Arturo Scotto. Perché la nuova destra è un paradosso della storia. Da “Infiniti Mondi”

Arturo Scotto. Perché la nuova destra è un paradosso della storia. Da “Infiniti Mondi”

È una destra inedita, quella che tiene sotto scacco il mondo. Da Mosca a Washington, da Budapest a Brasilia, da Tel Aviv a Roma, da Manila ad Ankara. Non fa più leva sugli spiriti animali del capitalismo per acquisire consenso, ripropone una dimensione militante per alimentare il suo dominio, si accredita ancora una volta attraverso la faccia vincente dei self made man ma intende accarezzare le paure dei forgotten man. Non promette l’araba fenice – che tutti saranno ricchi, facendo soldi grazie al talento, al merito o semplicemente alla fortuna – si limita a garantire protezione. E, dunque, Stato. E’ un paradosso della storia che sia proprio la destra a chiudere il ciclo neoliberista che da trent’anni detta le regole globali, del free trade, dell’estinzione del welfare, del ritiro dello Stato dalla gestione diretta dei grandi asset strategici. Quel ciclo si è nei fatti impantanato con la grande crisi del 2008. E non può rientrare in campo nelle forme precedenti.

Insomma, la destra liberale ha creato le condizioni per il patatrac, la destra della protezione si candida a difenderne le vittime. D’altra parte è stata la destra a chiudere il trentennio glorioso con la rivoluzione liberista di Thatcher e Reagan, ed è oggi nuovamente la destra a inaugurare la rivoluzione protezionista, con l’ingresso di Trump alla Casa Bianca. Un classico esempio di manomissione delle parole, dove “Rivoluzione” diventa appannaggio delle classi dominanti. La cornice dentro cui nasce e si afferma questa egemonia è abbastanza semplice, per molti versi simile ad altri passaggi della storia dell’umanità. Un esercito di persone espulse dalla più grande ristrutturazione del capitalismo di sempre, dove l’automazione ha prodotto il divorzio tra produzione e fatica umana, generando una società dove il lavoro sembra aver perso centralità e peso. La nuova destra appare più pronta davanti alla rivoluzione tecnologica, più contemporanea.

Ha capito prima degli altri che i social network sono una straordinaria piattaforma di controinformazione, capace di veicolare un messaggio semplificato, di fabbricare un nemico permanente, di ristrutturare la memoria dei popoli, di modificare mode e costumi. L’illusione che una rete priva di controlli, di regole, di gerarchie avrebbe liberato definitivamente la persona umana dalle barriere della censura e dal filtro classista dell’accesso alle fonti del sapere purtroppo, al momento, si è rivelata una lettura ingenuamente ottimistica. Che non fa i conti con i rapporti di produzione che anche sul web si dispiegano in maniera potente e pervasiva. Con una lotta per la proprietà intellettuale delle informazioni che sta schiacciando i piccoli e premiando i padroni dell’universo che ancora una volta promuovono economia di carta che si mangia economia reale. La destra dunque capisce e agisce meglio la modernità, usa sapientemente il potenziale dell’algoritmo, sa orientare il flusso delle informazioni.

Che è la grande sfida dei prossimi anni, la vera frontiera su cui la democrazia sopravvive o muore. Attenzione, questa potenza non deriva dal complotto degli hacker russi piuttosto che dalla manina maliziosa di Steve Bannon. Certamente alcune agenzie di senso del conservatorismo mondiale hanno investito danari conseguendo ingenti profitti, ma c’è una leva che va al di là dei flussi di danaro. I social mettono l’individuo davanti a tutto, il proprio vissuto, i propri gusti, il proprio protagonismo. Spezzano i legami collettivi, estremizzano i livelli di disintermediazione, espongono la persona nella piazza pubblica. La conseguenza è la liberazione dai tabù novecenteschi, lo sfondamento della barriera del pudore, l’apoteosi della futilità, la repubblica dei Selfie. Ciascuno diventa promoter di se stesso.

