Sergio Bellucci. Il cambiamento sistemico

Sergio Bellucci. Il cambiamento sistemico

Regole europee o sovranità nazionale? Difesa dell’identità nazionale o adesione al processo di Globalizzazione? Egemonia della finanza, quella dell’industria o quella delle istituzioni democratiche? Sembrano domande “lontane”, parole da rivolgere in un dibattito riservato ai personaggi dei talk show, distanti dalla nostra misera condizione quotidiana, quella fatta di bollette da pagare, di ratei dei mutui in scadenza (per i più privilegiati), di problemi di bilancio familiare o di spese per la salute. E invece…

Invece queste domande riguardano in maniera diretta la nostra vita e se non riusciamo a comprenderlo è come se affidassimo la parte più importante delle nostre decisioni a degli sconosciuti, a degli estranei, a persone che, essendo consapevoli, decidono anche per noi, e lo fanno inseguendo i “loro” interessi e oscurandoci il processo con un velamento, nascondendoci la realtà. Quelle domande, infatti, nascondono un nocciolo di verità che spesso ci viene oscurato: chi ha il “diritto” di decidere anche per gli altri? E in nome di quale interesse prioritario? È giusto pensare che, lasciando inseguire ad ognuno il proprio interesse personale basato su una differente capacità e forza iniziale da dispiegare, “magicamente” si compongano scelte che facciano il “bene di tutti”? O, detta meglio e più generalizzata, a quale “logica” deve rispondere il fare umano? Qual è il bene comune che tutte le altre cose debbano servire? Lo schema di lettura degli accadimenti proposto alle persone, trasformate in pubbliche tifoserie dal sistema dei media e dai flussi digitali governati nei e dai social, attinge a processi culturali profondi. La struttura delle logiche di vita, sia quelle individuali sia quelle della comunità a cui si pensa di appartenere (sia che l’appartenenza si pensi o sia declinata per nascita, sangue o territorio – raramente, infatti, è generalizzata a livello di umanità e ancor meno all’intero sistema vivente del pianeta-), risiede in strutture che hanno radici profonde nella nostra evoluzione. Tra le principali, a mio avviso, una di quelle più potenti riguarda la stessa logica della “sopravvivenza”. Essere o sentirsi in pericolo di vita, infatti, attiva processi profondi che attingono a forze difficilmente controllabili. Che la percezione, poi, sia vera, presunta o semplicemente immaginata, poco importa. Se l’uomo può essere assimilato, almeno in parte, al mondo animale, allora il tema della sopravvivenza e delle garanzie necessarie al suo soddisfacimento, è una forza non mediabile sul piano semplicemente “culturale” o “razionale”. Quando “attivata” diviene potentissima a livello di reazioni automatiche, di meccanismi di riconoscimento o di produzione della coppia “amico-nemico”. Le scelte praticabili, e “socialmente giustificate”, esondano dai margini costruiti fino a quel punto, rompono gli argini e dispiegano altra instabilità, paura e desiderio di protezione.

I periodi di grande cambiamento comportano la percezione di un’instabilità, la rottura delle certezze raggiunte, la fine delle forme consolidate di relazione tra individui. Se poi il grande cambiamento si trasforma in una “Transizione”, in una rottura delle forme produttive note, dei poteri sociali ed economici che ad esse erano associate, alla crisi delle stesse forme istituzionali che le società si erano date per gestire quella formazione economico-sociale, allora alla percezione della rottura si somma a quella della paura. Analizzare i comportamenti individuali, sociali o politici senza analizzare il “crogiolo”, le forme “strutturali” nel quale si stanno producendo tali processi, è aleatorio e ingannevole. Analizzare le forme del crogiolo senza tener conto dei destini sociali delle persone è impolitico. Affrontare la Transizione pensando di ripristinare il “vecchio ordine”, perché depositario di “cultura”, “garanzie sociali”, “ordine”, ha il sapore illusorio del “Congresso di Vienna”. Come illusorio e inefficace è l’atteggiamento di chi si sente protetto all’interno di un ordine sociale, di uno schema (morente) e batte i piedi a terra protestando contro il nuovo che avanza. Un atteggiamento non solo illusorio, ma preparatorio di rotture ancor più drastiche come accadde nell’’800 con la grande rottura di pochi anni dopo Vienna, con la grande stagione delle rivoluzioni del ’48.

Riconoscere il terreno di fondo, il gioco reale che si sta svolgendo sul grande libro della Storia umana, la vera natura sulla quale poggia la fase storica che stiamo vivendo, ci consente di comprendere il perché dell’attivazione di alcuni automatismi, della rottura di alcuni schemi di comportamento ancora “non digeriti” e fatti propri nelle strutture e nelle dinamiche individuali e sociali. La fase di “Transizione” che stiamo vivendo preannuncia cambiamenti che, seppur non compresi e non percepiti nelle loro reali profondità, stanno già producendo quell’instabilità sociale e politica sulla base della quale si stanno sviluppando risposte “regressive”.

Intendo per “regressive” risposte che, ignorando e aggirando la potenza delle trasformazioni in atto, poggiano la loro proposta (e le loro momentanee fortune) sulla promessa di una volontà di riconferma delle condizioni ex-ante il processo di “Transizione”. Quasi sempre tali risposte, pur incontrando il favore di larghe masse disorientante dalla trasformazione in atto, non si pongono realmente il tema del conflitto con la struttura del potere che, dispiegando la sua forza dirompente, sta archiviando il vecchio capitolo della Storia umana. Anzi. Talvolta, per la loro battaglia utilizzano proprio gli strumenti e la forza derivante dall’aumento della potenza dei loro atti proprio attraverso lo sviluppo e l’uso degli strumenti e delle logiche che stanno mettendo in discussione i vecchi equilibri sociali, economici e politici che si vorrebbero salvaguardare. Paradossalmente, ignari della vera natura della crisi, non solo non combattono la reale forza emergente che sta producendo il cambiamento contro il quale vorrebbero lottare, ma ne amplificano la potenza economica, sociale e di controllo, vista la “qualità” del motore tecno-scientifico che è alla base della rivoluzione in atto: quel digitale che ha nella potenza di controllo sistemico, la sua capacità di pervasività totale.

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