Valter Vecellio. Diritto alla conoscenza negato e giornalisti che rinunciano a far domande scomode

Valter Vecellio. Diritto alla conoscenza negato e giornalisti che rinunciano a far domande scomode

Immaginiamo che un giornalista dotato di discreta faccia di tolla si piazzi davanti al palazzo di Montecitorio, e ad ogni parlamentare che incrocia ponga la domanda: “Ci dica tutto…”. Il giornalista con la faccia di tolla ha in serbo anche una seconda, insinuante domanda: “Ha qualcosa da aggiungere?”; infine, il colpo basso, quello proibito: “E per finire?”. Paradosso, voglia di scherzare profittando dell’atmosfera di fine carnevale?

A parte che se qualcuno provasse davvero a rivolgere queste tre domande ai parlamentari, ne troverebbe sicuramente che rispondono, ed è, più o meno quello che accade ogni giorno; e non solo a Montecitorio: è la “legge” non scritta, ma ferrea, in vigore dentro e attorno a un po’ tutti i “palazzi” del potere, dei poteri. Diogene cercava l’uomo; noi vorremmo trovare colleghi che, nonostante i tempi che ci tocca di vivere, non hanno perso il gusto, la voglia, il “vizio” di raccontare quello che accade; non si accontentano delle versioni ufficiali e pelose; si sforzano di ragionare e di fare uso di quella materia grigia che il padreterno o il caso (a seconda delle credenze) si ritrovano nella scatola cranica. Qualche esempio, per chiarire quello che si cerca di dire. Accade a Belluno. I giudici del tribunale collegiale, dopo quasi tre mesi, non riescono a trovare un “interprete” di casertano stretto. Devono giudicare un caso di violenza sessuale che vede imputato un uomo accusato di aver abusato la sua ex compagna. L’ “interprete” dovrebbe trascrivere 26 ore di registrazioni di insulti, aggressioni accompagnate da frasi idiomatiche e parolacce urlate dall’imputato contro la donna. La consulente della procura ne ha trascritte una parte; ma – qui siamo al grottesco – è di Salerno; ha abbandonato l’impresa perché non riesce a “tradurre” le espressioni in casertano stretto. Sembra un film con Totò (ci perdoni, il “principe”). In questi giorni è arrivato al comando dei carabinieri di Belluno un appuntato di Caserta. I giudici sperano con il suo aiuto di poter risolvere la questione. Il carabiniere ha già effettuato il giuramento di rito, gli hanno dato i faldoni, in tre mesi dovrebbe portare a termine l’impresa. Intanto il processo è fermo.

Vien da ridere? A noi no. E non viene da ridere neppure nell’apprendere di quest’altra notizia, relegata in stringati giornali, e neppure da tutti riportata:  sette extracomunitari (due siriani, un libico, quattro marocchini) sono assolti dall’accusa di omicidio colposo plurimo, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e naufragio. La procura della Repubblica di Palermo aveva chiesto l’ergastolo: ritenuti responsabili del naufragio di un barcone e relativa morte di almeno 56 persone. Il processo è stato seguito poco, e male dai mezzi di comunicazione; difficile dunque stabilire se aveva ragione la procura nel chiedere quella pena draconiana; o il tribunale che ha assolto. Come sia, non è questo il punto che qui interessa. Il fatto è che la strage si è consumata nell’agosto del 2015. Il primo verdetto assolutorio è del 26 febbraio 2019: quattro anni per stabilire se si sia o no colpevoli di omicidio colposo plurimo, favoreggiamento clandestino dell’immigrazione, naufragio. Per inciso: cinque dei sette sono rimasti in carcere fino al giorno della sentenza. E non è finita: c’è la possibilità che fra novanta giorni, quando saranno note (forse) le motivazioni, la procura palermitana impugni la sentenza.