Come avrebbe scritto Philip Roth, la realizzazione della “controvita”. Nonché vettore potentissimo per orientare dei consumi collettivi. Gli sbocchi possono essere persino diversi. Non deve stupire che dentro questo brodo di coltura si siano facilmente inseriti gli intergralismi che a un certo punto si sono dati addirittura un’organizzazione statuale. Non ci siamo mai domandati abbastanza come il Daesh abbia fatto proseliti in quanto primo “webstato” della storia. I video embedded della Guerra Santa in mondovisione, la narrazione particolareggiata delle esecuzioni o degli addestramenti dei combattenti, il racconto apologetico della vita quotidiana a Raqqa, i proclami per il reclutamento individuale si inserivano dentro una strategia straordinaria di mobilitazione agevolata prevalentemente dalla penetrazione della rete.

Proprio come furono centrali i cinegiornali per il consolidamento dell’epopea inarrestabile del fascismo che inaugurava una nuova era proiettata nei secoli oppure – con i dovuti distinguo – le immagini della guerra civile in Spagna per convincere i volontari ad arruolarsi nelle brigate internazionali. Insomma, i conservatori di tutte le risme hanno vinto la guerra della propaganda perché hanno capito meglio le opportunità dispiegatesi dal ripiegamento della globalizzazione. Hanno compreso che quando l’individuo e’ solo, precario, sfruttato, impoverito ha bisogno di un passepartout per dichiarare al mondo che esiste. E di un’identità che lo rassicuri. Ed hanno allo stesso tempo intuito che questa disperata domanda di senso necessita di un riferimento politico in grado di decifrarla per recuperare un posto e un ruolo nella società della solitudine.

E’ l’antropologia che viene plasmata dalla ristrutturazione del capitalismo delle informazioni, dove l’individuo crea plusvalore attraverso il mezzo che usa per raccontare storie, selezionare preferenze, segnalare bisogni. Come faceva dentro questo quadro la destra a non trarne un vantaggio competitivo? Il web – rampa naturale di lancio di messaggi radicali – si è rivelato lo spazio più congeniale per seminare credenze ancestrali, riesumare tradizioni sepolte, fecondare notizie false capaci di mettere all’indice nemici immaginari. Insomma, il populismo digitale. Venuto meno qualsiasi disegno progressivo di trasformazione della società, la domanda di governo dei processi e’ arrivata naturalmente tra le mani di chi aveva in tasca la risposta più immediata. E riadattava ricette antiche spacciandole per risposte nuove, annunciando una nuova stagione di paternalismo di stato. Torna la vecchia domanda: chi plasma il mondo?

Ci sono somiglianze profonde tra tutte le destre sovraniste intorno ad alcuni asset fondamentali: l’estremismo religioso, la retorica antimigranti, il protezionismo commerciale, il patriottismo indotto, l’antiscientismo, il maschilismo esibito, il negazionismo dei cambiamenti climatici. Guardiamo il caso di Israele: il paese che oggi può essere maggiormente rappresentativo di una destra sovranista capace di parlare alle destre di tutto il mondo. Innanzitutto, Netanyahu, un leader stabilizzatore, formatosi nelle accademie conservatrici statunitensi, un trascorso di businessman, arrivato al potere anche contro la destra moderata, liberandola dal tabù della continuità con lo stato edificato intorno ai kibbutz socialisti, capace di saldare un accordo inossidabile con la parte tradizionalista e ultraortodossa di quel paese. Israele si è trasformata, un paese di migrazioni permanenti è diventato un luogo di profonde divisioni etniche, armato fino ai denti, con una radice reazionaria di massa che ha espulso definitivamente la sinistra laica dall’orizzonte del governo. La Legge Fondamentale, approvata nel luglio scorso, che ha cambiato la Costituzione dei padri fondatori rappresenta la trasformazione di Israele in uno stato potenzialmente monoreligioso, monolinguistico. Insomma, un’involuzione sudafricana di un paese che era nato su ben altri presupposti. Mettendo da parte un momento il conflitto ultradecennale con i palestinesi, con il suo gigantesco risvolto geopolitico, la definizione di Israele come esclusivo “Stato Ebraico” rappresenta la costituzionalizzazione della extraterritorialità di quel paese rispetto alle leggi internazionali, alle risoluzioni delle Nazioni Unite, agli accordi firmati agli inizi degli anni novanta. Se si guarda il dibattito tra i progressisti e la destra durante il varo della riforma costituzionale alla Knesset si possono notare molte analogie rispetto alla discussione europea tra antisovranisti e sovranisti, tra fautori della società aperta e della società chiusa. Le stesse linee di frattura. E il tessuto di alleanze internazionali che si è creato attorno alla leadership di Bibi: sono l’Ungheria di Orban, gli Usa di Trump, il Brasile di Bolsonaro, oggi persino l’Italia di Salvini ( con la flebile opposizione dei Cinque stelle ) ad andare in soccorso della richiesta di spostare le ambasciate da Gerusalemme a Tel Aviv. Un atto di guerra.

