Roberto Ghiselli. Un sindacato forte e autonomo, ma non indifferente ai processi politici in corso a sinistra

Roberto Ghiselli. Un sindacato forte e autonomo, ma non indifferente ai processi politici in corso a sinistra

Roberto Ghiselli è segretario confederale della Cgil. Si occupa, in particolare, delle questioni legate al sistema previdenziale.

Segretario Ghiselli, siamo a un mese esatto dalla grande manifestazione di piazza san Giovanni di Cgil, Cisl e Uil a Roma del 9 febbraio. In quella occasione, i sindacati confederali chiesero al governo di rivedere le politiche economiche e fiscali del Paese, dopo aver giudicato con durezza critica la manovra finanziaria. A che punto siamo?

Credo che l’impatto della manifestazione del 9 febbraio sia evidente. Qualcosa, piccola, si è mossa, ma il cambiamento che avevamo proposto non c’è stato. Infatti, non possiamo certo dire di aver rimosso l’attitudine di questo governo di ignorare e contrastare le rappresentanze collettive. Eppure, l’enorme partecipazione, il clima e il messaggio, di piazza san Giovanni, secondo me hanno fatto centro. E le contraddizioni sul piano squisitamente politico stanno emergendo nettamente. Nei fatti, siamo un sindacato confederale che si fa carico delle tematiche generali del paese: sviluppo, occupazione, investimenti, disuguaglianze salariali e sociali da colmare. Di contro, le politiche dei governi di questi anni sono state segnate da una logica delle mance piuttosto che guardare ai nodi strutturali della crisi del Paese, soprattutto in questo periodo. Noi abbiamo dimostrato grande maturità, oltre a una buona unità, e abbiamo le carte in regola per parlare al Paese, ai giovani, ai pensionati. È il governo attuale che deve decidere cosa fare. Concretamente. Dia risposte di merito nell’ambito di un negoziato vero, su sviluppo, occupazione, previdenza. Ma i segnali che abbiamo avuto nei due incontri coi sottosegretari Cominardo, M5S, e Durigon, Lega, non ci lasciano grandi speranze. Anzi. Osserviamo con molta preoccupazione che gli incontri col governo avvengono mentre una parte dello stesso governo si spinge contro il sindacato, con accuse infondate di presunti privilegi, che non hanno alcuna verifica nella realtà. Mi sembra di poter dire che siamo dentro una totale confusione nel governo, sia nel rapporto coi sindacati che in generale, e che però non ci sorprende, visto che si tratta di due forze politiche con radicamenti e ideologie diversi. Osservo ad esempio da parte dei 5Stelle non solo una volontà di praticare la cosiddetta disintermediazione, ma soprattutto di rivolgersi direttamente al popolo, una sorta di neoautoritarismo che in altri paesi si definisce come populismo e che certo non migliora la qualità della democrazia.

In queste settimane in Parlamento si discute dei cavalli di battaglia identitari di M5S e Lega, il reddito di cittadinanza e la riforma previdenziale della Fornero, la cosiddetta quota 100. Quali sono i punti di maggiore fragilità dei due provvedimenti che voi, unitariamente, avete criticato nell’audizione in Commissione Lavoro?

In entrambi i casi non abbiamo sottovalutato la necessità di agire sulla riforma previdenziale e sul contrasto alla povertà. Sono fondamentali. Né diciamo che gli strumenti proposti non siano totalmente validi. Il limite di quota 100 è il seguente: non supera la Fornero, non vi è alcun articolo della Fornero strutturalmente cancellato col Decretone. Inoltre, tutte le norme sono a termine e quota 100 dura solo tre anni. Dunque, la riforma della legge Fornero non c’è, e la normativa della maggioranza gialloverde non è stabile né strutturale. È un intervento che non coglie per nulla le esigenze delle componenti più fragili del mercato del lavoro. Dà una risposta coi meccanismi delle quote, ma non possiamo non pensare che la stragrande maggioranza dei lavoratori non rientra nei requisiti previsti dalla nuova norma. Penso ai precari, agli edili, agli agricoli, a quelli del turismo, a chi è vittima dell’alta mobilità del lavoro, nel sistema degli appalti, piuttosto che nelle piccole e medie aziende, e che subiscono periodi anche lunghi di non lavoro, e dunque di vacanza contributiva. Ma penso soprattutto alle donne, anello debole della catena del mercato del lavoro, perché costrette a conciliare i tempi di lavoro e i tempi di cura. Solo il 27% delle richieste in quota 100 sono state presentate da donne. E se guardiamo l’Ape sociale, le donne in possesso dei requisiti sono poco più del 20%. Ci troviamo inoltre dinanzi al tema del mercato del lavoro futuro che richiede risposte serie. I giovani soprattutto vivono in modo trasversale questi problemi di precarietà, anche contributiva: lavoro povero, part time, sottopagato. Oltre a quella generazionale, si amplia ancora di più la disuguaglianza tra nord e sud del Paese, oggi accentuata dal progetto di autonomia differenziata. Su quota 100 qualche organo di informazione è stato sorpreso dalla quantità di richieste giunte dal Mezzogiorno. Ma sappiamo invece che è una misura che parla soprattutto al nord, dove il lavoro è più stabile e continuo, e al pubblico impiego, e penalizza il sud. Se poi, appunto, vi aggiungiamo l’autonomia differenziata interpretata così come la interpreta il governo, abbiamo un’immagine non certo di una forma di autonomia democratica ma di negativa frattura dell’unità del paese, soprattutto in materia di scuola, previdenza, sanità, risorse. L’unità del pase si regge sul criterio di solidarietà, territoriale e generazionale. Questo è uno dei punti chiave sui quali la Cgil non intende in alcun modo arretrare.

