Paolo Ciofi. Il Pci e Roma negli anni ’70. Non c’è futuro senza radici. La relazione al convegno di Roma (Parte prima)

Paolo Ciofi. Il Pci e Roma negli anni ’70. Non c’è futuro senza radici. La relazione al convegno di Roma (Parte prima)

Ricostruire la storia e la memoria del Pci a Roma, grande metropoli e capitale di uno dei Paesi finora più avanzati del mondo, in questo passaggio molto difficile nel quale oggi ci troviamo a vivere serve per recuperare un punto di vista da cui muovere:per interpretare il presente e quindicostruire il futuro.

         Non vorrei fare abuso di citazioni. Ma di fronte a questo eterno presente, che in realtà è una regressione verso il passato, come non dare ragione a Giacomo Leopardi, quando affermava che l’essere umano senza memoria «non sarebbe nulla, e non saprebbe far nulla»? «Certamente nella svalutazione del passato è implicita una giustificazione della nullità del presente», sosteneva il nostro Gramsci. Promettono di costruire cattedrali – aggiungeva – e invece fabbricano solo oscure soffitte. Ovvero seminano dragoni e raccolgono pulci, per dirla come quel tale.

Il Pci  a Roma

         Com’era  il Pci, e cosa sono stati gli anni 70 a Roma per il Pci, che – ricordiamolo subito – era allora il più grande e autorevole partito comunista dell’Occidente capitalistico? Anni durante i quali io sono stato prima segretario regionale del Lazio e poi, del 76 al 79, segretario della Federazione romana. Non sono uno storico e non pretendo di diventarlo in questa circostanza. Ma d’altra parte, piuttosto che indugiare su vicende personali di relativo interesse, vorrei mettere in luce – sulla base di un esercizio non facile di recupero della memoria e di documenti originali – il significato e i contenuti di una fase straordinaria nella vita dei comunisti romani e di questa città che non ha uguali nel mondo per bellezza, per storia e vocazione universale. Una riflessione che faccio oggi qui con voi, dopo quasi 50 anni, quando il Pci divenne il primo partitoa Roma, capitale dello Stato italiano e sede del Vaticano centro della cristianità. Assumendo in prima persona funzioni di governo al Comune, alla Provincia e alla Regione.

         Si è trattato di un passaggio inedito e in parte inaspettato, che poneva problemi del tutto nuovi in campi fino ad allora inesplorati:a noi e anche ai nostri amici e avversari, dentro e fuori d’Italia. In una fase, appunto quella degli anni 70, che a mio parere è stata il punto più alto raggiunto dal Pci nella lotta per cambiare la società seguendo il percorso originale della via italiana al socialismo, e che – in pari tempo –ha visto lo scatenarsi di unacontroffensiva in tutti i campi e con molti mezzi volta a bloccare il cambiamento, e a sradicare il partito comunista dalle sue basi di massa. In questo scontro, che finiva per mettere in discussione le basi stesse della Repubblica democratica, Roma è stata un epicentro decisivo.

Il principio dell’espansione massima della democrazia, oltre il capitalismo

         Il percorso originale e inesplorato della via italiana al socialismo, che come sappiamo prende origine da Gramsci, poi definita e praticata da Togliatti, sviluppata e arricchita da Longo e Berlinguer, si fondava sul principio dell’espansione massima della democrazia per dare vita e sostanza a una civiltà superiore oltre il capitalismo: una democrazia progressiva, dunque, fino a fondere in un binomio inscindibile la democrazia stessa e il socialismo. Un percorso-ecco l’originalità della via italiana e la grande conquista del movimento operaio di questo Paese – che si può compiere attuando i principi della Costituzione del 1948 giacché il lavoro e non il capitaleè il fondamento della Repubblica.

Alla condizione, ovviamente, che sia presente un partito delle lavoratrici e dei lavoratrici capace di organizzare l’insieme delle classi e dei ceti subalterni, al centro di un vasto sistema di alleanze sociali e politiche. Questo partito era ben presente in quegli anni, e con le sue lotte aveva consentito di raggiungere importanti traguardi sociali e civili. Il conflitto, che il Pci svolgeva coerentemente sul terreno democratico, era più che mai aperto.

         Nel tornante tra gli anni 60 e 70 Berlinguer osserva cheemergeva «la necessità e la possibilità di realizzare un grande passo avanti sulla via della trasformazione democratica e socialista del nostro Paese». E siccome nel contempo si trattava di respingere ripetuti attacchi di natura conservatrice e apertamente reazionaria, aggiunge che occorreva stabilire un nesso organico tra strategia e tattica: proprio nell’avvicinamento «tra problemi di strategia e problemi di direzione pratica sta una delle particolarità più appassionanti dell’attuale situazione».