Perché Israele come modello pilota? Perché lì si è compiuta la rivoluzione della destra, ovvero la costruzione di una democrazia senza alternativa. La cosiddetta democratura. I laburisti prendono voti ormai soltanto nei quartieri borghesi ed europeizzati di Haifa e Tel Aviv, la destra politica e la destra religiosa nelle aree disagiate e nelle migrazioni nuove dall’est. Qui il fenomeno dell’urbanizzazione della sinistra politica ha preso piede prima e la sua sconfitta culturale – sia sul terreno del processo pace sia su quello della difesa dei diritti civili – è stata drammatica. Con conseguenze incalcolabili su scala globale, a partire dall’involuzione dell’intero Medio Oriente. Tant’è che riprende dopo una stagione breve un’emigrazione al contrario verso gli Usa e l’Europa, una sorta di contro Aljhah ( rientro degli esiliati in ebraico ) dei ceti maggiormente avvertiti che vedono crescere l’intolleranza verso il pensiero laico, la discriminazione nei confronti degli arabi, la marginalizzazione degli intellettuali e il ridimensionamento della informazione libera.

Come scriveva il grande scrittore israeliano Amos Oz – recentemente scomparso –: “Nel mio mondo, la parola compromesso è sinonimo di vita. E dove c’è vita ci sono compromessi. Il contrario di compromesso non è integrità e nemmeno idealismo e nemmeno determinazione o devozione. Il contrario di compromesso è fanatismo, morte”. Parole profetiche, perché la democrazia senza compromesso è la strada più rapida verso la guerra. Come si fa a non vedere che queste analogie sono parte di un vasto programma che sta cambiando i connotati del mondo? E che, in ogni caso, apre contraddizioni difficilmente componibili anche tra regimi politici convergenti? Nonostante i cinguettii tra Trump e Putin e, persino inquietanti legami economici sottobanco costruiti durante la campagna della Casa Bianca, i due paesi viaggiano sempre di più verso la rotta di collisione nucleare. La scelta degli Usa di uscire dall’accordo sul nucleare con l’Iran e persino dal programma russo-americano Inf per la riduzione delle testate ci mette davanti a una nuova stagione di deterrenza, di divergenze geostrategiche di una destra che propugna una medesima ideologia ma persegue interessi che nel lungo periodo contrastano. Non credo esista davvero un’internazionale nera, mi sembra una costruzione immaginaria e persino troppo comoda, perché questa filiera mondiale si inceppa ogni volta che una porzione di territorio viene contesa, un pezzo di debito pubblico deve essere socializzato, un investimento infrastrutturale deve varcare un confine. Siamo al sovranismo preterintenzionale, utile per vincere una campagna elettorale, ma che salta in aria nel momento in cui deve diventare gestore globale dei processi, che va in frantumi davanti al primo dazio commerciale. Ma che ha effetti giganteschi ovunque.

