Mario Michele Pascale. In Polonia, lo sviluppo economico sposa la xenofobia e disprezzo della democrazia. Avanza l’estrema destra

Mario Michele Pascale. In Polonia, lo sviluppo economico sposa la xenofobia e disprezzo della democrazia. Avanza l’estrema destra

Uno sguardo ai quattro Paesi che firmarono l’Accordo di Visegrad, Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia nell’imminenza dell’appuntamento elettorale europeo. Questa settimana, la Polonia.

Chiusa per anni tra il cordone sanitario occidentale e l’asfissiante presenza russa, limitata per secoli da conquistatori e dittature, la Polonia sembra aver recuperato un ritardo economico e culturale lungo secoli. Negli ultimissimi anni il paese ha ottenuto le attenzioni degli investitori internazionali, pronti a scommettere su questo vasto territorio, ponte di passaggio tra l’area ex sovietica e quella mediterranea, crocevia di influenze culturali, commerciali, e di interessi strategici fondamentali nelle attuali dinamiche geopolitiche.
Ad incentivare la riscoperta della Polonia è stata una fiorente crescita economica, incoraggiata da massicce iniezioni di denaro erogate dall’Unione Europea e da banche internazionali di investimento.

Oggi Varsavia è una città in cui i moderni palazzi di vetro oscurano le grigie facciate dell’età comunista. Le “zone economiche speciali” trascinano l’economia nazionale. In queste aree il governo favorisce e sostiene le azioni degli imprenditori, non solo per ospitare colossi multinazionali, ma puntando anche sulla solidificazione di una rete di piccola e media impresa locale. Il tutto baricentrato su veri e propri distretti della conoscenza e la valorizzazione del capitale umano. Ma Varsavia è una delle tante città della Polonia e le “zone economiche speciali” non rappresentano tutto il territorio. Al di là delle eccellenze imprenditoriali e dei piccoli circoli della società civile, esiste una Polonia profonda, materialmente ed intellettualmente rurale.

L’ANTISEMITISMO POLACCO FA FALLIRE L’INCONTRO DEL GRUPPO DI VISEGRAD

E’ saltato il recente vertice del gruppo di Visegrad in Israele. Dopo il ritiro della delegazione polacca l’incontro è diventato una serie di colloqui bilaterali privi di peso politico reale. La defezione di Varsavia arriva dopo le dichiarazioni di Yisrael Katz, appena nominato ministro degli Esteri di Israele, sulla questione delle responsabilità polacche nello sterminio degli ebrei durante la seconda guerra mondiale: “Sono figlio di sopravvissuti all’Olocausto e attorno alla memoria della Shoah non sono accettabili compromessi. I polacchi hanno collaborato con i nazisti” I polacchi, secondo il ministro israeliano, “Hanno succhiato l’antisemitismo con il latte delle madri”. Si tocca un nervo scoperto. Il parlamento polacco, nel marzo 2018, ha licenziato una legge che punisce con condanne fino a tre anni di reclusione chi definisce “campi polacchi” i lager costruiti e gestiti dagli allora occupanti nazisti per attuare lo sterminio del popolo ebraico. La norma prevedeva la stessa pena anche per chi cita studi storici che parlano di complicità di polacchi nell’esecuzione della Shoah. Il testo, dopo le pressioni delle comunità ebraiche internazionali, di Israele e dell’Unione Europea, viene parzialmente rivisto nel mese di giugno 2018. Viene eliminato il capitolo che prevedeva pene detentive per chiunque parlasse o scrivesse di partecipazione di polacchi all’Olocausto o di pogrom condotti da cittadini polacchi contro concittadini ebrei. La sostanza però non cambia. La Polonia ha attuato, con la legge sull’olocausto, un vero e proprio tentativo di revisionismo storico.

