Valter Vecellio. I costi enormi (e non solo umani) della (in)giustizia italiana

Valter Vecellio. I costi enormi (e non solo umani) della (in)giustizia italiana

Una giustizia come quella italiana, che non funziona, non è solo carcere per innocenti; non è solo, in parallelo, farabutti che troppo spesso la fanno franca. Una giustizia, come quella italiana, che non funziona, frena gli investimenti economici; la non certezza del diritto, la lunghezza dei processi allontana impaurito l’investitore straniero; alimenta la fuga di capitali; le detenzioni ingiuste comportano milioni di risarcimenti ogni anno. La lentezza e l’inefficienza della giustizia italiana costa due punti e mezzo di Prodotto Interno Lordo: sono circa 40 miliardi di euro. Tanto, per esempio, si potrebbe recuperare se la giustizia civile italiana si allineasse ai tempi di quella tedesca. Ogni anno le imprese italiane spendono circa tre miliardi di euro di costi legali e amministrativi solo per i contenziosi lavorativi: un vero e proprio salasso per la nostra economia e le tasche di tutti. Nonostante qualche progresso negli ultimi anni, la giustizia civile italiana appare ancora lontana dagli standard degli altri Paesi europei. In media, i tempi per una sentenza richiedono oltre mille giorni: più del doppio della media in Spagna (510), Germania (429) e Francia (395). La lentezza della giustizia civile è uno dei fattori che maggiormente penalizza la competitività dell’economia italiana. Meno efficiente è la giustizia, più è difficile l’accesso al credito; peggiore è il funzionamento dei mercati; minori gli investimenti; anche quelli dall’estero, per i quali il ‘pantano percepito’ della giustizia italiana è uno dei principali freni.

Questo è il quadro. Si può passare a qualche concreto esempio.

Il direttore del carcere di Regina Coeli, Silvana Sergi, viene sentita nell’ambito di uno dei filoni d’indagine sulla morte di Valerio Guerrieri, un ragazzo di 21 anni, che si è tolto la vita nel carcere romano. Atto istruttorio coperto dal massimo riserbo. Dopo che il giudice per l’indagine preliminare ha respinto la richiesta d’archiviazione del fascicolo avanzata dal Pubblico Ministero, gli inquirenti dovranno provvedere alla iscrizione formale per l’accusa di omissione d’atti d’ufficio dello stesso direttore del carcere e del responsabile locale del DAP. Per la vicenda Guerrieri, sono già a processo sette agenti di polizia penitenziaria e due medici psichiatri. In questa tranche, arrivata in aula, i PM contestano il reato di omicidio colposo. Pochi giorni dopo la morte del ragazzo la mamma si era rivolta alla associazione Antigone, rendendo nota anche una lettera che il figlio le aveva scritto poco prima di suicidarsi. Per i legali della famiglia di Valerio il giorno in cui si è impiccato il giovane non si sarebbe dovuto trovare a Regina Coeli. Diversi giorni prima era stata revocata la custodia in carcere e, in ragione delle sue condizioni di salute, doveva essere portato in una Residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza. Per questo il PM aveva avviato in parallelo al filone principale un fascicolo sul presunto trattenimento senza titolo del giovane all’interno del carcere. Dopo che è stata chiesta l’archiviazione il giudice accoglie l’opposizione della parte civile ordinando l’iscrizione dei presunti responsabili nel registro degli indagati. Particolare non irrilevante: Valerio si è tolto la vita il 24 febbraio 2017. Oggi siamo al 20 marzo 2019!

Ventisette poliziotti ritenuti responsabili delle violenze alla scuola Diaz di Genova nei giorni del famoso G-8, e delle false prove «per coprire le nefandezze perpetrate» subiscono una nuova condanna. Alti dirigenti, ispettori e agenti sono stati condannati dalla Corte dei Conti a risarcire un danno erariale pari a due milioni e 800 mila euro per danni materiali. Un’ulteriore condanna da cinque milioni per il danno d’immagine dovrà essere valutata il 22 maggio dalla Corte Costituzionale poiché un controverso codicillo del 2009 consente di contestare il danno erariale solo per reati contro la pubblica amministrazione e non per imputazioni come il falso o le lesioni gravi. Come richiesto dal procuratore regionale della Corte dei Conti, dovranno rifondere ai ministeri dell’Interno e della Giustizia le spese legali dei tre gradi di processo penale, le provvisionali stabilite come risarcimenti alle decine di manifestanti inermi massacrati di botte e arrestati sulla base di prove costruite ad arte, nonché ripagare gli avvocati del gratuito patrocinio delle parti civili. Piccolo particolare: i fatti si sono consumati nel luglio 2001. Siamo nel marzo 2019!

