Paolo Ciofi. La svolta necessaria

Paolo Ciofi. La svolta necessaria

È possibile, oggi, costruire un partito che faccia asse sul lavoro del XXI secolo? Un partito rivoluzionario, popolare e di massa, che sia in grado cioè di lottare per trasformare la società in cui viviamo e non di amministrarla nell’interesse superiore del capitale e del denaro. Questo è il tema: in una condizione nella quale l’astensionismo tocca il 50% e la democrazia costituzionale è destinata a scomparire in assenza dei partiti, ormai degenerati in lobby e in gruppi di potere. Per ora l’unica certezza è che una formazione politica espressione della classe lavoratrice della modernità, che si proponga di cambiare l’Italia e l’Europa, può nascere solo da una rottura netta con la cultura e con le pratiche del presente. Non certo dall’assemblaggio dei residui dei partiti esistenti, con iniziative e manovre che dall’alto compongano e scompongano pezzi di ceto politico.

Un nuovo inizio e una nuova aggregazione possono prendere vita solo dal basso. Solo se le esperienze diverse e diffuse nella società e nel Paese escono dall’isolamento e dalla separatezza, si incontrano, si parlano, crescono e convergono su progetti comuni. Chiamando a raccolta e coordinando nei territori e nelle periferie, nelle fabbriche e negli uffici, nelle università e nelle scuole, le soggettività del lavoro e quelle ambientaliste, le donne, i movimenti per la casa, per i beni comuni e i diritti. Coinvolgendo in pari tempo gli intellettuali e le forze presenti nei partiti, nei sindacati e nelle associazioni nazionali, che si riconoscono nell’esigenza di voltare pagina e di dare inizio a una fase nuova. Solo da un processo di questa natura può nascere una reale svolta politica e possono crescere nuovi gruppi dirigenti.

Una svolta è quanto mai urgente, perché la politica separata dal sociale è scaduta nel politicantismo e nell’affarismo, in pura manovra di potere. Mentre il sociale, spogliato della politica, è ripiegato in movimentismo con le varianti del ribellismo e del lobbysmo senza sbocchi di sistema. Si è trattato di un arretramento di portata storica che ha condannato la politica e i movimenti alla subalternità, lasciando campo libero al dominio del capitale e del denaro. Una involuzione che può diventare ancora più grave se il terreno sociale viene stabilmente occupato dalla destra nazionalista, xenofoba e fascistica. Ricongiungere la politica alla società, e viceversa, è dunque il passaggio decisivo.

Occorre coraggio e determinazione, spazzando via settarismi, opportunismi e dannosi personalismi, facendo strada invece a una cultura politica che unisca capacità di analisi e rigore morale, e ripensi il ruolo del partito politico nella piena autonomia dai poteri economici e anche da quelli dello Stato. Il modo nuovo di fare politica deve fondarsi sull’unità di teoria e pratica, di pensiero e azione, di strategia e tattica, combinando la diffusione nei territori di una rete di mutualismo, cooperazione e soccorso con la capacità di lottare nella società e nelle istituzioni per dare risposte efficaci ai bisogni emergenti in Italia e in Europa.

È utile studiare le esperienze che dopo quelle di Linke in Germania, Syriza in Grecia e Podemos in Spagna sono emerse con Mélenchon in Francia, Corbyn nel Regno Unito e anche Sanders negli Usa. Rappresentano un fatto nuovo in controtendenza in un panorama segnato dal prevalere di forze conservatrici e di destra, sebbene nella loro differenziazione sembrano accumunate dalla difficoltà mettere in campo una reale alternativa al dominio del capitale. Di certo la prospettiva non può essere il ripiegamento nazionalista, ma non basta la critica al liberismo: la questione da mettere a tema è la crisi e il superamento del capitalismo. Sarebbe comunque un’illusione preoccupante ritenere che si possano trasferire in Italia esperienze che nascono in contesti diversi e in condizioni storico-politiche irrepetibili. Più produttivo è mettersi all’opera con tenacia perché le forze di sinistra che ancora si dichiarano tali in Europa trovino convergenze di iniziativa e di lotta sui più scottanti problemi sociali a cominciare dal lavoro, e su questa base facciano crescere un nuovo internazionalismo.

Per quanto riguarda l’Italia non si può evitare il chiarimento delle ragioni che hanno portato alla liquidazione della sinistra operaia e popolare in questo Paese. Soprattutto, nel buio della crisi generale in cui stiamo brancolando, abbiamo bisogno di riattivare la luce del pensiero politico di Antonio Gramsci, che i miglioristi del Pci, i liberisti mitigati e i fautori del «capitalismo solidale» hanno colpevolmente spento. La teoria gramsciana della funzione egemonica, da conquistare nelle sovrastrutture della cultura e della politica per poterla poi esercitare nell’organizzazione dell’economia, della società e dello Stato, capovolge lo schema della rivoluzione condotta dall’alto con un atto giacobino o con la presa del Palazzo d’inverno, fa emergere come centrale il tema del partito politico come «intellettuale collettivo», e nell’era della comunicazione universale digitalizzata è densa di inediti e inaspettati sviluppi. Non per cancellare il partito di massa, ma al contrario per rafforzarne la funzione di intellettuale collettivo al servizio della causa rivoluzionaria che produca una rigenerazione intellettuale e morale mediante l’uso delle più sofisticate innovazioni della scienza e della tecnica.

