Il caso Cucchi: un carabiniere vuota il sacco, il comandante dell’Arma si scusa e si costituirà parte civile, ma “le responsabilità penali sono personali”. Cronaca di un sistema di pozzanghere melmose

Il caso Cucchi: un carabiniere vuota il sacco, il comandante dell’Arma si scusa e si costituirà parte civile, ma “le responsabilità penali sono personali”. Cronaca di un sistema di pozzanghere melmose

15 ottobre 2009. Stefano Cucchi viene fermato dai carabinieri per spaccio. Viene perquisito e trovato in possesso di 21 grammi di hascisc e tre dosi di cocaina. Il ragazzo, al momento dell’arresto, era in perfetta salute. Morirà il 22 ottobre. La foto del suo cadavere, pubblicata da tutti i media italiani, presentava evidenti segni di percosse. Quel che è accaduto tra il 15 e il 22 ottobre 2009, è una delle tante matasse della storia italiana, tuttora di difficile comprensione. Ma forse la metafora della matassa è troppo “gentile”, forse è meglio parlare di un sistema di pozzanghere melmose, in vario modo comunicanti tra loro.

Fatti strani

Un primo particolare strano è la convalida dell’arresto. Riporta il senatore Luigi Manconi: “a Cucchi venne attribuita una nazionalità straniera e la condizione di ‘senza fissa dimora’, nonostante fosse regolarmente residente in città”. A ciò aggiungiamo il fatto che Cucchi si presentò davanti al giudice barcollando, con ben visibili ecchimosi. È evidente la trasandatezza con cui il procedimento è stato portato avanti. Il giudice stabilisce che Cucchi debba rimanere in custodia cautelare al carcere di Regina Coeli. I particolari strani non finiscono qui. Luigi Manconi, insieme alla sorella di Cucchi, Ilaria, si interessa del caso sin da subito. A distanza di una settimana dai fatti il senatore fa uscire un comunicato in cui solleva alcuni dubbi sulle ricostruzioni ufficiali, centrando l’attenzione sul ruolo dei carabinieri. Manconi viene contattato da un giornalista che si occupava di cronaca di Roma, il quale, “inizialmente provò a chiedermi informazioni, poi cambiò completamente registro e cominciò a contestare gli elementi che a me sembravano dubbi della versione ufficiale. Ecco, avvertii chiaramente che quel cronista parlava per conto dei carabinieri”. Poi le indagini presero una piega diversa: vengono rinviati a giudizio tre agenti della polizia penitenziaria, insieme a tre medici dell’ospedale Sandro Pertini.

Cucchi poteva essere salvato con un cucchiaino di zucchero

Stefano Cucchi, dopo la convalida dell’arresto, viene visitato al Fatebenefratelli di Roma. Vengono refertate una frattura alla mascella, due fratture alla colonna vertebrale, un’emorragia alla vescica ed ematomi su tutto il corpo, specialmente all’addome. I sanitari insistono per il ricovero, a  quanto pare rifiutato dal paziente. In carcere le condizioni di Cucchi peggiorano. Ricoverato all’ospedale Sandro Pertini, il giovane muore. Al momento del decesso pesava solo 37 chili. Le indagini scientifiche sono giunte alla conclusione che la morte del giovane sia stata dovuta ad una forte ipoglicemia. Con questa sono stati riscontrati traumi diffusi che confermano la refertazione del Fatebenefratelli. In aggiunta una forte compressione, anch’essa di origine traumatica, delle strutture toraciche e dell’addome. Ma, nonostante la gravità delle violenze subite, per salvare Cucchi sarebbe stato sufficiente somministrare del glucosio. Cosa che non è avvenuta. “Sarebbe bastato un cucchiaino di zucchero e Stefano Cucchi si sarebbe salvato” scrivono i PM Barba e Loy, che per primi si sono occupati del caso. Tra le mancate cure contestate al personale medico dell’ospedale romano, c’è anche quella di aver volontariamente omesso di “adottare qualunque presidio terapeutico al riscontro di valori di glicemia ematica pari a 40 mg/dl, rilevato il 19 ottobre, pur essendo tale valore al di sotto della soglia ritenuta dalla letteratura scientifica come pericolosa per la vita (per un uomo pari a 45mg/dl), neppure intervenendo con una semplice misura quale la somministrazione di un minimo quantitativo di zucchero sciolto in un bicchiere d’acqua che il paziente assumeva regolarmente, misura questa idonea ad evitare il decesso”. A Cucchi mancarono gli esami e le cure basilari: non un elettrocardiogramma, né la palpazione del polso né il controllo del corretto posizionamento o dell’occlusione del catetere. Quest’ultima negligenza fu molto dolorosa, determinando l’accumulo di una rilevante quantità di urina nella vescica con una risalita del fondo vescicale e compressione delle strutture addominali e toraciche. Gli organi interni di Cucchi erano quindi provati dalle violenze subite e compressi dal basso.