Segretario Ghiselli, alla questione salariale, alle questione sociale, alle disuguaglianze già forti ma accentuate si aggiunge una pericolosa fase di recessione. Come risponde la Cgil, e il sindacato confederale?

In realtà, tutto si tiene: sviluppo e lavoro, reddito, welfare, povertà. Un sindacato confederale non guarda solo all’ultimo anello della catena, isolandolo dal contesto. Noi dobbiamo rappresentare tutto il mondo del lavoro, sia quello povero, sia quello di più alto livello qualitativo, che è immerso nei processi produttivi più innovativi, e ciò vale soprattutto per i giovani che escono dalle università. Siamo un sindacato che unisce il lavoro in tutte le sue dimensioni, e vuole rappresentarlo tutto. E vuole porre sul tappeto i nodi centrali dello sviluppo, che sono quelli degli investimenti pubblici, delle infrastrutture, materiali e immateriali, e della innovazione, e che rendono più competitivo il sistema, per creare nuovi posti di lavoro, per redistribuire il reddito e contrastare la povertà. Solo col lavoro dignitoso, e  tutelato si contrasta la povertà e si guarda in prospettiva il Paese. Faccio un esempio, che a molti sfugge.  Se non portiamo ad almeno 23 milioni di persone la forza produttiva del paese, ci troveremo dinanzi a un rapporto tra lavoro attivo e non più attivo, che penderà drammaticamente verso quest’ultimo, e peserà sulle finanze pubbliche. La sfida che poniamo alla politica, e anche alla sinistra, è proprio questa: guardare in prospettiva cosa ci aspetta creando una società di lavoro precario, part time, povero e sottopagato.

Pensi che le forze di sinistra, ora in difficoltà, sappiano fare tesoro e riflettere sulle posizioni espresse dalla Cgil in particolare? Come vedi l’assenza di una rappresentanza politica del mondo del lavoro?

Intanto giudico con ottimismo le recenti primarie del Pd: ottima la partecipazione, ma soprattutto interessante il tipo di richiesta espressa dagli elettori, la loro voglia di cambiare strada a sinistra proprio recuperando i temi che dovrebbero ancorarla ai ceti popolari e al mondo del lavoro, quelli cioè che stanno subendo e soffrendo maggiormente la crisi. A sinistra, insomma, qualcosa si sta muovendo e la Cgil non può restarne indifferente. Certo, non ci compete scegliere tra leadership, o tra forze di partito, ma credo che sulla spinta dei sindacati unitari la sinistra debba occuparsi fino in fondo del suo insediamento sociale e del mondo del lavoro. In questi anni abbiamo assistito a troppi strappi identitari della sinistra al governo:  dall’articolo 18 alla buona scuola alla legge Fornero. Ma non possiamo pensare che in Italia un sindacato confederale possa ancora reggere senza una formazione politica riformista e di governo. Altrimenti, la prospettiva potrebbe essere quella di essere risucchiati progressivamente dal vortice del corporativismo, adeguandosi alle spinte che emergono dai singoli settori e dalla scellerata proposta del salario minimo, dove ovviamente prevalgono i più forti, privi dell’apporto protettivo dei sindacati e della contrattazione nazionale. Ma dall’altra parte, dobbiamo anche saper essere in grado di evitare di diventare un sindacato attratto da spinte movimentiste o parapolitiche, un sindacato che pensa di trasformarsi in rappresentanza politica, ovvero, come soggetto che organizza i movimenti, entrando nell’agone politico. Il punto è come raccordare la partecipazione o la concertazione, la dimensione partecipativa e negoziale, missioni identitarie del sindacato, col conflitto. Il tema non è negare il conflitto, ma definire quali sono gli interessi in gioco. Il profilo del sindacato è quello di immaginarsi come soggetto che nel rapporto coi lavoratori elabora piattaforme e porta a casa risultati contrattualmente forti e concreti. La Cgil non può permettersi il lusso di diventare un grande Cobas, e chi ha scelto questa strada in altri Paesi ha perso. Corporativismo e movimentismo sono i due estremi che confliggono col ruolo storico sociale e politico del sindacato confederale. Autonomi dalla politica, certo, ma non indifferenti al processo politico.

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