Nicola Cicala. Parlano i numeri. Banche, Lavoro, Paese. Radiografia della crisi. Fisac Cgil e Isrf, un report sull’Italia che invece di crescere va indietro

Nicola Cicala. Parlano i numeri. Banche, Lavoro, Paese. Radiografia della crisi. Fisac Cgil e Isrf,  un report sull’Italia che invece di crescere va indietro

Una non crescita, quale occupazione, le disuguaglianze quante e dove, i salari, le banche, i bancari, le parole chiave  del report presentato dal presidente di Isrf Lab, Agostino Megale e da Nicola Cicala, direttore di Isfr Lab. Se ne è discusso in un convegno tenuto nella sede della Cgil, che ha preso a base il report, dando la parola ai numeri, al quale hanno preso parte oltre agli autori del report, il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, Leonello Tronti, docente universitario a Roma 3 e Giuliano Calcagni, segretario generale Fisac Cgil. Abbiamo chiesto a Cicala di “raccontarci” il report. Di seguito l’articolo del direttore Isrf Lab Nicola Cicala.

Parlano i numeri. A dicembre 2018 il PIL italiano era ancora sotto i livelli precrisi (anno 2007) di 4,3 p.p., in Germania era a più 14,5, in Francia a più 9,6 e anche in Spagna, agganciato il livello del 2007 nel 2016 era a più 5,4 p.p. I numeri parlano chiaro, richiamando il sottotitolo dell’iniziativa che si  è svolta in CGIL . Crescita  che non c’è , la causa principale è la contrazione degli investimenti che arrivano a ridursi di un quarto, in un paese atavicamente caratterizzato da un livello d’investimenti sotto la media europea. L’occupazione, sul piano quantitativo è bassa. L’Istat certifica il ritorno ai livelli precrisi (23,2 milioni di occupati) ma questo dato falsa, se letto da solo, la realtà. In Italia mancano un miliardo e trecento milioni di ore lavorate, questo vuol dire che rispetto al 2007 mancano ancora un milione di posti di lavoro in termini di unità di lavoro. Neanche le previsioni fatte dal Governo indicano un’inversione di tendenza e quindi una crescita occupazionale, mentre su altri aspetti sono sin troppo ottimistiche.

Non c’è “cambiamento” (positivo) nelle stime del governo per il lavoro

Sul piano qualitativo l’occupazione, ad oggi è possibile affermarlo sulla base dei dati, è messa anche peggio. Il jobs act ha fallito: riducendo le tutele non si aumentano i posti di lavoro, lo avevamo intuito e sostenuto nel 2014, oggi lo affermiamo sulla base delle risultanze numeriche. Anche qui, i numeri parlano chiaro. Nel biennio 2017/2018 l’80% è stato assunto con contratti precari. Volendo trarre delle prime considerazioni e avanzare delle proposte, assunto che il problema sia l’assenza di lavoro, la missione istituzionale della BCE oltreché l’inflazione al 2% deve comprendere la piena occupazione come riconosciuto alla FED. Rispetto agli investimenti occorre un grande piano per la crescita economica e sociale che metta insieme investimenti pubblici e privati, continentale e nazionale. Poi c’è la questione salariale che ci accompagna dai primi anni ’90. I salari in Italia non crescono, la contrattazione ha difeso il salario dall’inflazione ma la bassa crescita della produttività e un fisco eccessivamente oneroso sui redditi da lavoro e da pensioni hanno reso il nostro paese tra i più poveri tra le principali economie europee in termini salariali. I numeri? Stando alle rilevazioni OCSE un lavoratore tedesco guadagna in media 910 dollari in più al mese rispetto ad un lavoratore italiano; un francese quasi 600 ed anche gli spagnoli, ormai, hanno salari medi più alti dei nostri: più 150 dollari al mese.

