Paolo Ciofi. Il Pci e Roma negli anni 70. Non c’è futuro senza radici (Parte seconda)

Paolo Ciofi. Il Pci e Roma negli anni 70. Non c’è futuro senza radici (Parte seconda)

Ricostruire la storia e la memoria del Pci a Roma, grande metropoli e capitale di uno dei Paesi finora più avanzati del mondo, in questo passaggio molto difficile nel quale oggi ci troviamo a vivere serve per recuperare un punto di vista da cui muovere: per interpretare il presente e quindi costruire il futuro.

Nei giorni del rapimento Moro Roma riuscì a tenere sul terreno democratico. Con i comunisti vinse lo schieramento antifascista

Nei giorni del rapimento di Moro, prima e dopo quel passaggio assai stretto, Roma riuscì a tenere sul terreno democratico proprio perché, nel confronto con i movimenti estremistici e violenti, il Pci e i partiti dello schieramento antifascista, sia pure con difficoltà, furono vincenti. Un momento molto rilevante della mobilitazione democratica fu lo sciopero generale unitario del 23 marzo 77 per l’occupazione e contro la violenza, con corteo e manifestazione a piazza San Giovanni, che si svolse senza incidenti. Il lavoro dei comunisti romani fu molto intenso e senza risparmio. Migliaia furono le compagne e i compagni impegnati ovunque. Iscritti al partito e alla Fgci e anche solo simpatizzanti. Nelle fabbriche, negli uffici, nelle scuole, nei mercati. Nelle borgate, nelle periferie come nel centro storico. Tra le donne e i giovani. Tra gli operai e gli impiegati, ma anche tra i commercianti e i professionisti. Gli studenti, i professori, gli intellettuali. Il partito romano era negli anni 70 una libera associazione molto articolata e complessa, che all’origine si era sviluppata nella metropoli dalla base popolare e plebea con l’apporto di grandi intellettuali. Contavamo allora circa 70 mila iscritti, di cui il 40% definiti operai. Con organizzazioni di fabbrica combattive al Poligrafico dello Stato, alla Fatme, alla Voxson, all’Autovox, e in altre aziende industriali che tuttavia non erano la spina dorsale di un agglomerato urbano prevalentemente impiegatizio e mercantile.

Nelle sezioni una vita molto vivace, grandi slanci e anche depressioni

La vita di partito era molto vivace nelle sezioni territoriali, il cuore pulsante dell’intera organizzazione. Grandi discussioni e riunioni spesso interminabili. Grandi slanci e talora anche improvvise depressioni, che rispecchiavano l’assetto e gli umori della città in un partito ampiamente diffuso nel territorio. Un partito tuttavia molto generoso e sensibile, anche sui temi della solidarietà internazionale e della lotta per la distensione e per la pace. Con una caratteristica tipica dei romani, che dietro un apparente disinteresse e menefreghismo nascondono un modo naturale e diretto di fare le cose senza farlo pesare, e senza la presuntuosa retorica del “ghe pensi mi” e “faso tuto mi”. Con una capacità di verifica e di critica al tempo stesso, che costringeva i dirigenti a rendere conto delle loro decisioni e a verificarne l’applicazione. Una sorta di controllo dal basso che arricchiva la vita democratica, e facilitava anche le nostre relazioni con gli altri partiti.

Non vorrei presentare un quadro idilliaco, perché in realtà non lo era. Avevamo anche tanti difetti, non solo personali. Voglio dire che però l’interazione continua con la base del partito, e quindi con la vita reale delle persone, ci rendeva più forti contro il consolidato sistema di potere della Dc che tentava di condizionarci. E anche nelle relazioni con il centro del partito non sempre facili, specialmente in una fase di mutamenti continui che non era semplice cogliere con tempestività. Al riguardo, una divergenza di non poco conto si manifestò subito dopo le elezioni del 75. Quando, di fronte alla possibilità di formare la giunta di sinistra nel Lazio, il compagno Chiaromonte, coordinatore della segreteria nazionale del partito, riteneva quella una mossa azzardata che avrebbe potuto pregiudicare la politica di solidarietà nazionale. Noi non fummo d’accordo, andammo avanti e i fatti l’anno successivo ci dettero ragione.

