Sergio Bellucci. Lo sdoppiamento dell’io e la politica di oggi che “guarda vivere, ma non vive”

Sergio Bellucci. Lo sdoppiamento dell’io e la politica di oggi che “guarda vivere, ma non vive”

Le settimane che stiamo vivendo sembrano concentrare in loro stesse tutto il quadro derivante dalla crisi del funzionamento del sistema socio-economico che le società umane attraversano. Alla rappresentazione miope del discorso pubblico, operata dal mainstream dei mass media, si somma oggi l’autorappresentazione del particulare abilitata dal flusso di comunicazione generato dai singoli attraverso l’infrastruttura social. Fenomeni anche drammatici e processi inaspettati emergono nel gorgo del processo di crisi sistemica rappresentata dalla “Transizione” in atto. Partiamo dalla qualità del discorso pubblico per arrivare alla struttura della crisi.

I mass media, prevalentemente locali o al massimo nazionali, continuano a rappresentare il dibattito politico come un confronto tra ipotesi, spesso definite “ricette” di politica economica o sociale, affidate a rappresentanze politiche nazionali che hanno radici sempre più deboli – a volte addirittura inesistenti – nei corpi della società. L’occupazione della scena pubblica è frutto più di una inerzia che deriva dalla vecchia presenza sulla scena politica della storia novecentesca, che di una reale capacità di organizzazione e rappresentanza delle strutture sociali contemporanee. Una sorta di stanca rappresentazione di un racconto pubblico che sembra scivolare via sulla superficie dei processi reali e che la stessa società sente sempre più lontana per la distanza tra le parole e la condizione reale del loro vissuto. Anche le poche novità emerse nell’ultimo decennio sulla scena pubblica, più che essere frutto di analisi nuove del quadro qualitativo di questa crisi che è di sistema, reso esplicito dalla crisi del 2008, sembrano essere il frutto di veri e propri “rinculi sociali”, di tentativi di ripristino di un ordine che si percepisce come “saltato”. Le novità in campo, cioè, più che indicare linee tendenziali di fuoriuscita in avanti dalla crisi – frutto di analisi nuove dei processi innescati dalla crisi sistemica in atto da oltre un decennio – sembrano affermarsi attraverso promesse di “ripristino” di condizioni sociali che la crisi ha tolto. Telegiornali, talkshow, approfondimenti, sembrano essere monopolizzati non sui fattori strutturali della crisi, ma sulla “schiuma” della sua rappresentazione mediatico-politica, in un brusio di fondo che risulta incomprensibile e auto-generante. La polemica si lascia galleggiare sui processi reali per poi, di tanto in tanto, calarsi in un particulare particolarissimo che viene invocato per tentare di dare “corpo” al confronto polemico generale. I giornalisti raramente sono sufficientemente preparati per entrare nel senso vero delle affermazioni dei politici e cercare di aprire contraddizioni rispetto alla crisi in atto e, a quest’ultimi, è sufficiente avere a disposizione i secondi necessari per sviolinare il contenuto concordato con i responsabili del marketing politico del loro partito. Al giornalista del TG è sufficiente avere “tutte” le auto-affermazioni necessarie a garantire il “pluralismo” (e il conteggio in secondi dei dati che qualche mese dopo l’AGCOM sarà costretta a tirar fuori, evitando, possibilmente, il rischio di “sanzionamenti” che possono precludere un avanzamento di carriera o producendolo per aggraziarsi quel partito o quel politico al potere); al conduttore del talkshow stimolare la polemica più pruriginosa possibile per far crescere lo share che porta con sé il flusso pubblicitario e poter aumentare, quindi, il suo potere contrattuale con la rete.

