Arturo Scotto. Articolo1 e la sinistra dinanzi alle grandi complessità e alle sfide dell’Italia e del mondo nel XXI secolo

Arturo Scotto. Articolo1 e la sinistra dinanzi alle grandi complessità e alle sfide dell’Italia e del mondo nel XXI secolo

Arturo Scotto è un dirigente di primo piano di Articolo 1-Mdp. Lo abbiamo incontrato due settimane dopo l’assemblea nazionale dal titolo Ricostruzione, che proponeva un tentativo di analisi della complessità sociale, economica e politica, e lanciava un messaggio alle forze della sinistra, di contrasto nei confronti di un governo gialloverde devastante.

Come si articola un’analisi di sinistra sulle contraddizioni e le condizioni del XXI secolo, in Italia e nel mondo?

Credo che sia giunto il momento di dire la verità. L’Italia è caduta in un buco estremamente pericoloso, un buco nero che produce ora sentimenti regressivi, una crescita esponenziale del razzismo, una paura di fondo che attraversa intere generazioni di fronte al futuro per il lavoro che non c’è, per la disoccupazione che cresce. Ci troviamo di fronte a dati che ci consegnano l‘attualità di un pensiero di sinistra. Mai come oggi le diseguaglianze sono state così larghe. Mai come oggi c’è un mondo del lavoro che non ha rappresentanza politica. Mai come oggi i conflitti si stanno moltiplicando ma non riescono a trovare elementi unificanti. La novità positiva, tuttavia, è che a 8 mesi dalla nascita del governo gialloverde, il sindacato per la prima volta unitariamente torna a proporre la questione sociale e lo fa su una piattaforma chiara: investimenti, la riduzione del precariato, la strada della svolta green, dell’ecosistema in pericolo, del green new deal, un tema quest’ultimo che attraversa milioni di persone e perfino l’Atlantico, come dimostra la svolta dei democratici americani.

Con l’assemblea di Ricostruzione avete cercato di ricucire il variegato mondo della sinistra. Ma secondo quali parametri politici e quali scelte operative?

Abbiamo dato vita a due assemblee molto importanti: una il 16 dicembre e l’altra il 16 febbraio. Abbiamo provato a interloquire con soggetti e segmenti diversi da noi, coinvolgendo alcune figure giovani e meno giovani dell’intellettualità italiana. Su che domanda? Non tanto lo sbocco organizzativo, ovvero il partito, perché nessuno è autosufficiente. Al contrario, noi ci riconosciamo come un piccolo tassello impegnato in una ricostruzione più generale della sinistra. Per questo abbiamo insistito molte energie sulle cose da fare. A partire da un convincimento comune, ovvero, che servirebbe intanto che dinanzi all’attacco contro la democrazia formale, socialisti, democratici, liberali, comunisti, verdi si ritrovino dalla stessa parte della barricata. Questa convinzione si traduce in un altro contenitore dove dentro ci sta tutto e il contrario di tutto? Io penso di no. In questo momento, nel Paese manca una forza socialista, ecologista e del lavoro che riesca a interpretare la domanda di fondo del XXI secolo: l’occidente sta vivendo il millennio di troppo oppure giustizia sociale e benessere possono ancora andare nella stessa direzione, democrazia e benessere possono camminare ancora insieme? Oggi siamo dinanzi a un mondo che dice che il benessere, la crescita economica, la redistribuzione si possano realizzare non più attraverso meccanismi democratici. Basta guardare la Cina, il paese più grande del mondo, che ha i tassi di crescita più elevati al mondo, ma è governata dalla dittatura di un solo partito. Vedo in Europa affermarsi questa idea per la quale la democrazia si può restringere e di deve restringere se si vuole andare verso una maggiore protezione del popolo. E invece credo che si debba percorrere la strada esattamente opposta. Terza considerazione sul contenitore: serve un progetto per l’Italia dove questo pluralismo riesca a stare assieme con un programma di svolta. Veniamo da 5 anni in cui la sinistra ha rotto tutti i tabù, ma li ha portati verso destra, non verso sinistra. Il Jobs act è stata una misura che ha rotto sentimentalmente col nostro popolo. La Buona scuola ci ha costretti a litigare con milioni di insegnanti e studenti e famiglie. Se fosse passata la riforma costituzionale di Renzi avremmo consegnato il paese nelle mani di Salvini, definitivamente. O si parte tirando una riga rispetto a questo passato, ricominciando da capo, oppure non ce la si fa.

Insomma, significa ripensare un intero sistema di valori, a sinistra.

