Radio Radicale, una lunga, tenace storia di informazione libera che i 5Stelle vorrebbero uccidere per mano del senatore Crimi. Opposizioni sulle barricate, ma occorre fare presto

Radio Radicale, una lunga, tenace storia di informazione libera che i 5Stelle vorrebbero uccidere per mano del senatore Crimi. Opposizioni sulle barricate, ma occorre fare presto

La mancata stipula della convenzione annunciata dal sottosegretario con delega all’editoria Vito Crimi significa decretare la fine di Radio Radicale in modo molto chiaro. “La posizione è molto chiara: l’intenzione del governo, mia e del Mise è di non rinnovare la convenzione” afferma il senatore M5S Crimi che tiene a precisare che “nessuno ce l’ha con Radio Radicale o vuole la sua chiusura ma ha svolto per 25 anni un servizio senza alcun tipo di gara e valutazione dell’effettivo valore”, cioè “come una concessione”. Dopo gli appelli, la mobilitazione, la raccolta firme pare dunque non stare in piedi una possibilità di proroga da parte del Mise. I prossimi passi? Per Crimi è tutto chiaro: “La valutazione è stata fatta: esiste Rai Parlamento, un servizio pubblico, un canale istituzionale che trasmette le sedute parlamentari e delle commissioni. Una decisione che sta nella libertà di un governo, così come le leggi prevedono che si possa, nei limiti di certe risorse, effettuare una convenzione”. Una convenzione in base a cui la Radio attualmente beneficia di 8,33 milioni l’anno, per la trasmissione delle sedute del Parlamento, e di 4,4 milioni di fondi per l’editoria, in quanto organo ufficiale della Lista Marco Pannella. A stretto giro arriva la replica di Radio Radicale che ribadisce che la convenzione con il “Mise si è avviata a seguito di una gara indetta il 1 aprile del 1994 e che da allora il servizio è proseguito in regime di proroga, nonostante Radio Radicale abbia sempre richiesto che venisse rimesso a gara”.

A difesa dell’emittente radiofonica di proprietà dell’Associazione Politica Lista Marco Pannella si ergono le opposizioni che gridano all’emergenza democrazia. Ma arriva anche l’appello del presidente del Senato Elisabetta Casellati: “La voce di Radio Radicale non può essere spenta. Non si può cancellare uno strumento prezioso che per oltre 40 anni ha garantito al nostro Paese un’informazione libera, trasversale, corretta ed estremamente preziosa”. Il primo a mobilitarsi su twitter, però, è stato il deputato Pd (ed ex portavoce di Matteo Renzi) Filippo Sensi, che – già che c’è – butta un po’ di benzina sul fuoco dei rapporti fra gli azionisti di maggioranza del governo: “Intanto Crimi mette a verbale che è intenzione, sua e di Di Maio, di M5S, dunque, di non rinnovare la convenzione. Sarebbe interessante sapere che ne pensa la Lega e se questo è il disegno di tutto il governo. Visti i chiari di luna. Noi con Radio Radicale più di sempre”, fa notare il dem. E nel partito alleato governativo dei pentastellati, la Lega, la posizione non è granitica. L’onorevole leghista Giuseppe Basini ha raccolto alla Camera 24 firme di parlamentari per una petizione “per un servizio così equanime come quello fornito da Radio Radicale che non può chiedere pubblicità”, si tratta “non di una mozione” ma di “24 persone che dicono ‘pensiamoci, può valere la pena mantenere in piedi questa voce libera’”.

La Fnsi tuona: “Quella del governo contro Radio Radicale è una crociata. Ormai non passa giorno senza che il sottosegretario all’Editoria, Vito Crimi, non faccia esibizione di muscoli per ricordare che la convenzione non sarà rinnovata. Questa insistenza dimostra che la decisione non ha niente a che vedere con il riordino del settore dell’editoria, ma è di natura politica e ideologica. La stessa ideologia contraria al pluralismo dell’informazione e alla circolazione delle idee, che si traduce in una guerra sempre più aperta a tutte le voci delle differenze, delle diversità e delle minoranze”. Raffaele Lorusso e Giuseppe Giulietti, segretario generale e presidente della Federazione nazionale della Stampa italiana proseguono: “Una visione che ha portato il governo italiano a votare contro la direttiva europea sul diritto d’autore, nel tentativo di impedire ad aziende editoriali, giornalisti, professionisti e intellettuali di ricevere la giusta remunerazione del proprio lavoro da parte dei giganti della rete. Se queste sono le premesse con cui il governo intende affrontare il tema della riforma del settore editoriale attraverso gli Stati generali, non c’è da aspettarsi niente di positivo, soltanto una gigantesca pantomima con il rischio di dare il colpo di grazia all’intero comparto. Saremo felici, ovviamente, di essere smentiti. Non è un caso, però, che il sottosegretario ribadisca ogni giorno la necessità dei tagli, ma non trovi mai il tempo di dire alcunché sulle tante forme di bavagli all’informazione”.