La costruzione di un nuovo gruppo dirigente, più giovane negli anni e nell’esperienza

Non ho la possibilità oggi di ricordare le compagne e i compagni, molto numerosi, con i quali ho avuto modo di collaborare negli anni della direzione della Federazione romana, quando mi impegnai nella costruzione di un nuovo gruppo dirigente, rinnovato e più giovane negli anni e nell’esperienza. Un’operazione indispensabile, poiché avevamo bisogno di far crescere forze in grado di combattere sia sul fronte della lotta politico-culturale e sociale, sia su quello del governo delle istituzioni e della cosa pubblica. C’era bisogno di una nuova leva di specialisti e politici, secondo la formula di Gramsci. Senza i quali una partito di massa si disfa in una congerie di lobby, di corporazioni, di gruppi di potere. Permettetemi però di ricordare e di ringraziare in questa circostanza i miei collaboratori più stretti di allora, i componenti della segreteria della Federazione con i quali dividevo molte ore ogni giorno. Due compagni più avanti negli anni, allora già sperimentati, che non ci sono più: Siro Trezzini e Romano Vitale. E poi Sandro Morelli, Pasqualina Napoletano, Angelo Fredda e Franco Cervi.

Il governo della capitale, che ci impegnò insieme alle compagne e ai compagni del gruppo capitolino e della giunta, ci poneva di fronte a una scelta di fondo. Considerare Roma non più una risorsa da sfruttare per incrementare rendite e profitti a vantaggio di pochi detentori della ricchezza, ma una risorsa da valorizzare per accrescere il livello di vita e il benessere dei romani, il progresso sociale e civile degli italiani e l’efficienza della nazione. Una scelta radicale che veniva da lontano, imposta dal carattere di Roma come grande metropoli in quanto capitale dello Stato.

Argan: spolpare Roma una scelta storica delle classi dirigenti

Spolpare Roma era stata una scelta storica delle classi dirigenti, come aveva visto con chiarezza Argan quando aveva affermato che «se la “classe dirigente”, dopo l’unità d’Italia, avesse saputo definire il nuovo ruolo di capitale che Roma era destinata a svolgere e l’avesse messa in condizione di adempiere a quella funzione, Roma non sarebbe al punto in cui è: è a questo punto perché la “classe dirigente” ha proferito considerarla un patrimonio da sfruttare e l’ha costantemente e indegnamente sfruttata”. Si è determinato così quello che potremmo definire un paradosso storico: per cui le classi dirigenti, per più di un secolo, dopo avere trasferito la capitale a Roma, non hanno mai investito il Parlamento di una discussione e di una decisione sulle funzioni e il ruolo dello Stato nella città capitale. Accentramento burocratico dei ministeri e degli apparati statali da una parte, municipalismo miope ed esasperato dall’altra. Queste le direttrici delle classi dirigenti. Emano libera al capitale, alla speculazione e alla rendita.

Un fenomeno diventato dirompente negli anni 50, in rapporto alla modernizzazione capitalistica che spogliava le campagne e spingeva l’immigrazione di massa. Roma aumentava di 15 volte dal momento dell’unità nazionale. In un territorio dove troverebbero posto le 7 principali città del Paese. Masse di diseredati premevano nelle periferie, organizzati dall’Unione borgate per ottenere un alloggio e vedere riconosciuti i loro diritti di cittadini. Mentre la società Immobiliare detenuta dalla Santa Sede, dalla Fiat e dall’Italcementi, in combutta con i principi romani proprietari dei terreni, di fatto costruiva senza controlli una nuova città distruggendo il territorio.

Era il tempo del sindaco Rebecchini, che secondo il detto popolare «se magnava er Campidojo co’ tutti li scalini». Si trattava quindi di ricomporre in una visione unitaria la metropoli, spaccata da profonde fratture territoriali, che erano la conseguenza di accentuate, disuguaglianze sociali e di classe. Nello stesso tempo di cambiare radicalmente lo stile burocratico e accentratore del governo, locale e centrale. Una situazione che negli anni 70 a Roma era persino peggiorata, con una mortalità infantile del 26 per 100 uguale a quella del Marocco, e le periferie piene di baracche, di immigrati e di giovani senza lavoro. Al punto tale da indurre il vicario di Roma, monsignor Poletti novarese amico di Scalfaro, a organizzare nel 1974 pur tra molte resistenze il «convegno sui mali di Roma».