         Lo sviluppo degli eventi confermava la sua analisi. Dopo «l’autunno caldo» del 1969, che portò a fondamentali conquiste salariali e contrattuali fino all’approvazione della legge 300 del 1970, meglio nota come Statuto dei diritti dei lavoratori, ebbe inizio la strategia della tensione e venne alla luce il tentativo di colpo di Stato organizzato dal fascista Junio Valerio Borghese, già capo della X Mas e presidente del MSI. A conclusione della stagione che aveva portato al superamento delle “gabbie salariali”, all’istituzione delle Regioni e alla legge sul divorzio fece poi seguito nel 1972 il governo di centro-destra Andreotti-Malagodi.

Il nesso tra dimensione nazionale e quella internazionale è sempre stato molto stretto

         Anche sul fronte internazionale il tornante tra gli anni 60 e 70 si caratterizzò per cambiamenti di grande rilievo. Del resto nella politica del Pci il nesso tra la dimensione nazionale e quella internazionale è sempre stato assai stretto, seppure non sempre lineare. Nel 68 l’intervento armato sovietico stroncò la Primavera di Praga, mettendo in discussione, come disse Berlinguer,«questioni di principio» riguardanti la sovranità e l’indipendenza di ogni Paese e di ogni partito comunista, e anche quelle riguardanti la democrazia socialista e la libertà della cultura. Per quanto riguarda l’Italia, aggiungeva, «pensiamo che si possa non solo avanzare al socialismo, ma anche costruire la società socialista con il contributo di forze politiche, di organizzazioni, di partiti diversi». In sostanza, un nuovo socialismo, «diverso da ogni modello esistente».

         Nello scenario internazionale in continuo movimento si venivano precisando la strategia e la tattica del Pci. Alla svalutazione del dollaro nel 1971 fecero seguito nel 1973 la crisi petrolifera mondiale e il golpe orchestrato in Cile dai generali con la copertura degli Stati Uniti, che pose fine al governo di socialisti e comunisti democraticamente eletto. Mentre nel piccolo Vietnam,qualche anno dopo, l’imperialismo americano doveva ritirarsi sconfittodai combattenti guidati da Ho Chi Minh. Un segnale emblematico del processo di liberazione dei Paesi del terzo mondo.

         Sono gli anni in cui il segretario del Pci parla di una crisi «di tipo nuovo», dalla quale non si può uscire se non si tiene conto della aspirazione alla pace, alla libertà e all’indipendenza dei popoli e dei Paesi sottosviluppati e in via di sviluppo. Una condizione che comportava una visione più ampia e dinamica dell’internazionalismo. In tale contesto Berlinguer sostiene che in Italia,per uscire dalla crisi, serve «una nuova tappa della rivoluzione democratica e antifascista» che introduca «nell’assetto e nel funzionamento della società alcuni elementi propri del socialismo».

 Berlinguer e la formula del compromesso storico, molto discussa e controversa

La formula del compromesso storico, molto discussa e controversa, lanciata subito dopo il golpe cileno, da non confondere comunque con il governo di unità nazionale o della “non sfiducia”, sta tutta dentro la visione di un nuovo socialismo che il segretario del Pci non abbandona mai. Nel famoso saggio pubblicato in tre puntate su Rinascita dal 28 settembre al 12 ottobre 1974 la questione di principio e di estrema attualità posta in quel momento è quella di come si possanogarantire la piena libertà politica, l’indipendenza e la democrazia repubblicana: respingendo ogni forma di ingerenza esterna da qualunque parte provenga e comunque mascherata, isolando in pari tempo le violenze e le forze fasciste, reazionarie ed eversive dell’ordine democratico. Mentre conferma la necessità di profonde trasformazioni sociali e ribadisce che «la via democratica al socialismo è una trasformazione progressiva – che in Italia si può realizzare nell’ambito della Costituzione antifascista – dell’intera struttura economica e sociale, dei valori e delle idee guida della nazione», Berlinguer risponde che la garanzia del cambiamento sta nel cementare l’unità delle masse popolari e dei partiti democratici, garantendo il pluralismo senza discriminazioni, attraverso «un nuovo grande compromesso storico», della stessa levatura di quello che ha dato vita alla Costituzione. Nel reciproco riconoscimento dei valori costituzionali e al di là delle formule di governo, chiamate comunque a garantire un’alternativa democratica. Fino alla metà degli anni 70 il Pci aveva svolto la sua funzione di opposizione, a Roma e nel Paese, mantenendosi sempre sul terreno dello sviluppo della democrazia e non derogando mai dai principi costituzionali. Ma quando, dopo i risultati elettorali del 1975 e del 1976, il tema del governo di Roma e del Paese, e del cambiamento del modello di sviluppo,si pose in termini concreti, la controffensiva si dispiegò in pienoin tutti i campi: sociale, politico, culturale. Nonché sul terreno del terrorismo e della «strategia della tensione».