Non un giornalista, che si sia avventurato a via Arenula, nel ministero di Giustizia, per chiedere un commento al ministro Alfonso Bonafede. Per sapere se ritiene “normali” episodi come quelli appena citati; se non crede necessario fare qualcosa, e cosa. Perché si potrebbe cogliere l’occasione per ricordare che in Italia la giustizia non funziona. Non è solo carcere per innocenti; e, in parallelo, farabutti che troppo spesso la fanno franca. La giustizia che non funziona frena gli investimenti; la non certezza del diritto, la lunghezza dei processi allontana impaurito l’investitore straniero; alimenta la fuga di capitali; le detenzioni ingiuste comportano milioni di risarcimenti ogni anno. La lentezza e l’inefficienza della giustizia costa due punti e mezzo di Prodotto Interno Lordo: circa 40 miliardi di euro. Tanto, per esempio, si potrebbe recuperare se la giustizia civile italiana si allineasse ai tempi di quella tedesca. Ogni anno le imprese italiane spendono circa tre miliardi di euro di costi legali e amministrativi solo per i contenziosi lavorativi: un vero e proprio salasso per la nostra economia e le tasche di tutti. La nostra giustizia civile, insomma, appare ancora lontana dagli standard degli altri Paesi europei. In media i tempi per una sentenza richiedono oltre mille giorni: più del doppio della media in Spagna (510), Germania (429) e Francia (395). La lentezza della giustizia civile è uno dei fattori che maggiormente penalizza la competitività dell’economia italiana. Meno efficiente è la giustizia, più è difficile l’accesso al credito, peggiore è il funzionamento dei mercati, minori gli investimenti, anche quelli dall’estero, per i quali il ‘pantano percepito’ della giustizia italiana è uno dei principali freni. Nell’ultimo decennio, gli investimenti esteri in Italia sono stati in media un terzo rispetto a quelli dei principali competitor europei. Secondo il Fondo Monetario Internazionale la principale causa della scarsa attrattività nazionale risiede proprio nell’inefficienza giudiziaria. I tempi pachidermici della giustizia civile comportano anche costi non facilmente monetizzabili: sfiducia dei giovani nel futuro, fuga di capitale umano, burocrazia sempre più invasiva e opprimente. Come si vede, quante domande che si potrebbero fare, quante domande che non si fanno.

Si può cambiare argomento. L’altro giorno, a Milano, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, pur con il sorriso tra le labbra, ha detto cose pesantissime; ha detto che bisogna avere la capacità di immaginare il futuro: “Non chiedo di ragionare in termini di secoli, ma sarei soddisfatto se il paese almeno ragionasse in termini di decenni”. Il presidente Mattarella – e come dargli torto? – è insoddisfatto; e questa sua insoddisfazione è provocata dal fatto che non si “ragiona”, neppure in termini di decenni. Il “ragionamento”, evidentemente, dovrebbe consistere in un metodo (o in metodi) di “governo” delle cose, e di quanto accade. La responsabilità per questa mancanza di metodo e di metodi, evidentemente ricade su quanti, istituzionalmente, dovrebbero averla: a palazzo Chigi, nei vari ministeri, nell’intera classe politica o quasi… Diciamo che il presidente Mattarella con “grazia” ha detto qualcosa di importante, “pesante”. Qualcuno si fa domande? Ancora. La “notizia” è stata riferita frettolosamente: palpabile l’impressione è che la si sia considerata come un qualcosa che non poteva essere pubblicata; ma lo si è fatto con un imbarazzo che non è pudore; piuttosto appartiene alla reticenza. La “notizia” che il presidente della Repubblica Mattarella concede la grazia a Franco Dri, Giancarlo Vergelli e Vitangelo Bini: “colpevoli” di aver ucciso moglie o figli, per pietà o disperazione. Vergelli ha 88 anni: condannato nel 2016 a 7 anni e 8 mesi per aver ucciso la moglie, Nella Burrini, 88 anni, malata di Alzheimer. Vergelli strangola la donna con una sciarpa, le rimane accanto per più di un’ora, poi si costituisce: “Non ce la faccio più”, dice alla polizia, disperato per l’aggravamento della malattia della moglie. Graziato anche Bini: 89 anni, pensionato. Condannato a 6 anni e 6 mesi per l’omicidio della moglie, malata di Alzheimer. Assiste per dodici anni la moglie Mara Tani; la malattia rende necessario il ricovero in una struttura sanitaria; le condizioni e le sofferenze della donna peggiorano; Brini, disperato, la uccide con tre colpi di pistola. Il terzo caso è diverso: Franco Dri, 79 anni, condannato a 4 anni. Per lui la richiesta di grazia arriva al Quirinale col sostegno di mille firme di cittadini di Fiume Veneto in testa alle quali la moglie Annalisa Morello. Dri, uno stato di salute precario, nel 2015, spara un colpo al cuore del figlio, Federico di 47 anni, tossicodipendente. Il colpo parte al culmine di una furibonda lite.

Al di là di generici, fumosi e sfumati riconoscimenti al misericordioso operato del Presidente, non si è andati. Peccato. Poteva, doveva essere l’occasione per un dibattito, un confronto, un “interrogarsi” con onestà: un cercare di capirsi e di spiegarsi; di ascoltare per essere ascoltati; “sentire” per essere “sentiti”; “vedere”, “conoscere”, nelle sue declinazioni: apprendere,  comprendere, informare, distinguere, discernere, esaminare… Il Presidente, non c’è da dubitarne, ha operato con scienza e coscienza. Nella sua persona trova armonia la sensibilità del credente, l’esperienza del politico che “governa” le situazioni, la sapienza del giurista e dello studioso del diritto. Una delle stelle polari del Presidente – è cosa nota – è Aldo Moro.