Mettiamo il caso di Bolsonaro. Lì l’establishement non ha mai tollerato che un metalmeccanico come Lula potesse dirigere un paese di 100 milioni di abitanti per un decennio. Una reazione di regime lo ha messo fuori gioco per via giudiziaria e ha finanziato l’ascesa di un ex militare nostalgico della dittatura delle torture, delle marcette nazionaliste, dei campi di detenzione politica. Un incubo spinto anche dalla destra religiosa, dove abbiamo assistito alla crescita poderosa delle chiese evangeliche che via via hanno cacciato dalle periferie le strutture cattoliche. La prima ed evidente crepa nel papato di Francesco. Proprio in America Latina, proprio dalla fine del mondo da cui aveva annunciato di arrivare Bergoglio. Lì si consumerà il conflitto ambientale più grande del nostro tempo, nonostante l’accordo di Escazù in Costarica dello scorso anno che ha messo insieme movimenti ambientalisti e governi del Centro e dell’America Latina. Dallo sradicamento del movimento Sem Terra alla deforestazione dell’Amazzonia. La deturpazione dell’ultimo grande polmone verde del nostro pianeta avrà conseguenze incalcolabili sul clima e sulla sfida di Katowice, già fortemente indebolita dal rifiuto degli Usa di adeguarsi alla strategia di riduzione delle emissioni. Le scelte di politica interna del Brasile sul piano ambientale saranno pagate dal l’intero pianeta. Dunque, la destra mondiale che parla del recupero delle radici, che guarda al piccolo mondo antico di una società protetta, che alza i muri di cinta contro le invasioni barbariche, asseconda le spinte più atroci del consumo infinito del suolo. E dunque concorre all’estinzione della specie umana, la partita più grande che è davanti a noi nel prossimo secolo. L’unica risposta fino ad oggi a questa cavalcata trionfale della destra globale viene dalla Cina, col suo modello di capitalismo senza democrazia, di libertà economica senza libertà civile, di benessere senza diritti, di liberismo senza liberalismo per usare Croce. Essa oggettivamente ribalta il compromesso sociale su cui si fondano le democrazie occidentali, perché risulta il paese dove la politica ha ancora una forte autonomia, un potere costituente che conta, che pesa, che decide, ma privo di qualsiasi sanzione popolare.

Se inquadriamo così il mondo capiamo che l’Italia non è una monade, una provincia isolata in un globo che va da un’altra parte. Il mondo sembra remare in una sola dimensione. E’ assolutamente vero che la destra arriva per errori soggettivi di una sinistra che si è collocata dalla parte opposta rispetto ai perdenti della globalizzazione. E nella versione estremizzata del ciclo renziano ha raccontato un’Italia del successo che non esisteva nella realtà, ha parlato di quelli che ce l’avevano fatta e non dei molti che erano scivolati fuori dai circuiti dell’inclusione sociale. Ha subito il fascino resistibile di un capitalismo italiano allergico alle sfide dell’innovazione, ma sensibile alle prebende di un potere istituzionale largo di maniche, attraverso bonus, incentivi e riduzione dei diritti del lavoro. Così accade che la destra si trova il lavoro sporco già fatto, cogliendo però i frutti di un disagio popolare diffuso contro la casta e contro i privilegi. Sigla un patto – agevolato dall’immobilismo demenziale di una parte della sinistra – con il partito più forte nel sud – un voto su due, nemmeno la Dc degli anni cinquanta – e inaugura la versione più avanzata del populismo di governo finora sperimentata in Europa. Una discesa al potere ( ascesa no, perché si poteva evitare essendo la Lega Nord arrivata terza ) che può diventare stabilizzazione di un blocco di valori e interessi destinati a seminare nel tempo pillole di egemonia.

Salvemini scriveva di Mussolini che era antirazionale, istintivo, antiintellettuale, pragmatico e il suo trionfo aveva innanzitutto origine in una borghesia che aveva scelto la strada dell’abdicazione intellettuale. Una borghesia che anziché comportarsi da élite, si era rapidamente trasformata in establishement. Le analogie con il Salvini di oggi sono oggettivamente impressionanti. Il suo vitalismo esibito, la comunicazione istantanea dell’azione ministeriale, l’uso del corpo come proiezione politica, l’antologia twittarola del cinismo antibuonista, il disprezzo verso la subcultura progressista, la retorica patriottarda del Prima gli Italiani, sono soltanto alcune delle tracce di una continuità storica con un paese che non ha mai ripudiato fino in fondo il ventennio. Attenzione, urlare al ritorno del fascismo sarebbe ridicolo, le basi storiche di quel progetto sono completamente diverse.