A questa illusoria riproduzione del dibattito pubblico, spesso condensata nel diritto di parola affidato ad un ristrettissimo numero di opinionisti che occupano in maniera stabile tutta la rappresentazione politica concentrandola su di loro, si somma il chiacchiericcio informal-politico del flusso social. Gli studi sulla comunicazione mediata dal computer ci ammonivano, da anni, della traslazione del valore del chiacchiericcio prodotta dal senso e dalla percezione di “autorevolezza” che una battuta può assumere attraverso la sua “mediatizzazione” generata dal mezzo informatico. Poco si è fatto per comprendere questo passaggio e l’alterazione producibile, sia per la percezione di se stessi sia per il valore sociale che tale processo induce nel dibattito pubblico.

Quando il discorso massmediatico si apre al chiacchiericcio social la panna montata tende a impazzire e la vera natura della crisi viene completamente oscurata dalla rappresentazione di “fatti” che vengono sempre più separati dai processi e resi, quindi, sì osservabili ma difficilmente comprensibili nella loro natura.

Parafrasando Cesare Pavese lo spettatore è ridotto a guardare come colui che pensa di sapere ma non vede.

Eppure.

Eppure i fattori della crisi si stanno dispiegano, in maniera prepotente e quasi incessante, sotto i nostri occhi. Da anni sostengo che esistano tre cerchi concentrici di crisi che la politica non può non affrontare in maniera integrale, sistemica. Il primo livello, il cerchio più piccolo e interno, attiene alla forma che la politica ha assunto a livello locale (per livello locale penso alle strutture rappresentative nazionali o anche sovranazionali come nel caso europeo). È il livello che riempie i nostri TG, i talkshow, che appassiona chi vive della rappresentazione della politica e che ci viene imposto come il terreno del dibattito all’interno del quale schierarci. È il racconto dei tentativi di ripristino di una parvenza di funzionamento del sistema dato. Ci si accapiglia per chi ha la ricetta migliore per “tornare quelli che eravamo”, per riprendere le magnifiche sorti progressive del sistema. È il livello in cui emerge una spaccatura che lo schema politico tradizionale non può affrontare e risolvere: la spaccatura, in due parti, del blocco sociale rappresentato dalle famose classi medie, quelle che, per parlare del nostro paese, erano collocate tra la piccola intrapresa con qualche dipendente alla massa delle “Partite IVA” e che erano state fatte saldare al ceto impiegatizio pubblico e delle grandi aziende (pubbliche e private). Questa grande massa di persone, variamente beneficiate da una miriade di norme e regolamenti che ne garantivano spazi differenziali di relazione con la decisione pubblica, hanno avuto fino alla crisi del 2008, l’illusione di essere approdati su un territorio di garanzia permanente e immutabile della loro specifica situazione. Il loro rapporto con la politica, in alcuni decenni, traslò da un processo di identificazione ideologica ad un modello di relazione diretta di scambio con la loro personale condizione. Forse il danno più grande del berlusconismo può essere riassunto tutto in questo processo, un processo, però che non è stato solo italiano e che Berlusconi ha solo “importato” sdoganando nel nostro paese l’utilizzo delle tecniche di marketing in politica. Un processo che quasi tutti i partiti hanno inseguito e cavalcato.

La spaccatura della classe media in due tronconi è il cruccio di tutti i politici nazionali, ma la soluzione del problema non è nelle loro disponibilità. Nessuno potrà più ricongiungere la frattura che separa chi è garantito (e ragiona ancora con lo schema rivendicativo e conservativo della propria condizione) da chi è, o ha paura di essere, risucchiato nell’area dell’espulsione dal territorio delle garanzie a vita. Nessuna manovra di governo (espansiva o meno che si voglia) potrà risaldare un vaso che si è incrinato in maniera insanabile. Quello che i politici non dicono (spesso perché non vedono…) è che la natura di questa crisi sistemica non solo non è affrontabile con scelte localistiche (le decisioni dei governi nazionali ma neanche di strutture come la Commissione Europea) ma che sta facendo saltare tutte le strutture decisionali internazionali, gli equilibri esistenti sul piano geopolitico.

