Roberto Bertoni. Protagonisti sempre. Moise Kean, emblema della nuova Italia. Una nazionale di calcio multiculturale, multietnica

Roberto Bertoni. Protagonisti sempre. Moise Kean, emblema della nuova Italia. Una nazionale di calcio multiculturale, multietnica
Per una volta, parliamo di un calciatore. Si tratta di un giovane attaccante nero, di origini ivoriane ma italianissimo, con un padre leggermente ingombrante e con idee politiche non proprio in sintonia con quelle del figlio, il quale da qualche settimana ha preso a incantare dapprima la platea juventina e poi quella italiana nel suo insieme. Parliamo di Moise Kean, nato a Vercelli il 28 febbraio 2000, piemontese, un’esplosione di vivacità e passione, un centravanti completo e devastante, autore di un gol in Coppa Italia contro il Bologna, di una doppietta in campionato contro l’Udinese, di una prestazione maiuscola in Champions League nel fortunato ritorno contro l’Atletico Madrid e di ben due reti in azzurro, contro Finlandia e Liechtenstein, nella giovane e combattiva Nazionale di Roberto Mancini. La parte calcistica finisce qui. Adesso parliamo di Kean in quanto emblema, senza strumentalizzazioni e senza minimamente preoccuparci se voti e per chi.
Kean è il simbolo dell’Italia che verrà ma anche di quella che, per fortuna, è già tra noi: una Nazione multiculturale e multietnica in cui il razzismo, il sovranismo e altri morbi asfissianti si scontrano con la splendida realtà di un ragazzo di diciannove anni che vuole solo giocare, con la sua allegria, la sua spensieratezza, la sua grinta, la sua gioia di vivere e il suo entusiasmo travolgente, in grado di immettere sangue fresco in una squadra fenomenale ma un po’ avanti con gli anni e di prendere per mano una compagine azzurra più che mai bisognosa di nuovi stimoli dopo la mancata qualificazione ai Mondiali di Russia 2018. Del resto, come ha spiegato più volte Thuram, ex colonna di Parma, Juve, Barcellona e Francia, se c’è un ambito in cui il razzismo proprio non ha senso è il calcio e lo sport in generale, in quanto lì prevale sempre il merito, per il semplice motivo che nessun allenatore, nessuna squadra, nessuna tifoseria, neanche la peggiore, è disposta a schierare un esponente della “razza ariana” se un “negro” è più forte e può agevolare la vittoria.
Questo ragionamento, pensate un po’, valeva persino nell’Italia di Mussolini, in cui un ruolo rilevante, in Nazionale e nei rispettivi club, ce l’avevano gli oriundi. E per quanto Hitler si dannasse in tribuna, l’Olympiastadion di Berlino rimase incantato dalle imprese di Jesse Owens, la freccia dell’Alabama che fece furore alle Olimpiadi del ’36. In uno spogliatoio, come sa chiunque abbia giocato anche solo sul campetto dell’oratorio, non esistono bianchi e neri, non esiste alcuna razza: esiste una comunità, un gruppo, un insieme di gambe e cervelli che persegue un unico obiettivo e, se litiga, non lo fa certo per ragioni legate all’etnia o alla nazionalità. È la più significativa tra le tante lezioni che ci vengono dal mondo del calcio e dello sport, il motivo per cui esso è in grado di abbattere ogni ostacolo e di offrire un’opportunità di riscatto anche agli ultimi della società. È la sua universalità, la sua bellezza, la sua poesia e la ragione stessa per cui un numero incredibile di persone lo ama in ogni angolo del mondo.
Lo amano persino i razzisti, persino i sovranisti, persino coloro che votano come peggio non si potrebbe, salvo poi emozionarsi nel momento in cui la Francia del berbero Zidane alza la Coppa del Mondo e l’Italia scopre di avere anche lei una magnifica freccia nera nel proprio arco. E Kean vola, i compagni lo abbracciano, lo stadio acclama il suo nome e l’unica immagine che rimane impressa è quella di un gruppo di maglie azzurre in festa. L’Italia del Ventunesimo secolo, per fortuna, è questa e nemmeno il più barbaro dei governi potrà riportarci indietro. Almeno nel calcio non lo accetteremo mai, smascherando l’ipocrisia di chi nega lo Ius soli a dei cittadini italiani salvo poi applaudirne la dedizione e la grandezza.
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