Sergio Bellucci. Il ruolo dell’industria di senso e la costruzione del con/senso

Sergio Bellucci. Il ruolo dell’industria di senso e la costruzione del con/senso

Il dibattito che viene a dispiegarsi nell’opinione pubblica in questo secondo decennio del nuovo millennio, spesso viene rappresentato come un confronto tra tecnicismi, di volta in volta quelli di natura finanziaria, economica o politica. La struttura e la forma dei contenuti con i quali possiamo entrare in contatto attraverso il mondo dei media e quello della comunicazione social, ci spingono più a sviluppare forme di “appartenenze”, a questo o a quello schieramento, che ad individuare gli snodi, le ragioni e gli interessi delle parti in gioco che muovono processi complessi e di dimensione planetaria. Si ricerca più la “semplificazione” (che spinge alle “appartenenze a-critiche”) e che porta alla “partecipazione in/consapevole”, più che la comprensione della complessità del fenomeno e le sue “reali” strutture di fondo. Tali atteggiamenti, inoltre, sospingono le fasce di popolazione che vorrebbero comprendere di più (ma in termini sempre semplificati) verso ricostruzioni vero-simili che costruiscono l’abilitazione verso i fenomeni di disinformazione organizzata. Fenomeni che, oltre ad instradare parte della opinione pubblica che può svolgere un ruolo di opinion leader nel proprio ambiente, viene ad essere inibita alla ricerca di analisi in grado di reggere la complessità dei fenomeni.

La fine di strutture politiche che avevano un loro grado di autonomia politico-culturale rispetto ai processi dei poteri, inoltre, ha fatto sparire la possibilità di letture in grado di “attraversare” la complessità degli interessi in campo con “occhi di parte”, quel tasso di alterità sistemica che, per la sua sola esistenza, era in grado di essere una cartina di tornasole delle informazioni circolanti. La “partecipazione in/consapevole”, infatti, è quella attività spontanea di chi crede di essere entrato in possesso delle informazioni (e aver in mano le ragioni sistemiche) di ciò che accade. Attraverso un oculato processo di “riduzionismo della complessità enorme dei fenomeni”, quasi sempre progettato da “istituzioni o enti” che rispondono a interessi di parti più o meno esplicite, il “militante in/consapevole” giunge ad individuare (lui con un processo apparentemente autonomo, ma direttamente sospinto dal flusso informativo a cui è sottoposto) un capro espiatorio al quale affibbiare le colpe del proprio disagio. La forza di un processo di elaborazione delle proprie idee che è vissuto dal singolo individuo non come una propaganda alla quale aderire, ma un processo di comprensione delle vere motivazioni con le quali si svolge la realtà, diviene dirompente. Se queste “sue” idee trovano improvvisamente riscontro in un leader politico che, guarda caso, dice esattamente quello che lui ha già “coperto da solo” (attraverso i nuovi occhiali della in/consapevolezza con cui finalmente guarda la realtà…) il gioco della produzione di senso che si trasforma in con/senso elettorale è presto fatto.

Talvolta viene tutto viene rappresentato come la capacità o l’incapacità sociale (o individuale) ad accettare il diverso, l’altro da sé che giunge sul “tuo” territorio. Un’”invasione” che determina rotture degli equilibri a cui si attribuisce quasi una dimensione immutabile, “sacra”. Una dimensione che definiamo come la nostra cultura o, ancor più radicalmente dal punto di vista politico, la nostra “tradizione”, ma che in realtà, negli ultimi due secoli e, in particolar modo negli ultimi 5-6 decenni, ha perso i contenuti e i connotati che l’avevano caratterizzata per secoli. Le stesse domande, gli stessi interessi rappresentati come “antagonisti” l’uno all’altro (finanza, élite, industria, lavoro, democrazia, cultura, tradizione, innovazione ecc…) sono spesso svuotati del loro carattere transitorio, non-assoluto, “storicamente dato”. Si ricercano condivisioni o contrasti in funzione di parametri, percezioni, idee, modi di vita che si rappresentano come immutabili (e portatori di identità) mentre sono soggetti a cambiamenti ed accelerazioni enormi, non solo tra una generazione e l’altra come era ormai abitudine negli ultimi due secoli, ma anche nella esperienza di vita di ogni singolo individuo.

Ognuno ne può fare esperienza.

È sufficiente ripensare alle cose che costituivano il proprio bagaglio di idee di 10, 20, 30 anni or sono, al modo con cui pensava se stesso, la propria appartenenza, il proprio modo di pensare a cosa sia giusto e cosa sia sbagliato. È sufficiente misurare le soluzioni (o i problemi) che si prospettavano come utili venti o trenta anni or sono, con quelle a disposizione oggi. In tutti i campi della vita umana. Difesa del territorio o integrazione, oggi, rappresentano i corni di un dilemma che sta attraversando il pianeta o sono solo due proiezioni fantasmagoriche di un conflitto ben più alto ma che non viene né raccontato per quello che è, né compreso dalla politica impegnata nella gestione del vecchio ordine mentre il mondo è in Transizione? E chi è interessato ad attivare tale “velamento” che obbliga persone, partiti, popolazioni a salire sugli spalti e a sventolare vessilli che si pensa possano rappresentare i loro “veri” interessi?

La prima domanda che dovremmo porci è da dove arriva la potenza di tale rappresentazione. Chi attiva questa modalità di rappresentare i processi? Su cosa basa la potenza di tale rappresentazione? Cosa nasconde nel suo profondo? Da cosa sono abilitati e cosa abilitano nel loro dispiegarsi? Senza provare a dare risposte a queste domande, si rischia di alimentare con risposte di tipo pavloviane, consapevolmente o inconsapevolmente, spirali autoalimentanti proprio degli stessi processi che talvolta si vorrebbe ostacolare. Inoltre, questo modo di raccontare i processi in atto, a mio parere, oscura processi sociali e culturali profondi – che potremmo dire tranquillamente “ancestrali” – e ignora una modificazione profonda e strutturale delle nostre società post-novecentesche.

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