Che il nostro fosse un Paese a sovranità limitata fu dimostrato chiaramente dal veto posto dagli Stati Uniti all’ingresso del Pci nel governo minacciando pesanti ritorsioni economiche. Era il 1976, e nel vertice di Porto Rico si allinearono prontamente i governanti europei con in testa il socialdemocratico tedesco Helmut Schmidt. D’altra parte, sul versante interno, dove pullulavano diverse sigle fasciste e anticomuniste, si moltiplicavano le manifestazioni distruttive e le violenze degli autonomi,le aggressioni e gli attentati del terrorismo nero, i sequestri e gli omicidi delle Brigate rosse. L’obiettivo, di fatto, era travolgere la linea di lotta democratica e di massa del Pci, estirpando le sue radici sociali ed espellendolo dalla sua base operaia e popolare.

Il quadro impressionante sulla violenza eversiva a Roma nel dossier  della Federazione comunista

Il quadro che emerge dal Dossier sulla violenza eversiva a Roma pubblicato dalla Federazione comunista, che ho qui con me, è davvero impressionante. Dalla metà del 76 a tutto il 77 si contano a Roma 254 attentati terroristici e 261 atti di squadrismo e di violenza organizzata, che colpiscono le persone, le sedi dei partiti e delle circoscrizioni, le scuole e l’Università, i negozi, le chiese, le associazioni, le strutture civili e militari.Siamo nel pieno degli anni di piombo. Una sequenza di atti distruttivi e di continua violenza in cui la vita umana conta poco.

Ricordo il giudice Vittorio Occorsio, ucciso dal fascista Concutelli di Ordine nuovo nel luglio 76. Poi nel 77 Settimio Passamonti, di 23 anni, agente di Pubblica Sicurezza, colpito da provocatori armati all’esterno dell’Università. Giuliana Masi, caduta per i colpi d’arma da fuoco sparati dalla polizia a ponte Garibaldi dopo ore di scontri e di incidenti. Walter Rossi, giovane militante di Lotta continua, colpito alla nuca dai proiettili sparati da un fascista alla Balduina sotto gli occhi della polizia, che non interviene.

Le Brigate rosse operavano soprattutto sul terreno politico, nel tentativo di spostare a destra la Dc, mettendola in crisi e destabilizzando l’intero sistema politico. Il 2 novembre 77 fu ferito in un attentato da loro rivendicato Publio Fiori, allora esponente della Democrazia cristiana. La stessa sorte toccò a Girolamo Mechelli, capogruppo della Dc alla Regione Lazio, il 26 aprile 1978 poco prima dell’omicidio di Aldo Moro

Il deputato del Msi  spara  e uccide  De Rosa, giovane militante della Fgci

Numerosi sono stati gli attentati alle nostre sedi e a nostri compagni. L’episodio forse più grave si verificò a Sezze Romano il 28 maggio 1976, quando il fascista Sandro Saccucci, deputato del Msi che aveva partecipato al golpe Borghese, aprì il fuoco e uccise il giovane compagno militante della Fgci Luigi De Rosa. Ricordo i funerali e la grande manifestazione che organizzammo in quella roccaforte rossa con Pietro Ingrao e Gianni Borgna.

A Roma uno degli epicentri privilegiati degli scontri e delle violenze era l’Università,dove si fronteggiavano estremismi di destra e di sinistra nella frattura che si andava manifestando tra le nuove generazioni e il quadro politico-istituzionale, non all’altezza di risposte efficaci di fronte alla crisi dell’occupazione, del sistema universitario e della scuola.L’idea che si potesse riportare alla normalità democratica una situazione nella quale agivano motivazionidiversee scontri continui con un «atto giacobino» del movimento operaio, come si sosteneva in ambienti dell’intellettualità comunista, non faceva i conti con la realtà e infattisi dimostrò sbagliata.

L’aggressione al comizio di Lama nella città universitaria

La prova provata fu l’aggressione al comizio di Luciano Lama promosso dalla Federazione sindacale unitaria Cgil, Cisl, Uilil 17 febbraio del 77. Nella città universitaria si erano già verificati gravi incidenti all’inizio del mese, prima e dopo una grande manifestazione antifascista unitaria organizzata in risposta al grave ferimento dello studente Giulio Bellachioma da parte del Fuan. Il clima era dunque surriscaldato e indire in quelle condizioni nell’Università occupata il comizio del segretario della Cgil fu un errore grave. Dei sindacati, e anche nostro: perché non teneva conto di due fattori che non eravamo stati in condizione di valutare e di contrastare. Da una parte, lo stato reale dell’Università e il malessere diffuso tra gli studenti che si esprimeva confusamente in quello che è stato chiamato il movimento del 77. Dall’altra, la presenza organizzata di gruppi armati di provocatoti e di teppisti, che distrussero il palco alla fine del comizio, aggredirono studenti e lavoratori, e usarono armi da fuoco prima dello sgombro dell’Università.

