sviluppo” delle attività lo Stato dovesse fare due cose. Come prima cosa, investire in infrastrutture “strategiche” necessarie alle imprese (e in maniera indiretta alle persone) per facilitare la loro capacità produttiva e distributiva (aumentando la “salute” delle imprese, cioè i profitti, e di conseguenza, secondo loro, in aumento di posti di lavoro – ma eravamo nell’era meccanica e in parte era vero-) e, in secondo luogo, creare un modello di welfare, ma compatibile con la possibilità di far dispiegare al libero mercato anche i servizi alla collettività.

L’altra impostazione, invece, indicava oltre alla creazione di infrastrutture necessarie allo sviluppo dei mercati, la creazione di un welfare pubblico in grado di liberare la maggior parte delle risorse che derivavano dal lavoro per aumentare la capacità di spesa delle persone e delle famiglie. L’idea di questa seconda opzione era che solo aumentando la capacità di spesa delle persone sarebbe aumentata la domanda di merci e questa avrebbe indotto un aumento delle vendite e, quindi, un rafforzamento delle imprese con il conseguente aumento dell’occupazione (anche questo era più vero nell’era pre-digitale, prima della nascita dell’economia immateriale e della scoperta del “valore informazione”, come ci spiega da alcuni decenni il neo premio dell’economia Nobel Paul Romer e come hanno sostenuto alcuni di noi in questi decenni). Anche a questo scopo si affermò l’idea di una pensione “dignitosa”. Una sorta di meccanismo di anticipazione delle risorse dal futuro per poter garantire il funzionamento di una economia di mercato che non sarebbe stata in grado, da sola, di trovare degli equilibri generali e sociali.

Decenni di conflitti sociali potrebbero essere racchiusi in un quesito semplice: i soldi pubblici devono andare alle imprese per migliorare i loro bilanci (e in seconda battuta, ma non obbligatoriamente, in profitti e posti di lavoro) o vanno garantiti alle persone per farle consumare generando la domanda e garantendo il ciclo economico? Insomma, è nato prima l’uovo o la gallina?

I conflitti fra destra e sinistra all’interno dei sistemi occidentali

A seconda di come si risponde a tale quesito ci si può collocare, storicamente, nello schema politico novecentesco.  I conflitti tra destra e sinistra all’interno dei sistemi occidentali nel dopoguerra, infatti, si sono svolti abbondantemente dentro questo ben definito recinto. Quale era l’impostazione della destra? Quale era quella della sinistra? Forse potete immaginarlo da soli. Più curioso è vedere, con questa lente, il dibattito e le affermazioni degli esponenti politici che riempiono le nostre trasmissioni e gli editorialisti dei quotidiani. Provate a ricostruire la mappa da soli, troverete dei risultati sorprendenti.E voi. Dove vi collocate? Siete certi della solidità e della collocazione politica della vostra scelta?Il punto è che, a prescindere da ciò che scoprirete,anche tale schema “drogato” si è incrinato di fronte alla crisi del 2008 e si sta sciogliendo alla stessa velocità dei ghiacciai dell’Artico.

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