Evitare di unirsi al coro delle “prefiche” che tante volte anche a sinistra hanno sbagliato analisi, non significa tuttavia sottovalutare il pericolo. Innanzitutto di sistema, il Censis ha parlato di sovranismo psichico, di un ritorno a una domanda di protezione che è prevalentemente la proiezione di paure. Quando accade questo, la domanda di giustizia sociale si perde nel giustizialismo penale. E si apre maggiore spazio all’arbitrio del potere, si riducono gli spazi di garanzia per tutti. Perché la scorciatoia principale è quella della caccia al nemico interno e soprattutto esterno, l’alibi intramontabile di ogni regime che si rispetti. E così via al restringimento dei permessi umanitari, allegamento delle maglie della legittima difesa, blocco navale simulato attraverso la chiusura dei porti. E poi la guerriglia all’Europa, dalla polemica classica alla burocrazia fino al dileggio rispetto a una deriva etilica dei vertici della commissione, per concludere con l’ossessione anti Soros, capofila di quel feticcio – utile per tutte le stagioni – della presunta finanza ebraica, evidentemente alibi di ogni aspirante dittatore.

Gioco facile, nel momento in cui lo spazio politico europeo diventa meno attrattivo, schiacciato dal dualismo Usa-Cina, periferico rispetto ai processi di cambiamento in corso nel Mediterraneo, indebolito sul piano economico e finanziario, inconsistente sul terreno democratico. Gli ingredienti per un consolidamento di questa destra inedita ci sono tutti. Eppure le crepe di questo patto possono aprirsi in ogni momento. La Lega si presenta come il partner più strutturato, figlio di una destra carsica che ha attraversato diverse stagioni della Repubblica Italiana, radicato in centinaia di realtà amministrative, espressione di una classe dirigente prossima al territorio, dotata di un bagaglio relazionale che non si è scalfito nemmeno nella stagione buia degli scandali bissiamo. Dunque, un partito radicato, con i tentacoli che si allungano sulla penisola, con una retorica che l’avvicina a una destra nazionalista lepenista, ma con il portafogli ben piantato al Nord. Che paradossalmente in questa fase svolge – con la sua filiera produttiva legata al potere regionale del Carroccio -una funzione moderatrice rispetto alle spinte euroscettiche: il sistema imprenditoriale di questo pezzo di paese si colloca all’ultimo vagone della locomotiva industriale e manifatturiera della grande regione del superPil continentale, dalla Rodano alla Baviera, e non vuole deragliare dai binari. E che allo stesso tempo spinge per un federalismo discriminatorio, per quella che acutamente il Prof. Viesti ha definito “secessione dei ricchi”. In sostanza, questa nuova destra nazionalista continua ad avere in testa un paese a più velocità, meno tasse al nord e un po’ di assistenza al mezzogiorno attraverso un reddito di cittadinanza sempre più scolorito. Ha capito la domanda di politiche pubbliche che viene dal Sud dopo anni di tagli ai trasferimenti e di crisi economica, di disgregazione sociale e di desertificazione produttiva, ma non lo traduce con la spesa pubblica in investimenti diretti. Preferisce l’elargizione dei sussidi e trattenere la maggioranza delle opere infrastrutturali nella parte già più ricca del paese, scontando persino qualche frizione con il partner principale di governo.