La vera crisi, infatti, non sta nelle singole scelte dei governi nazionali giuste o sbagliate che siano per il funzionamento “sistemico”. Anche se alcune scelte possono accelerarla o rallentarla, nessuna manovra politica all’interno del sistema può risolverla. Al massimo, come hanno egregiamente fatto alcuni grandi paesi in questi dieci anni, possono spostarla dal loro paese ad un altro, illudendosi che con quell’allontanamento si sarebbe scongiurata la loro di crisi. Ma era un semplice rinvio di un appuntamento che spetta a tutti. E che oggi è arrivato.

Le crisi locali, infatti, si inseriscono nel secondo cerchio della crisi sistemica. La crisi del 2008 è frutto della fine dell’illusione che le politiche monetariste, inaugurate negli anni ’80 dalle politiche neo-liberiste, avrebbero dotato il sistema di una capacità di andare oltre i suoi stessi limiti, trovare camere di compensazione e capacità di governare crisi borsistiche dei valori di scambio. A questa crisi strutturale, che ci piaccia o meno è definitiva, si stanno affiancando processi non previsti dalle strutture sistemiche: l’avvento della potenza del ciclo di produzione del valore immateriale che è abilitato dalle tecnologie digitali, dall’avvento della rete Internet, dalle strutture dei social, dal “petrolio” rappresentato dai Big Data. In pochi anni, infatti, le aziende di rete hanno soppiantato nelle classifiche delle capitalizzazioni, tutte le aziende “classiche” quelle della fase industriale precedente. Con un rinnovamento, però, che non riguarda solo un aspetto merceologico, ma produttivo. Il ciclo immateriale produce valore con nuove forme di lavoro, quello che io chiamo lavoro implicito, e ha inaugurato una nuova fase del fare umano.

 A questa novità dell’ultimo decennio, al cui impatto in termini di produzione del valore e del lavoro umano connesso ho dedicato uno dei miei ultimi articoli, si sommeranno nei prossimi 5 anni gli effetti derivanti dall’introduzione massiccia della robotizzazione, dell’intelligenza artificiale, delle nanotecnologie e della genetica. Un vero e proprio salto quantico che attraverserà le nostre società con impatti difficilmente calcolabili (ma soprattutto non calcolati dalla politica sistemica che non sembra capace di “vedere” i processi reali in atto ma continua con l’illusione di ciò che fu). In altri termini, non solo il sistema di produzione del valore che abbiamo conosciuto tra l’Ottocento e il Novecento non è più in grado di sostenere la produzione della ricchezza necessaria alla vita di miliardi di persone (e deve vivere a spese del futuro attraverso il debito per illudersi di continuare a funzionare), ma alla novità della produzione di valore del ciclo immateriale (con aziende planetarie) si somma la rottura delle basi redistributive della ricchezza producibile, fondate sul “lavoro salariato”, una rottura che rischia di schiantare l’intero assetto sociale attraverso l’introduzione massiccia e parallela del nuovo salto tecnologico in arrivo. Lo stesso modello di convivenza sociale, basato sui modelli di welfare, e che ha a suo fondamento la sostanziale piena occupazione, è di fatto messo in discussione nella sua struttura di base.

Come se tutto ciò non bastasse, questi primi due cerchi di “crisi” si inseriscono in un cerchio ancora più grande, un livello di crisi che è fuori dalla portata di qualunque scelta di politica economica: l’insostenibilità del livello dei consumi a cui è arrivata la società umana, a prescindere dal modello socio-economico o politico sulla quale si basa. È il pianeta a dire: basta! Mentre i politici di tutto il mondo si affannano a promettere un rilancio, una ripresa, a garantire che la loro ricetta porterà ulteriore “sviluppo” (mentre quella del vicino, no) le concentrazioni di CO2 hanno già raggiunto il limite di non ritorno, il livello di riscaldamento sta sciogliendo i ghiacciai a tutte le latitudini, gli inquinamenti di plastica hanno trasformato gli oceani in una melma di residui petroliferi, i diserbanti (obbligati sempre più dalla cieca scelta delle colture intensive e da quelle OGM) avvelenano le persone, uccidono gli insetti e mettono in crisi l’esistenza dei volatili che di loro si nutrono. Potremmo continuare a lungo nella catena di conseguenze legate all’inquinamento, alla distruzione degli ambienti naturali dedicati alla libera vita animale, alle conseguenze di un modello di alimentazione che fa ammalare le persone, distrugge l’ambiente e trasforma la vita del pianeta in mera merce. Molti scienziati, da diversi anni, parlano di questi processi come dell’inizio della “VI estinzione di massa della vita sul pianeta”.