La situazione drammatica delle borgate, il degrado della capitale. Petroselli: “La città è una sola”. Le  Giunte rosse

Giovanni Berlinguer con Piero Della Seta e successivamente Franco Ferrarotti avevano già scritto sulle borgate e sul degrado della capitale. Senza contare i romanzi di Pasolini, che nel Pci avevano suscitato una polemica tra Montagnana e D’Onofrio. Ma quel convegno lasciò il segno perché denunciava una situazione drammatica e di fatto rappresentava una critica forte e argomentata all’operato della Dc. Poletti era una persona semplice, che andava in giro da solo con una vecchia macchina e parlava con tutti. Volle incontrare anche me riservatamente perché temeva che i comunisti vietassero la costruzione delle chiese in periferia. Le parole di Luigi Petroselli, al momento della sua elezione a sindaco nel 79 dopo Argan, sembrano rispondere alla denuncia del Vicario di Roma: «La città è una sola. Solo se i mali di Roma saranno affrontati, solo se la parte più oppressa della società, dai poveri e dagli emarginati agli anziani, dalle borgate ai ghetti della periferia avranno un peso nuovo su tutta la città, essa potrà essere rinnovata e risanata. Solo se sarà più giusta e più umana, potrà essere ordinata, potrà essere una città capace di custodire il suo passato e di preparare un futuro». Una impostazione che richiede un progetto per la metropoli e per la capitale, una continua ricerca culturale e ambientale, un blocco sociale e un sistema di alleanze politiche capaci di sostenerla.

L’esperienza delle giunte rosse l’ho esaminata nel libro Del governo della città. Ad esso quindi rimando, limitandomi qui all’essenziale. Per ricordare, anzitutto, che già Argan aveva avviato un rilevante cambiamento dell’assetto urbano con la conferenza urbanistica del luglio 77. Dove si gettano le basi per il risanamento delle borgate, la salvaguardia dei beni archeologici e monumentali, la riqualificazione del patrimonio edilizio e l’edilizia economica e popolare. La legge urbanistica proposta da Fiorentino Sullo era stata bocciata per le resistenze del suo stesso partito, la Dc. Quindi si operava sulla base della legge Bucalossi del 77, secondo cui il diritto di costruire comunque non è connesso alla proprietà del suolo, ma spetta all’amministrazione pubblica che rilascia la concessione.

Con Petroselli sindaco in due anni l’attività della giunta comunale si arricchisce e produce risultati di rilievo. Si definisce il parco storico-ambientale Colosseo Appia Antica; si porta a conclusione la variante del piano regolatore per il risanamento delle borgate; si mettono a punto i piani particolareggiati per gli insediamenti produttivi; si dà attuazione al piano per l’edilizia economica e popolare; si approvalo Sdo. Il sistema direzionale orientale, dove si sarebbero dovuti concentrare i ministeri e le attività amministrative, che avrebbe potuto rovesciare il disegno urbanistico di Roma arrestando lo scivolamento verso il mare, e cambiare il volto e la funzione della capitale.

Il Comune di Roma centro di iniziativa per la tenuta democratica della città

L’attività del sindaco e della giunta era rivolta anche a fare del Comune il centro d’iniziativa per la tenuta democratica della città. Molteplici e febbrili le attività volte ad assicurare i diritti sociali e civili, ad elevare la qualità della vita, il livello culturale e civico nel territorio urbano. Dotandolo di scuole, asili, centri per gli anziani, di servizi più efficienti nel campo dei trasporti, della pulizia delle strade e delle piazze. La linea A della metropolitana viene inaugurata nel 1980. L’estate romana, inventata da Renato Nicolini, ha tenuto banco per anni: il cosiddetto effimero, rivelatosi un importante fattore di coesione tra centro e periferia, di partecipazione collettiva contro la paura e il ripiegamento individuale, egoistico e violento.

In pari tempo, sul versante regionale veniva impostato un progetto di programmazione, che prevedeva il potenziamento della base produttiva industriale e agricola in combinazione con la tutela della natura e il riequilibrio del territorio. In quella direzione andavano l’istituzione dei parchi naturali, il potenziamento della rete stradale e la formazione di una unica azienda di trasporto pubblico regionale, in modo di accorciare i tempi di percorrenza e di accelerare lo spostamento di persone e cose. Si puntava anche sulla informatizzazione e accelerazione della spesa, snellendo le procedure del bilancio regionale partecipato, che prevedeva la consultazione preventiva dei Comuni e delle organizzazioni sindacali.

Share