Pd. Zingaretti supera indenne la sua prima direzione da segretario. Alleanze larghe, sia alle europee che alle amministrative. E ripresa della mobilitazione

Pd. Zingaretti supera indenne la sua prima direzione da segretario. Alleanze larghe, sia alle europee che alle amministrative. E ripresa della mobilitazione

Alla prima direzione nazionale da segretario Nicola Zingaretti chiama alla riscossa e il Partito Democratico risponde compattamente. Un risultato niente affatto scontato alla vigilia, viste le prese di posizione dell’ex maggioranza renziana negli ultimi giorni. Dalla mozione Giachetti, in particolare, si sono fatti sempre più forti le critiche al segretario per le sconfitte nelle regioni e la strategia di alleanze con la sinistra e i fuoriusciti di Articolo 1. In particolare i deputati Luciano Nobili e Anna Ascani hanno messo in guardia rispetto ad ogni eventuale tentativo di fare tornare nella casa madre Roberto Speranza, Nico Stumpo e gli altri ex dem. Zingaretti, nella sua relazione ha escluso qualsiasi ritorno, ma ottiene al contempo il mandato della direzione per trattare delle alleanze quanto più larghe possibili sulle amministrative. E, soprattutto, proseguire il lavoro sulle europee. Che non significa mettere in lista Roberto Speranza o Pierluigi Bersani. Piuttosto, se da questi verranno proposti nomi provenienti dalla società civile, intellettuali, esponenti del mondo del lavoro o dell’imprenditoria, il segretario potrà valutarli, sedersi quanto meno a un tavolo. Nella sua relazione, Zingaretti ha messo a fuoco la questione del voto in Basilicata (“nessun giudizio consolatorio”), ha ‘cannoneggiato’ il governo (“bilancio disastroso”) ma si è soprattutto concentrato sulla questione alleanze. Il segretario ha chiesto e ottenuto il mandato forte per il dialogo sia per le amministrative che per le europee. “Sulle alleanze serve un cambio di approccio”, ha sottolineato Zingaretti che su questo ha apertamente sollecitato il partito a cambiare atteggiamento: “Non possiamo essere noi l’ostacolo”. Lorenzo Guerini si è detto “d’accordo con Zingaretti sull’invito al lavoro unitario”.

Il confronto sulle elezioni europee. Il Pd di Zingaretti dice no al listone con Articolo1, ma sì a Calenda

Nei giorni scorsi, Zingaretti ha già incontrato Federico Pizzarotti e Alessio Pascucci per Italia in Comune, +Europa, Democrazia Solidale, ma con nessuno di loro ha potuto prendere impegni non avendo ancora un mandato pieno. Un via libera, quello della direzione, che consente a Zingaretti di onorare anche l’impegno preso con il candidato dei socialisti europei alla presidenza della Commissione: Frans Timmermans, che Zingaretti ha incontrato poche ore dopo la sua vittoria alle primarie a Roma, ha chiesto di fare ogni sforzo al fine di non presentare due liste riconducibili ai socialisti europei: si rischierebbe di disperdere voti, è stata la spiegazione dell’olandese. Il Pd di Zingaretti non vuole dire ‘no’ a nessuno, non ha preclusioni, è il messaggio. Da qui a immaginare Speranza e Bersani candidati nella stessa lista del Pd ce ne corre, il segretario lo ha escluso. Anche perché la lista ha già una sua forma, con tanto di simbolo: quello del Pd, con un riferimento al gruppo europeo dei Socialisti e Democratici e la dicitura ‘Siamo Europei’. Un simbolo che sarà presentato a breve con Paolo Gentiloni. Anche Roberto Speranza esclude ogni velleità di rientrare nel Pd e annuncia: “Convocherò un coordinamento nazionale per venerdì mattina. La premessa è che siamo un soggetto autonomo, siamo gelosi della nostra autonomia, il 6 e 7 a Bologna facciamo la nostra assemblea congressuale. Nessuno vuole rientrare nel Pd, lo escludiamo”. Poi aggiunge: “detto questo la mia opinione sulle Europee è che bisogna lavorare perché ci sia una lista che riunisca coloro che si ritrovano nella famiglia socialista”. Per quello che riguarda i capilista alle europee, i nomi che girano sono sempre quelli di Giuliano Pisapia nel Nord Ovest e di Carlo Calenda nel Nord Est dove, da ministro, si è fatto conoscere per le tante vertenze su cui è intervenuto. Al centro si fa il nome di Simona Bonafè, anche se l’uscente, accreditato per una ricandidatura, sembra essere al momento David Sassoli.