A Stefano Cucchi, inoltre, secondo la ricostruzione dei PM, non sarebbe stata comunicata l’assoluta necessità di effettuare esami diagnostici essenziali alla tutela della sua vita. Chi era in servizio al Pertini si era limitato a segnare sulla cartella clinica il suo rifiuto, motivato dalla volontà di parlare con il proprio avvocato. Un atto meramente burocratico che non teneva conto della gravità delle condizioni del paziente. Nessuno, visto l’aggravarsi del giovane, ha pensato di trasferirlo con urgenza in un reparto più idoneo a prestare le cure necessarie.

La vicenda giudiziaria

Il 5 giugno 2013 la III corte d’assise di Roma condanna in primo grado quattro medici dell’ospedale Sandro Pertini di Roma a 1 anno e 4 mesi e il primario a 2 anni di reclusione per omicidio colposo (con pena sospesa), un medico a 8 mesi per falso ideologico, mentre assolve 6 tra infermieri e guardie penitenziarie, i quali, secondo i giudici, non avrebbero in alcun modo contribuito alla morte di Cucchi.

Il 31 ottobre 2014, con sentenza della corte d’appello di Roma, vengono assolti tutti gli imputati, fra cui i medici.

Il 18 luglio 2016 la corte d’appello di Roma assolve i 5 medici dall’accusa di omicidio colposo perché “il fatto non sussiste”.

Il 19 aprile 2017 la I sezione penale della cassazione annulla la sentenza di appello, ordinando un nuovo processo per i 5 medici dell’Ospedale Pertini, definendo “contraddittoria ed illogica” la precedente sentenza di assoluzione.

Nel settembre 2015 la Procura della Repubblica di Roma riapre un fascicolo d’indagine sul caso, affidandolo al sostituto procuratore Giovanni Musarò. Il legale della famiglia aveva in precedenza esposto al magistrato che un militare dei Carabinieri, Riccardo Casamassima, aveva ricevuto minacce al fine di rendere testimonianza negativa nell’ambito del processo d’appello, e che l’interessato aveva motivo di credere che tali minacce provenissero da uno o più ex-colleghi coinvolti nel caso.

Il 30 giugno 2015 Riccardo Casamassima rende spontanee dichiarazioni relative a quanto accaduto nelle due caserme dei carabinieri dove era avvenuta l’identificazione e la custodia in camera di sicurezza di Cucchi.

Il 17 gennaio 2017 viene chiesto il rinvio a giudizio nei confronti dei militari dell’arma dei carabinieri Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Francesco Tedesco. I reati contestati sono omicidio preterintenzionale e abuso di autorità. I tre sono accusati di aver colpito Cucchi con schiaffi, pugni e calci, facendolo cadere e procurandogli lesioni gravi, divenute mortali grazie alla successiva condotta omissiva da parte dei medici. Sotto accusa anche il maresciallo Roberto Mandolini, che avrebbe “aggiustato” la situazione manipolando i verbali, per aver testimoniato il falso e per aver fatto dichiarazioni che portarono all’accusa degli agenti di polizia penitenziaria, che sono risultati estranei ai fatti.

