Roberto Bertoni. Europee 2019. Ciò di cui non si parlerà in questa campagna elettorale

Roberto Bertoni. Europee 2019. Ciò di cui non si parlerà in questa campagna elettorale

Non essendo ancora iniziata, non possiamo sapere di cosa si parlerà nell’imminente campagna elettorale in vista delle Europee di maggio. Qualcuno obietterà che siamo sempre in campagna elettorale e che i temi al centro del sedicente dibattito pubblico sono evidenti, ma non è così. Quella cui assistiamo da tempo, infatti, non è una vera campagna elettorale ma una scaramuccia permanente, i cui protagonisti esprimono ormai un livello politico e culturale abbastanza mediocre, resa ancor più aberrante dalla presenza di un contratto di governo che nulla a che spartire con un contratto alla tedesca o con un’effettiva alleanza programmatica, basata su una comune visione del mondo e dei problemi che lo gravano.

Parliamoci chiaro: l’accordo tra Salvini e Di Maio non ha nulla di naturale. È frutto della follia del PD che, ancora renziano al midollo, l’anno scorso non volle nemmeno sedersi al tavolo con i 5 Stelle, consentendo a un partito che aveva preso meno voti di lui di egemonizzare il dibattito pubblico e di imporre la propria linea politica, al punto che oggi Salvini ha raddoppiato i consensi ed è dato dai sondaggi ben oltre il 30 per cento. Non dico che, se si fosse seduto al tavolo con i 5 Stelle, il PD oggi avrebbe lo stesso consenso del leader della Lega, ma di sicuro non dovrebbe faticare per raggiungere il 20 per cento.

Il governo dei gialloverdi, un’alleanza innaturale

Quanto durerà quest’alleanza innaturale e colma di sbavature, contraddizioni, contrasti e difficoltà dettate dell’impossibilità materiale di conciliare gli opposti populismi non è dato saperlo. Guai, tuttavia, a illudersi che dopo le Europee sia automatica la rottura, in quanto l’equilibrio del potere è un cemento fortissimo e gli assetti che si stanno consolidando non è detto che vengano intaccati dal tangibile calo del partito di Di Maio, soprattutto in mancanza di un’alternativa credibile sul versante progressista.

Ciò di cui non sentiremo sicuramente parlare, pertanto, sono i giovani, i quali, per essere al centro della discussione e dell’attenzione dell’opinione pubblica, hanno bisogno di un forte soggetto di sinistra in grado di mobilitarli e renderli partecipi della battaglia. È così in ogni angolo del mondo, è sempre stato così ed è impensabile che le cose vadano diversamente, dato che i conservatori non hanno alcun interesse all’immissione di sangue fresco nella società e, tanto meno, sono intenzionati a farsi promotori di idee e visioni nuove, capaci di scardinare l’ordine costituito sul quale si fonda il loro consenso e la loro possibilità di condizionare i processi storici.

Peccato che in Italia anche coloro che dovrebbero incarnare un pensiero di sinistra abbiano, da tempo, ben poco a che fare con esso. Peccato che i giovani trovino spesso le porte chiuse, eccetto i polli di batteria che non sono giovani veri ma mediocri portaborse, specchietti per le allodole nonché massimi fautori delle peggiori forme di conservatorismo, nelle quali sostanzialmente sguazzano e dalle quali traggono alimento per inibire la partecipazione alla vita politica di tanti ragazzi e ragazze che potrebbero sostituirli e ottenere risultati di gran lunga migliori.

È proprio questo, se ci pensate, il dramma del PD: aver generato un funzionariato alquanto discutibile ed essersi affidato a dei conservatori con i capelli scuri che ci hanno fatto rimpiangere, non poco, i loro predecessori, mancando totalmente di visione, valori, ideali e prospettive.

Il PD, duole dirlo, si presenta oggi come una città-stato, un soggetto assediato dalla realtà che, però, ha deciso di tirar su il ponte levatoio e chiudersi in se stesso, senza riuscire a far entrare un minimo d’aria fresca dalle finestre, senza comprendere la complessità della stagione che stiamo vivendo, senza immergersi nelle contraddizioni, nei drammi ma anche nelle incredibili potenzialità che questo passaggio d’epoca comporta.

Il rischio che il partito più forte sia quello dell’astensione

E così dei giovani, dei precari, delle donne che hanno bisogno di tutele e diritti e non solo di quote rosa e rivendicazioni minoritarie, degli immigrati, degli ultimi, dei deboli e di tutti coloro che di una sinistra degna di questo nome non ne possono fare a meno, ahinoi, non ne parlerà nessuno. E ancora una volta il partito più forte rischia di essere quello dell’astensione, seguito da quello della rabbia e da qullo della disperazione, i quali garantiscono un conforto temporaneo ma, come è noto storicamente, alla lunga offrono soltanto un cambiamento gattopardesco, ideale per le classi dominanti per conservare e accrescere il proprio potere, lasciando che i poveri combattono una guerra fra di loro che li renderà ancora più poveri, ininfluenti e soli al cospetto di sfide enormi e difficilissime da comprendere e da affrontare

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