Ecco perché non possiamo pensare a ciò che sta accadendo come ad una crisi qualsiasi, una crisi “congiunturale”, ma come una vera e propria crisi sistemica, un passaggio d’epoca, una “Transizione”. La forma della rappresentazione del dibattito pubblico e lo stesso scontro politico potrebbe essere rappresentato come la lotta su chi debba avere le mani sul volante di un’auto lanciata a folle velocità, mentre nessuno si interroga sul fatto che il motore sia rotto in maniera irreparabile e soprattutto che i servomeccanismi che ne consentono la guida fuori controllo mentre, davanti all’auto, la strada si interrompe lasciando il posto ad un dirupo.

Ecco, in questi giorni abbiamo avuto, plasticamente, la rappresentazione dei nodi complessi che tale scenario mette davanti alla politica. Gillet gialli in Francia, lo scontro su “La via della seta” fino all’odio suprematista bianco in Nuova Zelanda, per non parlare dell’impasse strategico della politica inglese a sciogliere il nodo della Brexit (altro che le italiche difficoltà a prendere le decisioni…), dell’Algeria, dell’Albania, della Romania, della Polonia, degli USA. Fenomeni, spesso contraddittori, a tratti spontanei almeno nelle loro genesi, nei quali si intravvedono le tracce della dissoluzione del quadro di certezze basate sugli assetti sociali ed economici precedenti, ma che dalla politica vengono affrontati ancora nel quadro di una illusoria visione di “ripristino” di una “normalità” saltata. L’unica novità “sistemica” è rappresentata dalla mobilitazione di milioni di ragazzi per una politica nuova che pensi alla salvezza del pianeta. Certo, al momento, non si va oltre una presa di coscienza del punto di rottura a cui siamo giunti. Manca una analisi dei perché si è giunti qui, dei poteri esistenti dietro di essi e, soprattutto, di una visione che sappia indicare la capacità di saldare interessi di larghi strati sociali che porti verso un nuovo equilibrio. Ma questa mobilitazione (sul terzo cerchio della crisi) manifesta plasticamente il bisogno di una politica nuova, di nuove soggettività, di nuove analisi. Verso quali scelte orientare la nostra comunità umana? Vogliamo chiudere gli occhi di fronte alla complessità della crisi, di fronte alla vera e propria Transizione che la storia umana sta vivendo o pensiamo che potremmo affrontarla casomai continuando o inseguendo scelte continuiste che si basano su logiche del modello di sviluppo che sta crollando sotto i nostri occhi? Per dirla in sintesi: basta il ripristino dei confini nazionali, di una moneta locale, o di ulteriore debito per far aumentare la produzione, i consumi e quindi il lavoro e quindi il welfare novecentesco, per indicare la strada nuova di cui l’umanità oggi ha bisogno?

Eppure, oggi esistono conoscenze e tecnologie in grado di prospettare una riorganizzazione della vita, dei consumi, delle relazioni sociali, dei modelli produttivi che vanno oltre il modello che ha prodotto questa impasse e che è andato anche in crisi. Servirebbe una classe dirigente (a tutto tondo) che sviluppi tale consapevolezza. Che sappia uscire dai vecchi schemi e sappia fare discorsi di verità, anche scomodi, ma reali. Invece accade il contrario. Ci si illude di essere realisti continuando a voler dare risposte che non hanno nulla di strategico.

Parafrasando Pavese, viviamo una sorta di sdoppiamento dell’io che sembra suggerire che la politica di oggi “guardi vivere, ma non viva”.

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