Alfonso Gianni. Il disegno politico e sociale della manovra economica del governo

Alfonso Gianni. Il disegno politico e sociale della manovra economica del governo

Si può dire che la parola chiave delle 164 pagine, oltre quelle introduttive,  del Documento di Economia e Finanza (Def) sia “prudenza”. Già nella Premessa il Ministro dell’Economia avverte che “le previsioni ufficiali sono e devono essere di natura prudenziale”. Il che significa che in fondo ha vinto la linea di Tria, la più filoeuropeista nel governo. Nei giorni scorsi il Ministro dell’Economia era stato al centro di un tiro al bersaglio da parte dei due dioscuri governativi. Entrambi volevano che si presentasse un quadro ottimistico (d’altro canto Conte non aveva detto che l’anno 2019 sarebbe stato bellissimo?), ben consapevoli che l’esposizione delle cifre reali avrebbe suonato come una campana a morto per la politica economica del governo. Tria ha invece resistito a farsi imporre la solita operazione Matrix, quella cioè di coprire con una pellicola virtuale l’economia reale, convinto che il braccio di ferro con l’arcigna Commissione di Bruxelles non potesse essere fatto partendo con cifre truccate. Per questi motivi il varo del Def è stato rapidissimo, solo una mezz’ora di Consiglio dei ministri, ed è saltata pure la tradizionale conferenza stampa, quasi che si volesse nascondere il Def sotto il tappeto.

In effetti sulla base delle cifre del Def il governo legastellato ha ben poco da gioire. Solo nel gennaio di quest’anno i documenti ufficiali prevedevano una crescita di un punto percentuale di Pil. E già allora nessuno ci credeva. Ora tale risultato non è nemmeno previsto per il 2022, cui la tabella del Def accredita un triste +0,8%. Per il 2019 si prevede una crescita limitata allo 0,2%. La differenza quindi tra il quadro tendenziale e quello programmatico, ovvero quello che dovrebbe includere gli effetti delle nuove misure varate dal governo, è minimo, per l’esattezza pari a uno 0,1% in più. E’ quindi chiaro che al Ministero dell’Economia nessuno crede alle virtù miracolistiche di incremento della crescita, né del cd. reddito di cittadinanza, tantomeno di quota 100 (come farebbero infatti a spendere di più i “quotacentisti” se l’assegno pensionistico si abbassa?), ma neppure dei tanto decantati decreti “crescita” e “sblocca cantieri”, quest’ultimo giustamente ridefinito dalla Cgil “sblocca porcate”, visto che non farà altro che rendere ancora più insicuro un lavoro che è già causa di tanti morti. Né arrivano certo buone notizie per l’occupazione, visto che il Def prevede un aumento del tasso di disoccupazione dal 10,6% del 2018 all’11% del 2019 con tendenza peggiorativa per l’anno successivo.

In un quadro di questa natura il famoso deficit, oggetto di tanta contesa con Bruxelles nei mesi scorsi, è destinato a salire al 2,4%, ma non per un aumento della spesa in investimenti, quanto per l’assistenza all’accresciuta disoccupazione e per le minori entrate fiscali. A quest’ultimo riguardo il Def si mantiene vago su un punto che invece è decisivo per il governo, ossia la flat tax. Quando ne parla, dopo un fugace accenno nella premessa, lo fa in termini negativi, considerandola, assieme alla eventuale sterilizzazione delle clausole sull’Iva, come la causa di minori entrate per circa 47,5 miliardi nel triennio 2019-2021. La risoluzione di maggioranza votata giovedì dice che l’Iva non deve aumentare e contemporaneamente vuole anche la flat tax .  Ma allora il deficit 2020 non sarebbe del 2,1, come dice il Def, ma almeno del 3,1%. Solo che allora l’inflazione diventerebbe pari all’1% (e non al 2% come dice il Def). Conseguentemente il rapporto tra debito  pubblico e Pil non scenderebbe di 1,3 punti (da 132,6 nel ’19 al 131,3 nel ’20, come scrive il governo) ma al contrario salirebbe di un +0,7%. Insomma, anche con tutta la prudenza che Tria ci ha messo i conti non tornano.

