Alfonso Gianni. Quale leva per rifondare l’economia?

Alfonso Gianni. Quale leva per rifondare l’economia?

Venerdì l’ex vicedirettore generale di Bankitalia, Pierluigi Ciocca ha tenuto, in una severa aula dell’Accademia dei Lincei, un’importante ed interessante lectio brevis dal titolo già esplicito “Una economia da rifondare”. Il che non lasciava dubbi sulle intenzioni del suo autore e sul carattere programmatico della sua conferenza.  Infatti Ciocca ha fatto seguire alla pars destruens, dove ha dipinto con spietate pennellate lo stato della nostra economia e le relative responsabilità, una pars construens in sette punti, che peraltro riprendevano argomenti trattati con ben maggiore ampiezza nel suo ultimo libro (Tornare alla crescita, Donzelli, 2018). Pur essendo ben consapevole di configurare  un vaste programme – la citazione di De Gaulle non poteva mancare –, Ciocca ha insistito che il raggiungimento di quegli obiettivi “si devono pretendere da chi governerà l’Italia e da un’Europa meno teutonica, meno ordoliberale”.

Dopo avere ricordato che dal tempo di Cavour non succedeva che lungo due decenni il Paese non progredisse e avere citato Keynes sull’autofinanziamento degli investimenti in quanto generatori di reddito e gettito fiscale, Ciocca ha snocciolato le sue proposte in tema di debito pubblico, investimenti pubblici, diritto dell’economia e amministrativo, concorrenza, distribuzione del reddito, Mezzogiorno e infine Unione europea.

Su alcuni di essi si può cogliere qualche elemento troppo fragile o contradditorio, come reclamare giustamente almeno un “doppio mandato” per la Bce (in realtà ne aggiunge un terzo, il credito di ultima istanza) cioè conciliare la stabilità dei prezzi con la piena occupazione e allo stesso tempo difendere il ruolo autonomo della Banca d’Italia, non solo dal mondo degli affari, ma da quello della politica, come se non fosse stata proprio quella separazione, fatta in Italia nel 1981, a costituire il modello su cui la stessa Bce è stata fondata.

Ma questa obiezione dimostra che è proprio su questi punti che la discussione dovrebbe approfondirsi, poiché per costruire un’alternativa all’attuale Esecutivo e alla governance dell’Europa non basta la denuncia cui la realtà fornisce corposi argomenti, ma è indispensabile mettere in campo un diverso progetto di politica economica. Il merito di Pierluigi Ciocca sta dunque soprattutto nell’avere instradato lungo questo percorso programmatico la discussione che ci auguriamo possa davvero svilupparsi, anche nel corso della imminente campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo.

Per Ciocca hanno deluso tanto gli Stati quanto le imprese. Se questo è sicuramente vero, è però difficile immaginare che la svolta per la rifondazione dell’economia possa giungere dagli stessi soggetti che l’hanno condotta in così grave declino. Nelle conclusioni finali Ciocca ha voluto appellarsi, oltre che a un ipotetico nuovo governo ben al di là da venire – e di cui non si intravedono neppure le premesse – alle imprese, visto che “la produttività dipende in ultima analisi da loro”. Ha cercato di scuotere la neghittosità degli imprenditori, portando loro esempi virtuosi, o quasi, del passato, in cui le sfide vennero accettate e vinte.

Il guaio è che la condizione attuale è strutturalmente diversa dai tempi di Giolitti come da quelli del miracolo economico post bellico. Le due circostanze storiche citate da Ciocca. Questa grande crisi economica, ben presente nelle battute iniziali della lectio brevis, ha messo in luce non solo quello che già si sapeva e cioè che il capitalismo è quel sistema che passa da una crisi all’altra, ma che essa si svolge avendo sullo sfondo un cambiamento epocale che vede declinare il secolo americano e spostarsi il baricentro economico e politico ad Est. In questo percorso le stesse magnifiche sorti progressive della globalizzazione segnano il passo, cambiando alla radice i meccanismi su cui la crescita si era innestata nel passato.

Il finanzcapitalismo, quello estrattivo, quello delle piattaforme danno luogo a nuovi meccanismi di accumulazione, ove perde peso l’allocazione su scala globale di nuovi impianti e macchinari – anzi i fenomeni di reshoring, cioè il ritorno a casa di aziende manifatturiere o parti di esse sono sempre più frequenti –  mentre cresce il ruolo della tecnologia digitale connessa con il dilagare del lavoro precario. Il massimo della modernità fondato sul lavoro servile. Per di più Ciocca avverte le imprese che “lo Stato non ha risorse per soccorrerle, né per una nuova Iri che le rilevi”.

Ma allora perché puntare tutto su questi due soggetti, Stato e imprese, che poi si riducono alle seconde per inconsistenza del primo, e non chiamare in causa un altro attore che per quanto frantumato e umiliato si estende a livello globale, cioè il mondo del lavoro? Maffeo Pantaleoni, dice Ciocca, parlava della concorrenza come la “minaccia” che può costringere le imprese all’efficienza. Ma più ancora fece e potrà fare quello che Claudio Napoleoni chiamava il “residuo”, ovvero l’irriducibilità dell’uomo al completo asservimento al capitale che può spingerlo all’innovazione del cosa e del come produrre. È vero, non ci sono più le fabbriche di una volta. Ma lo sciopero di Stradella ha dimostrato che una manciata di sabbia nei meccanismi della distribuzione può riaffermare un protagonismo sopito. Se dunque in qualche cosa bisogna pur sperare, come ha affermato Ciocca, malgrado che il quadro sia così tetro, vale la pena di farlo più sul versante del lavoro che non in quello dell’imprenditoria.

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