L’altro tavolo su cui sta giocando Zingaretti è quello delle amministrative

Qui, lo sforzo sarà quello di mettere in campo le alleanze più larghe, in particolare nei 3.863 comuni in cui si voterà a maggio. Su questo, hanno fatto sapere dalla minoranza interna, non c’è alcun problema visto che, anche oggi, si governa con Articolo 1 in comuni grandi e piccoli, non ultimo quello di Firenze dove la maggioranza di Dario Nardella si regge anche sui voti del partito di Speranza. Ciò che ha portato l’area Giachetti ad astenersi dal voto finale in direzione sono stati i dubbi degli ex renziani sulle intenzioni di Zingaretti per le europee: per il voto del 26 maggio, infatti, Giachetti e i suoi – in questo seguiti anche dal resto delle truppe renziane – non vogliono saperne di condurre la campagna elettorale fianco a fianco agli ex compagni di partito. “Non ci sarà alcuna ricomposizione”, fa sapere il segretario Zingaretti senza convincere l’ala più intransigente dei renziani. La corrente Lotti-Guerini, al contrario, vota a favore della relazione e questo dopo le trattative per la composizione della direzione che hanno preceduto l’assemblea del 17 marzo. Riferiscono fonti Pd che, nonostante fino all’ultimo il voto dei lottiani su Zingaretti sia rimasto in bilico, tra le due anime del partito ci sia stata grande correttezza nel confronto e nel tenere fede ai patti. Un clima di confronto leale che potrebbe aver giocato oggi a favore del segretario che da domani potrà portare avanti le trattative sulle alleanze – a cominciare da quelle in Piemonte – senza temere di vedersi smontato lo schema a pochi giorni dal voto. “La relazione di oggi ci ha offerto un quadro condiviso del lavoro che dobbiamo fare. L’ho apprezzata – ha commentato Maurizio Martina, sconfitto alle primarie -. Bene ‘Siamo Europei’ nel simbolo Pd e la costruzione di liste aperte. Bene aver chiarito che il tema non è il ritorno del Pd di chi ha deciso di andarsene tempo fa. L’unità delle forze italiane che si richiamano al socialismo europeo è una condizione per me necessaria ma non sufficiente; occorre lavorare a coinvolgere anche nuove energie liberal-democratiche, riformiste, ambientaliste. Noi non dobbiamo fare testimonianza, noi dobbiamo sviluppare un progetto per l’alternativa aperto e riformista. Di cambiamento e di innovazione”.

Superato senza sostanziali problemi il primo voto in direzione, ora Zingaretti deve accelerare sulla riorganizzazione del partito. C’è da costruire la segreteria e da mettere mano ai gruppi parlamentari. Ma anche da non disperdere il contatto con elettori e militanti risvegliato almeno in parte dalle primarie. Per questo, ha annunciato, ci saranno una grande assemblea con i sindaci e “il 5, 6 e 7 aprile tre giornate di mobilitazione nazionale, tre giornate di inizio della nostra campagna di denuncia al governo sotto lo slogan ‘Per amore dell’Italia’ con tutto il gruppo dirigente. Non solo sarà l’inizio della campagna elettorale ma l’inizio della mobilitazione del Pd”.

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