Sergio Bellucci. Dinanzi alle innovazioni travolgenti, ogni politica che punti al “ripristino” di meccanismi economici falliti sarà sbagliata

Sergio Bellucci. Dinanzi alle innovazioni travolgenti, ogni politica che punti al “ripristino” di meccanismi economici falliti sarà sbagliata

Il 2019 potrebbe essere ricordato nei libri di storia, ma certamente non per quello che, spesso, i giornali ci raccontano ogni giorno. Movimenti profondi mutano quadri decennali o secolari. Innovazioni fantascientifiche si affacciano con la loro portata di cambiamento in ogni campo della vita e del fare umano. I tessuti etici e morali, ereditati da secoli di relazioni sociali, si sciolgono come neve al sole di potenzialità nuove della nostra conoscenza e della capacità tecno-scientifica raggiunta dall’umanità. Si lacerano blocchi sociali, si cancellano le certezze dei modelli di welfare introdotti con decenni di lotte sociali e politiche. Consapevolezze nuove sull’impossibilità di proseguire sulla strada dello “sviluppismo” prendono forza in una generazione nuova che chiede il diritto al proprio futuro e a quello dell’intera vita sul pianeta.

Questi mesi, infatti, racchiudono un potenziale di rottura, di cambiamento sistemico, di discontinuità che le vecchie forze politiche, sociali e il mondo della cultura, stentano a vedere, tantomeno ad analizzare o provare a capire. Risulta normale, quindi, che spesso le mosse intentate o prodotte da quel soggetto – politico o sociale che sia – o da un altro, risultino inefficaci o, addirittura, agevolino proprio quei processi che apparentemente si dice di voler contrastare o combattere. Non è un caso che spesso, per mancanza di analisi e di una prospettiva generata dalla comprensione della fase, si agisca proprio contro il proprio interesse strategico, non si sfruttino tutte le potenzialità di trasformazione che la situazione propone o, addirittura, si lavori inconsapevolmente agevolando i propri avversari politici o sociali.

Allo stato attuale manca la saldatura che 50 anni or sono consentì, almeno in alcuni paesi, di avanzare una proposta politica in grado di far alzare gli occhi al cielo alle classi subalterne, a chi deve sempre subire i processi e le loro logiche. Nel ’68 la lotta degli studenti si saldò con una nuova capacità rivendicativa e di rappresentanza del mondo del lavoro. La richiesta “politica” di “cambiare tutto” si fondeva con la concretezza di rivendicazioni sociali che ne facevano precipitare le condizioni di una “scalata al cielo”.

Oggi le cose sono più complesse. Le ragioni delle rivendicazioni di una presenza umana che diventi sostenibile con i cicli vitali del pianeta impongono un terreno di confronto diverso con il fare, con la produzione, con il lavoro, con i modelli e i poteri presenti nella società. Le lotte di rivendicazione del mondo del lavoro non possono battere la storica strada della richiesta di un mero aumento della propria capacità di spesa, che si tradurrebbe in aumento della capacità di consumo generalizzata, come accadde nel ’68. Né possono farlo nel momento in cui lo sviluppo della tecno-scienza mette nelle mani delle proprietà aziendali la più grande delle armi: rendere l’idea della occupazione una “variabile dipendente” dalla volontà della azienda di affondare sul livello dell’automazione o meno. L’intero parco dei lavori salariati, nel giro di pochissimo tempo, passerà sotto le forche caudine di un ripensamento totale e, anche gli studi più ottimistici, ci avvertono che oltre il 60% di essi saranno cancellati, inglobati nel nuovo “capitale fisso immateriale” rappresentato dalla Intelligenza Artificiale basata sull’apprendimento automatico. Certo, c’è ancora la promessa degli economisti vecchio stampo, dell’avvento di ipotetici “nuovi lavori”, ma nel frattempo c’è la netta e diffusa sensazione di poter divenire, ben presto, un “elemento produttivo” obsoleto.

Ed è proprio su questo terreno che serve una capacità di ricomposizione di un fronte di lotta che sappia tenere insieme queste apparenti rivendicazioni “contrapposte”. Lo sono, infatti, fino a quando il mondo del lavoro rimarrà soggiogato dal modello del “lavoro salariato”, il modello egemone degli ultimi due secoli e che ha sussunto in sé non solo il fare umano necessario alla propria sopravvivenza e al soddisfacimento dei propri bisogni, ma lo stesso orizzonte di senso della vita, egemonizzato da uno schema che rischia di ingoiare ogni aspetto della realtà. La capacità di ricomposizione di questi fronti di lotta, ma la stessa speranza che l’umanità possa attraversare questa crisi aprendo un nuovo capitolo della sua storia senza passare per un devastante e distruttivo conflitto mondiale, passa proprio per la capacità di produrre una analisi, un pensiero critico, una capacità di ricomposizione del fronte delle lotte che vada oltre lo status quo, oltre l’ordine esistente, oltre gli assetti dei poteri che si sono determinati in questi trent’anni di neo-liberismo sfrenato.

È dentro questo quadro che l’attività umana, il suo fare, il rapporto con l’ambiente che vive, quello con gli altri esseri viventi può ritrovare un punto di equilibrio capace di recuperare il disastro prodotto in questi ultimi due secoli. D’altronde, ogni ipotesi continuista, ogni tentativo di continuare a tenere la testa sotto la sabbia per non vedere i processi in atto, ogni politica che punti al “ripristino” di meccanismi economici sostanzialmente falliti, anche se all’apparenza sembrano assumere una immagine di concretezza e di capacità di fare, risulteranno ben presto scelte drammatiche in grado di anticipare e approfondire una crisi senza rimedio.

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