LA POLONIA PATRIA DELLE DESTRE EUROPEE

La Polonia è la patria dell’estrema destra europea. Nel 2015 la marea nazionalista e populista portò al governo il PiS, Prawo i Sprawiedliwosc, in italiano “Libertà e Giustizia”, partito guidato da Jarosław Kaczynski. Si tratta di una formazione di destra conservatrice, clericale, sospettosa dell’Europa, anti russa e con forti connotazioni anti semite. Ogni 11 novembre, quando viene commemorato l’anniversario della proclamazione della seconda repubblica di Polonia, è l’occasione in cui la destra neofascista e neonazista europea si ritrova in piazza. Il raduno del 2018 ha visto striscioni che inneggiavano: “Via dall’Europa”, “Potere ai bianchi”, “Europa bianca o spopolata”. In testa al corteo le bandiere della nostrana Forza Nuova. I manifestanti si sono dati anche a violenze contro i pochi, pacifici contestatori, senza che la polizia muovesse un dito. Il governo si è ben guardato dal prendere le distanze dalle violenze ed anzi, il presidente della repubblica polacca Andrzej Duda, prendendo la parola, ha detto: “Ringrazio tutti coloro i quali sono venuti in piazza, gloria agli eroi”.

L’INDIPENDENZA DELLA MAGISTRATURA FORTEMENTE A RISCHIO

L’indipendenza dei giudici in Polonia è fortemente a rischio. Il parlamento ha adottato alcune norme sul riordino della giustizia. Particolarmente critica è la legge sui tribunali comuni, che ha conferito al ministro della giustizia il potere di nominare e licenziare i presidenti e i vice presidenti dei tribunali. A dicembre, inoltre, il parlamento ha adottato alcuni emendamenti alla legge sul consiglio nazionale della magistratura e alla legge sulla Corte suprema, che mettevano, di fatto, la magistratura sotto il controllo del governo. Il 20 dicembre, la Commissione europea, con una mossa senza precedenti, è ricorsa all’art. 7.1 del trattato costitutivo dell’unione contro la Polonia. Il processo potrebbe portare a sanzioni per aver minacciato i diritti umani e lo stato di diritto nel paese.

 I media  controllati dal governo.  “Purga” senza precedenti ha colpito 234 giornalisti

Utilizzando i nuovi poteri conferitigli dalla legge sull’informazione del 2015, il ministro del Tesoro ha licenziato vari direttori e consigli di amministrazione delle stazioni radio e televisive pubbliche.
Il ministro ha nominato nuovi direttori senza consultare il consiglio nazionale delle telecomunicazioni, organo competente in materia, mettendo sotto il controllo del governo tutti i mezzi d’informazione pubblici. A seguire una purga senza precedenti ha colpito 234 giornalisti che lavoravano nelle trasmissioni pubbliche: questi sono stati retrocessi, licenziati o costretti a dimettersi. Vale la pena di menzionare il caso individuale di Tomasz Piątek, che ha rischiato di essere incriminato penalmente per il suo libro, in cui parlava dei rapporti tra il ministro della Difesa nazionale e i servizi di intelligence russi.  A fine giugno, il ministro ha sporto denuncia penale contro Tomasz Piątek, sostenendo che il giornalista aveva “usato violenza o minacce illecite che colpivano un’autorità di governo nell’esercizio del suo dovere” e di “aver insultato un pubblico ufficiale nell’esercizio dei suoi doveri”. A ottobre, il ministro ha accusato pubblicamente il giornalista di mirare a impedire la riforma dell’esercito polacco e ha dichiarato che le accuse presentate nel libro erano “parte integrante della guerra ibrida contro la Polonia”. Se non è intimidazione questa…

L’assassinio del sindaco di Danzica  PAWEL ADAMOWICZ

Contro gli oppositori, ma anche contro personalità semplicemente non allineate al pensiero dominante, in Polonia vige un clima da guerra civile. Emblematico è l’assassinio del sindaco di Danzica, Pawel Adamowicz, che veniva bollato come “un promotore di idee degenerate che fiaccano lo spirito patriottico”, un “degenerato” e un “amico dei negri”. La sua colpa è quella di aver difeso le minoranze, di aver combattuto xenofobia e antisemitismo, e di aver lavorato affinché Danzica diventasse una città rifugio. Questo gli è costato la vita.