La situazione era di estrema gravità. Anche sul terreno culturale-politico ogni sforzo veniva compiuto per isolare nell’opinione pubblica il Pci, additato soprattutto ai giovani come il pilastro di un regime oppressivo e soffocante. Indicativo del clima di quei giorni è il rifiuto di Cisl e Uil, nonostante il comizio fosse unitario, di esprimere solidarietà a Lama e di sottoscrivere un documento comune di condanna dell’aggressione.L’episodio è ricordato in un libro di Santino Picchetti, all’epoca segretario della Camera del lavoro.

Il ministro Cossiga vietava le piazze al Pci e alle forze democratiche, lasciava campo libero ai gruppi eversivi

Una situazione resa più difficile dal comportamento contraddittorio del governo, che mentre con provvedimenti del ministro degli Interni Cossiga vietava le piazze al nostro e agli altri partiti democratici, lasciava così campo libero alle manifestazioni non autorizzate degli autonomi e di gruppi eversivi di vario segno, che di solito nella giornata di sabato trasformavano il centro di Roma in un campo di battaglia. Il 25 aprile 77 volevamo celebrare l’anniversario della Liberazione con una grande manifestazione di popolo. Avanzammo la richiesta ad Andreotti, che ci ricevette immediatamente dopo aver cercato invano il ministro competente,ma il suo diniego fu irremovibile. Lo ricorda egli stesso così nei suoi diari. «Comunisti e socialisti protestano per il divieto di tenere domani – festa della Liberazione- comizi all’aperto». «Cerco di spiegarlo a Vetere, Ciofi e Mancini». C’è da dire che anche i comportamenti di poliziotti e carabinieri, talora improntati da orientamenti anticomunisti, non sempre erano coerenti con le regole democratiche, trasparenti ed efficaci. L’impreparazione ad affrontare una situazione inedita e complessa appariva piuttosto evidente. Lo sperimentai personalmente quando il questore, mettendo il Pci e i terroristi nello stesso sacco, mi chiamò intimandomi di far cessare il tiro al bersaglio contro i suoi uomini. E anche quando, dopo avermi messo sotto scortaper le minacce ricevute, dovevo spiegare io alla scorta come comportarsi: e non sempre ci riuscivo.Un covo delle Br, insediato nel palazzo accanto, ha potuto per diverso tempo osservare e tenere sotto controllo i movimenti della Federazione comunista. Un fatto inquietante rimasto senza spiegazioni..

Una fase ancora non esplorata a fondo, il rapimemto di Aldo Moro, della sua scorta, l’omicidio del leader Dc

Episodi di una fase a mio parere ancora non esplorata a fondo dagli storici. Di cui il punto più oscuro e più difficile per la tenuta democratica dell’Italia e della sua capitalefuindubbiamente quello del rapimento di Aldo Moro e dello stermino della sua scorta; della detenzione e infine dell’omicidio, premeditato e cinicamente eseguito, del leader democristiano. Una crisi senza uguali nell’intero dopoguerra, 55 giorni dal 16 marzo al 9 maggio 78 diincertezza e di paura durante i quali i comunisti romani si trovarono esposti in prima linea sul fronte della difesa della Repubblica, del consolidamento del governo della capitale, della vigilanza democratica.

Non siamo in grado di dire se Aldo Moro, rimasto in vita, sarebbe stato in grado di aprire quella che definiva la terza fase della democrazia italiana, in cui avrebbero potuto coesistere senza discriminazioni una Dc aperta al nuovo e un Pci promotore di un nuovo socialismo. Certo è che con la suamorte il partito democristiano si è andato spostando progressivamente su posizioni conservatrici. Fino a innalzare, con il cosiddetto preambolo Forlani del 1980 e con la complicità di Craxi, una discriminazione organica nei confronti del partito comunista.

Berlinguer, il quale aveva deciso di porre fine al «governo della non sfiducia» prima del rapimento di Moro, osserverà poi, nella famosa intervista a Scalfari sulla questione morale del 1981, che fu un errore avere puntato «sulla possibilità che la Dc potesse rinnovarsi e modificarsi, cambiare metodi e politica». Aggiungendo che da parte del Pci erano stati commessi «errori di verticismo, di burocratismo e di opportunismo che hanno indebolito il nostro rapporto con le masse». Per concludere che «un’esperienza del genere non la ripeteremo mai più».

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