Lo scandalo del sangue infetto. Qualcuno se lo ricorda? E’ un procedimento che, dicono gli addetti ai lavori, ha avuto ‘un iter complesso’: dopo le indagini avviate dalla procura di Napoli all’inizio degli anni Novanta, gli atti vengono trasmessi a Roma, poi al tribunale di Trento e successivamente nuovamente trasferiti nel capoluogo partenopeo. Ha impiegato “solo” una ventina d’anni per arrivare a un rinvio a giudizio. Vent’anni persi nei labirinti delle indagini preliminari, dei cavilli, del palleggiamento di competenze territoriali, nei cassetti di qualche ufficio giudiziario. Lo scandalo del sangue infetto, a beneficio di chi non c’era o ne ha smarrito la memoria: alcune case farmaceutiche immettono sul mercato flaconi di sangue prelevato da individui ad alto rischio (carcerati, tossicodipendenti che si iniettano droghe, persone con attività sessuali considerate a rischio) infettando migliaia di persone con i virus dell’Aids e dell’epatite C.; lo scandalo investe l’allora direttore del Servizio farmaceutico nazionale, Duilio Poggiolini, oltre alle aziende del Gruppo Marcucci. Ecco: lunedì prossimo si avrà la sentenza, di primo grado. Una vicenda cominciata nei primi anni Novanta si conclude in primo grado il 23 marzo 2019! Su qualche giornale (neppure tutti, e i pochi con rarefatti articoli in pagine interne), la notizia che sette extracomunitari (due siriani, un libico, quattro marocchini) sono assolti dall’accusa di omicidio colposo plurimo, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e naufragio. La procura della Repubblica di Palermo aveva chiesto l’ergastolo: ritenuti responsabili del naufragio di un barcone e relativa morte di almeno 56 persone. Il processo (luogo dove si forma la prova, dove ci si deve convincere se gli elementi raccolti sono sufficienti per una condanna, oppure “l’impianto accusatorio” non regge) è stato seguito poco, e male dai mezzi di comunicazione; una sorta di regola, tanto più applicata quanto il procedimento giudiziario è “storico”, “importante”, “eccezionale”; tantissimi esempi si possono fare, a conforto di questa affermazione. Questo per dire che la lettura delle cronache dei giornali o degli altri mezzi di comunicazione non consente di affermare se aveva ragione la procura, o il tribunale che ha assolto. Come sia, non è questo, il punto che qui interessa. Il punto è che la strage si è consumata nell’agosto del 2015. Il primo verdetto assolutorio è del 26 febbraio 2019: quattro anni per stabilire se si sia o no colpevoli di omicidio colposo plurimo, favoreggiamento clandestino dell’immigrazione, naufragio. Per inciso: cinque dei sette sono rimasti in carcere fino al giorno della sentenza. E non è finita: c’è la possibilità che fra novanta giorni, quando saranno note (forse) le motivazioni, la procura palermitana impugni la sentenza.

Sono casi emblematici di una giustizia che generalmente tiene fede solo alla prima parte del celebre detto: ‘Lenta, ma inesorabile’. Inesorabili, in questo caso sono solo gli intollerabili tempi di attesa prima di sapere se si è o no colpevoli di qualcosa. Ci vorrebbe un Leonardo Sciascia, per evidenziare la “normale” assurdità, il grottesco paradosso di questo quotidiano modo di (non) amministrare la giustizia. Ci vorrebbe anche, a via Arenula, un ministro della Giustizia capace, di fronte a notizie e fatti come questi, di un sussulto di dignità; e, anche, di farsi domande, cercare risposte. Ci vorrebbero. Non ci sono.

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