Vale la pena di ricordare che Moro collaborò alla stesura della parte finale dell’articolo 32 della Costituzione; e in particolare il comma relativo ai limiti posti alla legge, che può determinare trattamenti sanitari obbligatori, ma sempre nei «limiti imposti dal rispetto della persona umana». Quel Moro che nella seduta della Commissione per la Costituzione del 28 gennaio 1947 dichiara che quel limite è necessario perché il legislatore non cada nella tentazione dell’onnipotenza. Il limite del rispetto della persona umana è una della dichiarazioni più forti della Costituzione poiché pone al legislatore un limite invalicabile. Quando si giunge al nucleo duro dell’esistenza, alla necessità di rispettare la persona umana in quanto tale, siamo di fronte all’indecidibile. Nessuna volontà esterna, fosse pure quella coralmente espressa da tutti i cittadini o da un Parlamento unanime, può prendere il posto di quella dell’interessato. Nell’ambito della libertà della persona e dei diritti costituzionalmente riconosciuti deve valere il diritto al rifiuto o all’interruzione dei trattamenti sanitari, che non può essere disatteso nel nome di un supposto dovere pubblico di cura, a meno di non voler affermare l’idea di uno Stato illiberale, ripudiata dai Costituenti. Solo così si “realizza” una corretta lettura della Costituzione; solo così la Repubblica dà autenticamente corpo al fondamentale “diritto dell’individuo e interesse della collettività”.

È un qualcosa dolosamente e colpevolmente disatteso da troppo tempo; e che altrettanto dolosamente e colpevolmente si vuole continuare a disattendere. Al di là del gesto di misericordia, dal Quirinale è giunto un preciso, inequivocabile, fermo segnale: è giunto il momento, indilazionabile, perché queste tematiche siano affrontate, dibattute, e non si continui a eluderle come sostanzialmente finora si è fatto e si fa. Il segnale politico che viene dal Colle è questo: che non ci siano più casi come quelli di Bini, Dri e Vergelli; che si squarci finalmente il muro omertoso e indifferente che riguarda le tematiche della vita e della morte, del come vivere, del come morire, la dignità e il rispetto di cui ognuno di noi ha diritto. Sono questioni che la politica ufficiale ha ben cura di evitare. Dopo l’iniziativa del presidente, sui giornali e nelle televisioni, sia pubbliche che private, nessun serio dibattito, nessuna seria informazione, nulla: un deserto.

Vogliamo provare a uscire dai confini del paese? Bene. Sono 821 milioni le persone che soffrono la fame nel mondo (dati riferiti al 2017), ossia una su nove. E’ un trend in crescita da tre anni, rispetto al minimo storico raggiunto nel 2014 con 783,7 milioni. Ora si è tornati alla stessa situazione di un decennio fa. Cifre contenute nel rapporto su “Lo stato della sicurezza alimentare e nutrizione nel mondo” elaborato qualche settimana fa dalla FAO assieme alle cinque grandi agenzie ONU che si occupano di questi problemi: il World food programme/Pam; l’Unicef; l’Ifad; l’Oms/Who. Le cause principali dell’aumento dell’insicurezza alimentare sono le variazioni climatiche e gli eventi estremi che incidono sulla produzione agricola e l’accesso al cibo, i conflitti, la violenza e le crisi economiche. A causa della scarsa e cattiva alimentazione 151 milioni di bambini sotto i 5 anni – il 22 per cento – subisce un ritardo nella crescita. 51 milioni di bambini sotto i 5 anni sono più esposti alle malattie e ad un maggiore rischio mortalità. Invece di essere più vicini all’obiettivo che si sono dati gli Stati di eliminare la fame nel mondo entro il 2030 (il cosiddetto “Sustainable development goal of zero hunger”), la situazione peggiora, soprattutto in America Latina e in Africa. Anche su tutto ciò, nessuna domanda, nessun tentativo di trovare risposte. Silenzio; e ancora silenzio. Eppure continenti stremati alla fame sono tragedie che comportano drammatiche conseguenze globali, planetarie; nessuno escluso.

Vedete, alla fine un po’ tutto si può ricondurre a quell’inalienabile diritto di cui tutti siamo titolari: il diritto a conoscere, elemento fondamentale per poter decidere con consapevolezza. Diritto che viene da sempre largamente disatteso, e costantemente eroso e minacciato. Più che mai nel tempo che viviamo.

Share