Serve un piano che sposti  il carico fiscale dal lavoro alle grandi ricchezze

su questo punto, volendo trarre delle indicazioni dai numeri, possiamo affermare che se il problema è un fisco che penalizza il lavoro serve un piano di grande redistribuzione che sposti il carico fiscale dal lavoro alle grandi ricchezze; se il problema è la produttività servono strumenti in grado di sostenerne la crescita, quindi, ancora, investimenti mirati e in merito le banche dovrebbero svolgere un ruolo. Le diseguaglianze sono crescenti e recessive. Il male della diseguaglianza attanaglia la nostra economia e la nostra società sempre più. Registriamo diseguaglianze da molti punti di vista: tra manager e lavoratori per cui si arriva all’eccesso in cui una persona (top manager) viene pagata quanto cento persone (lavoratori dipendenti).

Disuguaglianze anche all’interno del mondo del lavoro, una donna guadagna meno dell’uomo

Vi sono diseguaglianze interne al mondo del lavoro per cui una donna guadagna mediamente il 20% in meno rispetto ad un uomo; un giovane il 21% in meno rispetto alla media che è di 1.464 euro al mese netti; un precario meno 23%, uno straniero se comunitario meno 18% se extra UE addirittura meno 23%. Questo, tanto per fare un’esemplificazione significa che un giovane lavoratore in dieci anni guadagna circa quaranta mila euro in meno rispetto alla media. E le banche italiane in tutto questo? Anche qui vediamo di far parlare alcuni numeri. Tra il 2011 e il 2018 riducono gli impieghi del 10%, nel Mezzogiorno impiegano meno di quanto raccolgono. Prestano il denaro a prezzi più bassi del passato come conseguenza del QE della BCE ma comunque a prezzi più alti rispetto alle banche francesi, il tasso d’interesse medio applicato alle imprese in Italia è pari al 2,05%, in Francia è 1,74%. Si tratta solo di decimali ma se considerati nell’insieme costituiscono uno svantaggio competitivo per le nostre imprese molto consistente, un effetto spread nel privato di cui si parla ancora poco. E a proposito di spread apriamo una parentesi su quello pubblico, il nostro Stato paga decine di miliardi di euro l’anno sul debito, nel 2017 oltre 65 miliardi, il che significa che su ogni lavoratore e pensionato italiano gravano in media circa seicento euro l’anno solo per pagare il costo degli interessi.

Le banche riducono gli organici, cinquantamila in quindici anni.  Si può esser poveri pur lavorando

Le banche hanno ridotto gli organici, meno cinquantamila bancari in quindici anni, esuberi gestiti dal sindacato di categoria senza licenziamenti, con uscite agevolate volontarie e favorendo le assunzioni con il Fondo per l’occupazione costituito durante la fase di rinnovo dell’ultimo CCNL. Il settore ha operato una forte aggregazione e chiusura dei presidi fisici, tra il 2008 e il 2017 sono stati chiusi circa 6.700 sportelli. Una cosa le banche non hanno mai smesso di fare, pagare il capitale, usando una terminologia che sembra essere caduta in disuso. Tra il 2006 e il 2018 le banche hanno sempre riconosciuto dividendi agli azionisti, anche quando nel 2011, 2013 e 2016 il sistema ha fatto registrare perdite da capo giro, rispettivamente 22,7, 22 e 19 miliardi di euro. In quegli stessi anni hanno comunque pagato 3,3, 2,4 e 4,8 miliardi di dividendi attingendo alle riserve e intaccando il capitale. Di certo negli anni delle grandi perdite il sistema ha affrontato, correttamente, la massa di credito deteriorato che la crisi ha generato. I costi di rettifica del credito hanno consentito al settore di essere messo in sicurezza. Al dicembre 2018, le sofferenze nette nel settore ammontavano a 29,5 miliardi di euro, nel dicembre 2016 eravamo all’incredibile soglia di 86,6 miliardi. L’ultimo dato ci dice che siamo al di sotto dei livelli del dicembre 2010 che era di 36,6 miliardi. Appare chiaro che l’Europa e l’Italia hanno bisogno di un grande piano d’investimenti pubblici e privati per creare buona occupazione. Gli investimenti dovrebbero andare verso la riqualificazione ambientale e l’innovazione. Occorre favorire la crescita salariale perché oggi si può essere poveri pur lavorando, quindi dobbiamo rinnovare i contratti riconoscendo oltre l’inflazione anche la produttività e ridurre le imposte sul lavoro spostando il carico fiscale sulle grandi ricchezze. I numeri parlano, la politica dovrebbe agire.

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