Attaccati i DIRITTI DELLE DONNE. Violenze contro  le persone omosessuali

La Polonia ha una delle legislazioni sull’aborto più restrittive d’Europa. Essa consente l’interruzione della gravidanza solo in tre casi: pericolo di vita per la madre, stupro e grave malformazione del feto. Ogni anno in Polonia avvengono tra gli 80.000 e i 200.000 aborti clandestini e molte donne sono costrette a espatriare per abortire. A giugno, il parlamento ha adottato una modifica alla legge sui servizi sanitari finanziati dallo stato, in base alla quale la contraccezione d’emergenza è divenuta accessibile solo dietro prescrizione medica, in violazione delle raccomandazioni internazionali sulla contraccezione d’emergenza. Inutile dire che in un paese fortemente e radicalmente cattolico come la Polonia le discriminazioni e la violenza contro le persone omosessuali sono all’ordine del giorno

Migranti: Ue ha avviato procedura di infrazione contro la Polonia

La Corte europea dei diritti umani ha chiesto formalmente informazioni alla Polonia in merito ai ripetuti casi di respingimenti di richiedenti asilo alla frontiera bielorussa. Si tratta di persone il cui rientro nei paesi di origine avrebbe posto la loro vita in immediato pericolo. A giugno, la Commissione europea ha avviato una procedura d’infrazione contro la Polonia, così come contro la Repubblica Ceca e l’Ungheria, perché avevano rifiutato di partecipare al programma di ricollocazione dei rifugiati provenienti dalla Grecia e dall’Italia. A dicembre la Commissione ha deciso di deferire i tre paesi alla Corte di giustizia dell’Unione. “Siamo invariabilmente dell’opinione, formulata da nostro partito fin dalle elezioni del 2015, che non riceveremo migranti dal Medio Oriente e dall’Africa del Nord, qui in Polonia”, ha dichiarato il primo ministro Morawiecki. La Polonia invece accoglie ucraini e filippini. Varsavia è alle prese con una grande crisi demografica ed ha bisogno di lavoratori. Chiudendo ideologicamente e fattualmente ad ingressi dagli scenari primari delle migrazioni, come l’Africa, la Polonia si apre a scenari secondari in cui è maggiormente prevedibile un “ritorno a casa” dei lavoratori. L’Ucraina non attraversa una “crisi di sistema” e le Filippine sono relativamente stabili. In ambedue i casi si tratta di una migrazione economica che non prevede una presenza di lunga durata sul suolo polacco. Da non sottovalutare il fatto che ucraini e filippini, in un’ottica di destra, per quanto stranieri e diversi, sono comunque “cristiani”.

Le due chiese polacche. Il primate richiama all’obbligo evangelico

L’intreccio tra xenofobia e religione cattolica è preoccupante. Monsignor Wojciech Polack, arcivescovo di Gniezno e primate di Polonia, ha dovuto scuotere il clero polacco ricordando a tutti i sacerdoti che accogliere migranti “è anzitutto un obbligo evangelico”. Ha proseguito il primate “non ho alcuna alternativa in quanto responsabile della mia diocesi. In una situazione in cui ci sono preti che esplicitamente sostengono una parte politica a scapito dei loro doveri sacerdotali, debbo agire immediatamente”. L’arcivescovo si è spinto anche oltre minacciando la sospensione a divinis per i preti recalcitranti. In Polonia quasi tutti i sacerdoti e i media cattolici hanno sempre appoggiato la politica xenofoba del governo, dandole anche una credibilità diffusa ed un fondamento dottrinale in senso anti islamico ed anti semita. Da questo braccio di ferro monsignor Polack ne è uscito decisamente malconcio. Il clero polacco è andato avanti per la sua strada, infischiandosene.

TUTTA COLPA DELLA NATO. Il ruolo del gruppo di Visegrad

Riuscirà la Polonia ad equilibrare sviluppo economico e diritti civili?  La società civile appare sempre più isolata, accerchiata da un fondamentalismo nazionalista e religioso che gode dell’appoggio delle masse della “Polonia profonda”. Finché la politica estera europea sarà subalterna alle necessità della Nato la Polonia avrà un ruolo strategico nel contenimento della Russia e sarà molto difficile che l’Occidente ponga seriamente il problema a Varsavia. Toccare la Polonia, oltretutto, vuol dire mettere in discussione i rapporti con tutto il gruppo di Visegrad e quindi tutti gli attori del nuovo cordone sanitario contro Mosca.

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