La Lega dunque succhia il sangue dei grillini, riscrive il patto fiscale a vantaggio delle regioni dove governa, si comporta al Sud alla stregua un esercito coloniale che prova ad offrire al popolo un po’ di stato compassionevole in cambio di pace sociale. Ed ha trovato ad accoglierlo, spianandogli la rotta, degli ascari formidabili che gli hanno portato milioni di voti in dote per realizzare il suo progetto trentennale. Si chiama eterogenesi dei fini e farà molto male ai meridionali. Questa strategia non è nuova e rischia di trovare un accondiscendenza significativa da parte di classi dirigenti che inseguono da sempre l’uomo forte ( hanno investito ieri su Berlusconi, si sono invaghiti per un po’ di Renzi, oggi potrebbero scommettere su un Salvini che toglie la felpa e indossa il doppio petto ) e sono disposte al solito scambio: a noi meno tasse e più condoni, senza sganciarci dall’eurozona, al leader leghista mano libera sulle libertà politiche e civili. Questo compromesso potrebbe dirigere il paese per un po’ di tempo e concedere alla Lega il bastone del comando, magari depurato dal dilettantismo dei grillini, che usciranno sfibrati dalla prima vera prova di governo. E con una democrazia nei fatti bloccata: una Lega peninsulare alleata con quel che resta del Centrodestra postberlusconiano, i Cinque Stelle ricacciati in una opposizione ribellistica – nonostante i numeri ancora alti – e i resti del centrosinistra fuori gioco per anni, abbarbicati nei centri storici delle metropoli urbane. Esattamente la trappola israeliana. Ciò  impone alla nostra parte una riflessione che è innanzitutto di rilievo generale. Bisogna scavare nel nucleo di verità che sono alla base della vittoria dell’avversario, perché essere diversi non significa coltivare una presunta superiorità morale. Questa destra ha il volto popolare, annusa i sommovimenti sociali, esige sovranità perché la gente vuole decidere il proprio destino e non delegarlo a organismi a-democratici, promette protezione perché la fine del welfare ha spinto la maggior parte della società ai margini.

Non possiamo guardare questi sentimenti dall’alto verso il basso. Per questo la sinistra non può ripensarsi al tempo dei sovranismi se non in una dimensione internazionale, direi addirittura internazionalista. Partendo dalla necessità di riprendere in mano la battaglia della riforma della finanza, della riscrittura di regole globali per la difesa del lavoro, della gestione pubblica del trattamento dei dati personali che devono essere fuori dalla logica spietata del mercato. Una moderna critica del capitalismo impone la rivalutazione delle politiche pubbliche, una battaglia globale per un nuovo compromesso tra tempi di vita e tempi di lavoro di fronte alla crescita debordante dell’intelligenza artificiale, la scommessa dell’economia circolare, una dimensione nuova della sovranità europea a partire da un Parlamento costituente della zona Euro e una riforma in chiave espansiva dei trattati, come propone Piketty insieme ad altri economisti. Torna, con una drammatica attualità, la profezia di Enrico Berlinguer del discorso dell’Eliseo: “la politica di austerità quale è da noi intesa, può essere fatta propria dal movimento operaio proprio in quanto essa può recidere alla base la possibilità di continuare a fondare lo sviluppo economico italiano su quel dissennato gonfiamento del solo consumo privato, che è fonte di parassitismi e privilegi, e può invece condurre verso un assetto economico e sociale ispirato e guidato dai principi della massima produttività generale, della razionalità, del rigore, della giustizia, del godimento di beni autentici, quali sono la cultura, l’istruzione, la salute, un libero e sano rapporto con la natura…». Dunque, una rivoluzione dei commons, dei beni comuni, da sottrarre a processi incalzanti di privatizzazione.

Ed, infine, la ricostruzione di luoghi fisici. Può apparire secondario, ma aver separato il fare politica dal fare società è stato il principale tassello della perdita di egemonia della sinistra in tutto il mondo. E laddove essa rialza un po’ la testa rispuntano casematte, dove il conflitto sociale ritorna ad avere una funzione unificante. La sinistra deve tornare ad essere fisica per diventare davvero virale. In questi anni invece ha assecondato l’ideologia della democrazia di mandato, pensando che bastassero episodici eventi plebiscitari per reinsediare una comunità politica che lotta, che partecipa, che dà il suo contributo fondamentale alla vita democratica del paese. Evidentemente non bastava. Produceva leadership solitarie, ma non gruppi dirigenti collettivi. Occorre una nuova trama comunitaria, un nuovo compromesso tra tecnologia e genere umano, un’ideologia della cooperazione e non della competizione. Liberarsi definitivamente dal “dilemma del porcospino” che, per non usare gli aculei, si isola dal resto della società. E non soltanto muore di solitudine, ma non riesce nemmeno a ripararsi da questo lungo e freddo inverno della destra. 

Share