D’altro canto Tria insiste nella contrarietà all’introduzione di una tassa patrimoniale soggettiva, come ha riproposto recentemente Maurizio Landini, e nella convinzione che non vi sarà bisogno di una manovra correttiva di sette o otto miliardi, che pare invece sempre più probabile quanto impopolare. Ma a guardare bene una correzione c’è: infatti la Legge di bilancio contiene una clausola che, in caso di deviazione dall’obiettivo di indebitamento netto, prevede il blocco di due miliardi di spesa pubblica. Sulla base di queste cifre il discostamento dall’obiettivo è ormai provato, quindi, afferma il Def: “Il governo attuerà tale riduzione di spesa”.

La risoluzione con cui la maggioranza ha dato il via libera al Def sembra rispondere in primo luogo all’esigenza di stemperare in un riassunto del contratto  di governo, le tensioni che si accumulano nella maggioranza. Il grande clangore di spade sulle richieste incrociate di dimissioni per la Raggi e per Siri si attutisce nel mare di parole che cercano di nascondere l’impietoso quadro dell’economia italiana fatto da Tria. Il punto chiave per i pentaleghisti resta evitare l’incremento dell’Iva e contemporaneamente introdurre la Flat tax. La risoluzione di maggioranza reclama l’attuazione di entrambe le cose.

Ma come? Visto che una patrimoniale è esplicitamente esclusa nella risoluzione, come nelle dichiarazioni di Tria e dello stesso Zingaretti. Tutti uniti per rassicurare i pochi ma potenti possessori di quella ricchezza che vanta in Europa il più alto tasso di patrimonializzazione. Per questo la misura sta nel programma della lista “la Sinistra” per il 26 maggio. Qui tutto diventa incerto e oscuro. Sul versante dell’Iva viene avanti l’ipotesi, nella difficoltà di reperire i 23 e rotti miliardi necessari per la sua sterilizzazione,  di un incremento selettivo. In fondo Tria aveva già detto di non essere contrario ad un aumento dell’Iva. In questo modo gli sherpa governativi, giocando sulla distribuzione delle aliquote, tentano di limitare i danni per l’elettorato di riferimento.

Ma il sentiero è davvero stretto. Da un lato ci sono dei rigidi e vincolanti paletti europei, dall’altro la scarsità dei tempi per adottare le singole e mirate misure. Pensare di recuperare risorse da una lotta senza quartiere alla endemica evasione fiscale è pretesa risibile da un governo che in un anno di vita ha già fatto 12 condoni. D’altro canto la flat tax già introdotta nell’ultima manovra (al 15% per chi ha ricavi fino a 65mila euro nel 2019 e fino a 100mila nel 2020) esonera dal pagamento dell’imposta – pur essendo l’Iva quella più evasa – oltre due milioni di partite Iva, discriminando tra dipendenti e autonomi. Non c’è da stupirsi se il tentativo di bloccare l’aumento dell’Iva va a sbattere con il disegno di introdurre la Flat tax.

In realtà il disegno del governo è  ancora peggiore. Non potendo introdurre una tassa piatta universale che costerebbe non meno di 60 miliardi, ha deciso di dare vita a tante piccole “flat tax”, scegliendo di premiare alcune categorie di contribuenti. Non è una novità dell’ultima ora. Già da diversi anni e governi la progressività del sistema fiscale viene erosa con l’introduzione di imposte sostitutive. Per esempio la cedolare secca sulle case in affitto o il primo assaggio di flat tax sopra ricordata sono alcuni esempi.  Tassare gli affitti, i redditi finanziari, quelli degli autonomi con aliquote fisse e di comodo invece che con l’Irpef porta alla liquidazione di quest’ultima e a un danno per l’erario che si aggira, secondo alcuni studi, attorno ai 14 miliardi. Ma con un risparmio fiscale spalmato in modo regressivo. Ovvero al 20% più povero non andrebbe nulla; il 60% con redditi medi ne godrebbe per il 30%, mentre il 20% più ricco infilerebbe nel portafoglio il restante 70%. Una vera e propria controriforma fiscale, fatta per creare un blocco sociale conservatore, tramite quello che era lo strumento principe per riequilibrare le ingiustizie nella distribuzione del reddito generate dai rapporti di produzione.

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