La verità viene a galla

8 aprile 2019. Francesco Tedesco, uno dei tre carabinieri che “si presero cura” di Cucchi vuota il sacco, raccontando, in corte d’assise, come andarono i fatti. “Al fotosegnalamento Cucchi si rifiutava di prendere le impronte, siamo usciti dalla stanza e il battibecco con Di Bernardo è proseguito. Mentre uscivano dalla sala, Di Bernardo si voltò e colpì Cucchi con uno schiaffo violento in pieno volto. Poi lo spinse e D’Alessandro diede a Cucchi un forte calcio con la punta del piede all’altezza dell’ano. Nel frattempo io mi ero alzato e avevo detto: ‘Basta, finitela, che cazzo fate, non vi permettete’. Ma Di Bernardo proseguì nell’azione spingendo con violenza cucchi e provocandone una caduta in terra sul bacino, poi sbattè anche la testa. Io sentii il rumore della testa, dopo aveva sbattuto anche la schiena. Mentre Cucchi era in terra D’Alessandro gli diede un calcio in faccia, stava per dargliene un altro ma io lo spinsi via e gli dissi a ‘state lontani, non vi avvicinate e non permettetevi più. Aiutai Stefano a rialzarsi, gli dissi ‘Come stai?’ lui mi rispose ‘Sono un pugile sto bene’, ma lo vedevo intontito”.

Tedesco avrebbe redatto una nota riguardante i fatti, protocollata all’indirizzo dei propri superiori. Successivamente il carabiniere si accorse che nella nota “erano state cancellate due righe con un tratto di penna”. “Prima di andare dal pm per essere sentito” prosegue Tedesco “dissi a Mandolini ‘ma ora cosa devo fare?’ e lui mi rispose ‘non ti preoccupare, ci penso io, devi dire che (Cucchi, ndr) stava bene. Devi seguire la linea dell’arma se vuoi continuare a fare il carabiniere”.

Tedesco ha chiesto scusa “alla famiglia Cucchi e agli agenti della polizia penitenziaria, imputati al primo processo”.

La lettera del generale Nistri

Di fronte alle rivelazioni di Tedesco l’arma dei carabinieri si costituirà parte civile contro chi ha perpetrato le violenze contro Cucchi. Il comandante dell’arma, generale Nistri, ha scritto ad Ilaria Cucchi: “il Vostro lutto ci addolora da persone, da cittadini, nel mio caso mi consenta di aggiungere: da padre. Lo abbiamo perché anche noi – la stragrande maggioranza dei Carabinieri, come Lei stessa ha più volte riconosciuto, e di ciò la ringrazio – crediamo nella Giustizia e riteniamo doveroso che ogni singola responsabilità nella tragica fine di un giovane sia chiarita, e lo sia nella sede opportuna, un’aula giudiziaria”.

Il passo del generale Nistri è importante, va a sgretolare il muro di gomma dell’arma che si è sempre chiusa a riccio. Ma, leggendo tra le righe della lettera, notiamo come venga ribadito il fatto che “la responsabilità penale è personale”. Eppure è evidente che se accadono simili fatti esiste un problema di struttura oltre che di responsabilità individuali. Uno dei pilastri della democrazia è la scissione tra corpi militari e corpi di polizia. In Italia abbiamo vissuto la stagione della de-militarizzazione della polizia di stato, che è costata molte sofferenze e mesi di carcere militare per gli attivisti. Forse sarebbe il caso di avviare la stessa procedura sia per l’arma dei carabinieri che per la guardia di finanza. Le filiere di comando militare, lo spirito di corpo, lo schema “noi/loro” tipico degli ambienti militari, mal si adatta al servizio che dovrebbero rendere le forze di polizia ai cittadini.

Gli idioti di famiglia

Non manca, nella vicenda Cucchi, la stupidità italiota, frutto di pregiudizio ideologico e quella tipica violenza piccolo borghese che si fa grande con gli indifesi. Per quel che riguarda la stupidità possiamo citare l’ex ministro Giovanardi, il quale ebbe a dichiarare: “La droga ha devastato la sua vita, era anoressico, tossicodipendente. E poi il fatto che in cinque giorni sia peggiorato … Ma sono migliaia le persone che si riducono in situazioni drammatiche per la droga, diventano larve, diventano zombie: è la droga che li riduce così”. Per quel che concerne la cattiveria, citiamo un altro ministro, Matteo Salvini: “io sto sempre con polizia e carabinieri. La sorella di Cucchi si dovrebbe vergognare per quanto mi riguarda. Mi sembra difficile pensare che in questo, come in altri casi, ci siano stati poliziotti e carabinieri che abbiano pestato Cucchi per il gusto di pestare”. Peccato che “pestare per il gusto di pestare” sia quello che, effettivamente, è accaduto.

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