Sul sistema dei valori siamo molto chiari:  socialismo ed ecologia sono sinonimi. La sinistra che elabora un modello di sviluppo alternativo che però non si ponga il tema che questa forma capitalistica rischia di andare in contraddizione con la tenuta del pianeta Terra, è una sinistra che non sta nel mondo reale. Il 15 marzo c’è un’iniziativa straordinaria sul clima che chiede alla sinistra un supplemento di cambiamento, perché noi non siamo ecologisti, anzi veniamo da tradizioni politiche che considerano l’ambiente un capitoletto all’interno di un programma elettorale e non invece lo sguardo attraverso cui analizzare i conflitti del lavoro, i conflitti sociali, i conflitti interetnici, i conflitti nazionali. Papa Francesco individua nella Laudato sì i migranti ecologici, gli ecoprofughi. E non si comprendono le ragioni di tante guerre lontane e nascoste, e perfino in parte il conflitto israelo-palestinese, se non si analizza davvero la questione delle risorse del pianeta.

E tra le novità del XXI secolo c’è anche il lavoro povero…

Il lavoro povero c’è perché nel corso degli ultimi anni si è verificata l’esplosione del precariato in base a una idea di flessibilità che sembrava essere l’unico strumento per poter competere sui mercati esteri. In Italia, l’esportazione ancora regge, soprattutto al nord, tant’è che lo stesso nord chiede autonomia differenziata perché si è ritrovato dentro il sistema dei valori mercantili tedeschi legati alle esportazioni. E tuttavia, c’è ancora un pezzo significativo di paese che non ce la fa. Il lavoro povero è la prima delle emergenze: Ecco perché la sinistra deve riprendere il senso di una battaglia salariale, e forse dovrà anche ragionare su alcuni tabù di questi anni, come il salario medio orario. Trovo l’iniziativa della Cgil su questi temi straordinaria perché riesce a ritrovare unità e una forte capacità di leadership simbolica. Landini lancia il sindacato di strada, che è un segnale molto forte perché introduce il sindacato al centro del conflitto più generale che non riguarda più solo i luoghi di lavoro. E tuttavia, temo che una sinistra sociale che si rafforza, non possa farcela senza una sinistra politica che non torna crescere. Mi pare che questo dibattito non ci sia nel Pd, ma non c’è neppure tra le forze della sinistra radicale, che nel corso degli ultimi anni hanno mollato il riferimento principale, che è il lavoro. Io penso che il tema principale all’ordine del giorno delle forze della sinistra sia quello di ricostruire la rappresentanza politica del lavoro.

Ciò significa elaborare un’idea più forte e coraggiosa di welfare, e di conflitto?

Non è un fatto recentissimo il divorzio tra il capitalismo della finanza e il capitalismo della produzione. Si è avverata la profezia di Alfredo Reichlin per la quale il capitale di carta avrebbe ingoiato il capitale della produzione. Ora l’interrogativo è come si cambia il capitalismo, limitandone ad esempio la funzione estrattiva che incide sull’ambiente e sull’ecosistema e come lo ripiantiamo nel lavoro. È una sfida che si risolve nell’ambito di una dimensione mondiale. Rilevo che il secondo punto riguarda come si riesce a rimettere al centro la persona, e dunque a garantire una serie di diritti intangibili, al lavoro, ad esempio, come è scritto nella Costituzione. La mia convinzione è che occorre fare chiarezza e andare verso un lavoro di cittadinanza attraverso l’elaborazione di un piano strategico che passa attraverso alcuni settori che sono stati svuotati nel passato più recente, penso alla pubblica amministrazione, innanzitutto. Ma anche a quel grande tema che è il green new deal.

E infine, occorre riprendere alcune questioni che compaiono ancora troppo poco nel dibattito della sinistra italiana. Un esempio. Trovo disdicevole la timidezza da parte di tutti e tre i candidati alla segreteria del Pd su una parola che si chiama patrimoniale. Noi di Leu abbiamo proposto una patrimoniale moderatissima dello 0,8% sui patrimoni che superano i tre milioni di euro, ed ora osservo che anche in America nel Partito democratico si pongono questo tema. D’altra parte, quando Amazon fa 16 miliardi di dollari di profitti in un anno e non è tassata di un solo dollaro, ci si rende contro che la destra è questa, che il capitalismo è marcio. E invece noi dobbiamo dare l’idea che chi ha di più deve pagare di più perché è l’unico modo per redistribuire la ricchezza e mantenere livelli decenti di welfare.

In conclusione, una considerazione sul reddito di cittadinanza.

Non tollero più che a sinistra ci sia qualcuno che dica agli elettori che se prendono il reddito vogliono andare in vacanza. Sono uomo del sud e so che in qui territori la crisi economica è stata come una guerra. Non credo che il reddito sia la risposta, perché solo il lavoro è la risposta giusta. Ma sono convinto che dobbiamo tenere in debito conto politico il fatto che il reddito di cittadinanza cambierà il panorama politico e sociale del Mezzogiorno e di larghi strati del paese. E il M5S attorno alla spesa pubblica cambierà la sua stessa natura, potrebbe trasformarsi in forza di sistema, proprio per effetto della distribuzione del reddito di cittadinanza. E io penso che dobbiamo valutare questa sfida politicamente e dare un’apertura di credito al provvedimento, anche in Parlamento.

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