Per Nicola Fratoianni, segretario di Sinistra Italiana, “Radio Radicale è un patrimonio informativo e culturale collettivo, per l’enorme mole di informazioni che ha raccolto in tutti questi anni e per il lavoro giornalistico che quotidianamente svolge”. Inoltre, afferma Nicola Fratoianni, “decretarne la chiusura, rifiutarsi di intervenire su una situazione così particolare e sulle altre realtà editoriali che informano i cittadini e lo fanno in modo trasparente, professionale, accurato, è semplicemente inaccettabile”. Ed “è il segno di un governo – conclude Fratoianni – che perde di vista il rispetto del pluralismo dell’informazione. Si fermi e trovi una soluzione”.

Scrive su twitter Rossella Muroni, deputata di Liberi e uguali: “Il governo della propaganda e delle fakenews spegne Radio Radicale. Una testata nota per la sua informazione libera, plurale e approfondita che rappresenta un presidio di democrazia. Senza la quale saremmo tutti più poveri e meno liberi”. Le fa eco Francesco Laforgia, senatore di Liberi e Uguali: “Le parole di Vito Crimi non distruggono semplicemente la storia di Radio Radicale, ma attentano alla democrazia e alla libertà di informazione. Ogni volta che una voce libera viene silenziata a farne le spese è la coscienza del Paese. Il governo ci ripensi”. Il capogruppo di Liberi e uguali alla Camera, Federico Fornaro, afferma in una nota: “L’accanimento di questo governo contro Radio Radicale ricorda ogni giorno che passa quello dei regimi non democratici contro la libera stampa. Radio Radicale, infatti – prosegue Fornaro – rappresenta un patrimonio per la nostra democrazia; uno strumento straordinario di informazione e fonte di enorme valore per storici e cittadini informati. Il M5s che ha fatto della trasparenza uno dei suoi tratti identitari, dovrebbe essere in prima fila nella difesa di uno strumento unico che consente a chiunque di costruirsi un’opinione libera su fatti e avvenimenti del passato. Invece il M5s, con il sottosegretario Crimi, è oggi schierata contro il rinnovo della convenzione e quindi per la chiusura di Radio Radicale con buona pace della trasparenza e della corretta informazione dei cittadini”, conclude Fornaro.

E secondo Vincenzo Vita, esperto di comunicazione e informazione, e presidente dell’Associazione per il rinnovamento della sinistra, “Fa impressione la perseveranza nel male del sottosegretario Crimi. Il continuo e funebre evocare la chiusura di giornali e di Radio Radicale mette inquietudine e angoscia”. Inoltre, aggiunge Vita, “Se è ‘una parte del tutto’, è un’avvisaglia di una vera e propria cultura autoritaria. Chiudere Radio e giornali è tipico di un regime. Sul tema di Radio Radicale, poi, sembra proprio che Crimi non conosca bene la storia. L’ipotesi di mettere a gara la concessione per le attività istituzionali e parlamentari fu valutata nel 1997/1998, ma venne infine scartata per l’unicità del servizio reso. Quest’ultimo, infatti, non riguarda solo le attività della Camera e del Senato, bensì il più complessivo racconto della vita pubblica, nonché la tenuta e l’aggiornamento dell’Archivio. Quest’ultimo è unanimemente considerato un gioiello: insostituibile e irriproducibile”. E poi, scrive Vincenzo Vita, “neppure lontanamente è lecito paragonare Radio Radicale con Gr parlamento, un’esperienza considerata marginale dalla stessa Rai. Perché, dunque, il sottosegretario insiste su di una linea ormai contestata dalla gran parte del Parlamento e aspramente criticata da migliaia di sottoscrittori di un appello lanciato qualche settimana fa da numerose personalità della cultura? Perché non si confronta? Forse preferisce che il governo venga ricordato un giorno per le censure e i bavagli?”, conclude Vita.

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