La forma del partito deve essere funzionale alla strategia di trasformazione della società, alla rivoluzione democratica che si compie attraverso l’attuazione della Costituzione. Il partito di massa, «intellettuale collettivo» che lotta anche sul terreno della cultura e della formazione del senso comune, è lo snodo decisivo di questa strategia, diversa da quella di Lenin e alternativa alle socialdemocrazie imprigionate nella gabbia dei rapporti di produzione capitalistici. Ed è anche lo strumento per demolire, con la battaglia delle idee e con i comportamenti personali, l’idea largamente diffusa che concepisce la politica come una pratica e un costume secondo cui il cittadino – declassato a sottoposto impoverito – chiede e il politico – elevato a politicante padrone della ricchezza – concede. Un ritorno ai bei tempi del Re Sole, quando i diritti non c’erano ed esistevano solo graziose concessioni del sovrano. Il contrario del principio di uguaglianza fissato in Costituzione, che è il sale della democrazia.

Nelle condizioni determinate dal voto del 4 marzo 2018 una formazione politica che voglia coalizzare il mondo del lavoro vive se rovescia la prassi corrente, e utilizzando in modo adeguato le tecnologie della comunicazione si dà una forma non leaderistica e padronale, ma democratica e trasparente, efficiente e stabile. Non il partito del leader, ma un leader – e un diffuso gruppo dirigente –  al servizio del partito. Avendo ben in mente l’osservazione di Gramsci secondo cui «un “movimento” diventa partito, cioè forza politica efficiente, nella misura in cui possiede “dirigenti” di vario grado e nella misura in cui questi dirigenti sono “capaci”», si tratta di definire regole democratiche che rispondano a un duplice obiettivo. Da una parte, la partecipazione attiva e l’autogoverno degli iscritti elevandone la cultura politica e la capacita di decisione. Dall’altra, l’attitudine alla mobilitazione sociale e alla relazione permanente con il mondo esterno, con l’insieme della società e delle istituzioni.

La formazione di gruppi dirigenti diffusi in grado di praticare non la semplice propaganda ma la capacità di lotta politica e di organizzazione di massa per strappare risultati concreti è una operazione tra le più impegnative. Non si tratta di far funzionare uno staff di tecnici e consulenti a pagamento a disposizione di un capo che comanda, ma di dare vita a organi collegiali stabili e democraticamente riconosciuti, che si assumono la responsabilità di elaborare e attuare scelte tattiche coerenti con una generale strategia di cambiamento, riconducendo nel partito politico l’unità di teoria e pratica indispensabile per poter esercitare la funzione egemonica, strappandola alla classe di comando del capitale.

Il dirigente politico di un moderno partito del cambiamento con caratteristiche di classe, di massa e popolari, che pensa e cammina usando il cervello e le gambe di milioni di esseri umani, non può essere un facitore di parole, un cesellatore di frasi a effetto, un compulsivo clickatore della tastiera il cui pensiero è elaborato da altri. «Specialista più politico» nell’unità di teoria e pratica: questa è la formula per formare dirigenti a tutti i livelli e in tutti territori, e per mettere in moto le tante energie inutilizzate e nascoste nel Paese.

Il moderno partito delle classi subalterne non è totalitario: sia perché agisce in un sistema pluripartitico, sia perché non aspira ad essere un partito pigliatutto che si sovrappone alla società per dominarla. Rappresenta e organizza solo una parte, e con questa interagisce in permanenza per elaborare proposte e indirizzi generali volti al cambiamento della società e dello Stato, cioè per produrre politica di massa non propaganda di gruppi che si richiamano alla massa. Di conseguenza, il rapporto con la classe lavoratrice in tutte le sue componenti, di genere e generazionali, non può essere a senso unico, ma si svolge in modo dialettico e interattivo, e comprende l’ascolto, l’analisi e le risposte alle emergenze della quotidianità e all’esigenza di un generale cambiamento.

Nella condizione instabile e incerta nella quale viviamo l’attendismo e la passività non avvicinano soluzioni positive. Dare forma in questa condizione a quel partito rivoluzionario delle classi subalterne di cui ha bisogno il Paese, in assenza del quale la democrazia soffoca e con essa la libertà e l’uguaglianza, è perciò il passaggio ineludibile di questo tempo.

Share