Alfonso Gianni. La posta in gioco nelle elezioni europee e il bisogno di sinistra nel Parlamento europeo

Alfonso Gianni. La posta in gioco nelle elezioni europee e il bisogno di sinistra nel Parlamento europeo

Più si avvicina la data del 26 maggio,  quando da noi si voterà per il rinnovo del parlamento europeo, più i mass media dominanti fanno di tutto per rappresentare quella scadenza come uno scontro frontale fra europeisti ortodossi e sovranisti-nazionalisti. Impostata così la battaglia è già persa. Infatti non si può certamente dire che l’Unione europea abbia conquistato il cuore dei popoli con le sue scelte. Certamente non quello delle elettrici e degli elettori italiani. Difficile dare loro torto. Anche gli ultimi interventi a gamba tesa da parte della Commissione europea sulla legge di bilancio hanno favorito non solo un malumore diffuso e fondato, ma hanno anche aiutato il diffondersi di posizioni nazionaliste e sovraniste che si spingono fino ad accarezzare l’idea di un’Italexit. Al contempo l’indegno palleggiamento di responsabilità di fronte all’ingresso nei paesi della Ue di qualche decina di migranti ha permesso a Salvini di scaricare su altri quelle che sono sue specifiche responsabilità. Anche se queste non sono perseguibili per la prevedibile scelta del Movimento 5 stelle di correre in suo soccorso, salvandolo dal processo.

Ma le colpe dell’Unione europea risalgono molto indietro nel tempo. La scelta di costruire un’Europa prima per via economica, contando che poco per volta essa si potesse dare una struttura e un volto politico, si è rivelata completamente fallimentare. Non nel senso che la Ue non abbia una dimensione politica, come spesso si sente dire. Anzi ce l’ha. Solo che essa è basata su un sistema istituzionale a-democratico, dove l’unico organo elettivo, per giunta in modo proporzionale, ovvero il parlamento ha ben pochi poteri, essendo questi ultimi concentrati in organismi non elettivi o di tipo intergovernativo, come appunto la potente Commissione, il Consiglio, l’Ecofin. Per non parlare della cosiddetta Troika.

Mentre le decisioni economiche sono appannaggio della Bce. L’autonomia della Banca centrale, che in Italia abbiamo anticipato con il famoso “divorzio” fra il Tesoro e la Banca d’Italia nel 1981, ben lungi dal rappresentare una sorta di bilanciamento dei poteri, costituisce la materializzazione del primato dell’economia, finanziaria per giunta, nei confronti della politica. In questo assetto istituzionale hanno potuto fiorire le teorie e le scelte dell’austerità che hanno aggravato e prolungato la crisi economica, fino a peggiorare i Trattati di Maastricht, già scritti e nati sotto l’egida del neoliberismo imperante – inizio anni novanta – come “pensiero unico”. Il famigerato Fiscal compact, che prevede un rientro dal debito pubblico a tappe forzate e socialmente insostenibili, è solo il più famoso e recente tra questi ulteriori giri di vite dati alla costruzione europea. Nella quale hanno trovato spazio tutte quelle posizioni  che mirano a fare dell’Europa una fortezza chiusa ai processi migratori, a praticare scelte disumane che trascinano il nostro vecchio continente nella barbarie.

E’ stato proprio l’insieme di queste politiche che ha fornito il terreno ideale per la rinascita e la diffusione di posizioni razziste, xenofobe, nazionaliste, che si nascondono dietro la grande e indeterminata categoria del populismo. Certamente quest’ultimo meriterebbe un’analisi assai più precisa, poiché non è certamente la prima volta che si presenta nella storia del nostro continente e nel mondo. Anzi proprio la mancata disamina della sua natura è una delle ragioni che ha impedito di contrastarlo sul nascere ed ha favorito l’utilizzo che di esso hanno fatto e stanno facendo le classi dominanti con una sorta di populismo dall’alto: una contraddizione solo apparente, ma un fenomeno purtroppo reale, di cui il nostro attuale governo è una incarnazione, un caso di specie.

C’era chi l’aveva previsto, anche in tempi non recenti. A metà degli anni novanta Kenichi Ohmae, un teorico del management giapponese, prevedeva la fine degli Stati-Nazione, ma non per andare verso una dimensione sovrannazionale, quanto per ritornare alla logica delle piccole patrie, delle regioni che si autonomizzano e si connettono poi  tra loro in base alle opportunità delle loro economie. Processi di questo genere non mettono solo in discussione l’unione europea, ma anche la coesione degli stati nazionali, come si vede nel progetto leghista dell’autonomia regionale differenziata per quanto riguarda il nostro paese.

Se dunque il neoliberismo che ha trascinato l’Europa, e il mondo, in una crisi di proporzioni e durata che ha solo precedenti nel lontano 1929, costituisce il substrato sul quale prospera e prolifica ogni forma di nazionalismo, è evidente che non si può combattere l’uno senza contemporaneamente contrastare l’altro. E bisogna farlo all’interno della Ue, non facendosi schiacciare dalla presunta intangibilità dei Trattati, che invece vanno contrastati proprio nei punti ove esprimono la loro derivazione dai postulati del neoliberismo e a cui per via pratica va opposta una resistenza continua.

Andarsene dalla Ue e dalla moneta unica non risolverebbe i problemi di chi sta peggio. Sperare che il ritorno alle monete nazionali permetta di riequilibrare i rapporti in Europa, attraverso misure di svalutazione competitiva rappresenta un azzardo e un’illusione.  L’incremento immediato dell’inflazione e le manovre speculative della finanza internazionale che si svilupperebbero nei confronti di un paese che abbandona la Ue, verrebbero in primo luogo pagate dai ceti più deboli. Del resto abbiamo una storia alle spalle che qualcosa ci può insegnare. Diverse sono state le svalutazioni operate in Italia prima dell’ingresso nell’euro, ma non sono servite a invertire la rotta al declino economico  che aveva cause strutturali ben più profonde. L’ultima svalutazione venne fatta agli inizi degli anni novanta e contemporaneamente venne dato il colpo definitivo alla scala mobile e si avviò una politica di concertazione che ha tanta responsabilità nell’incremento delle diseguaglianze e nella condizione di basse retribuzioni in cui la popolazione lavorativa è stata ed è costretta da lungo tempo. Del resto la fuga dalla Ue rappresenta un problema anche per paesi che per molti aspetti erano e sono più forti del nostro: basta guardare alla Brexit e all’allargarsi di un ripensamento verso quella scelta, anche grazie alle nuove posizioni assunte da Corbyn.

La posta in gioco nelle prossime elezioni europee è quindi quella di fare emergere una posizione alternativa tanto al pensiero europeista dominante, quello delle attuali leadership, quello del rinnovato asse franco-tedesco, quanto ai nazionalismi sovranisti di ogni tipo. Non serve, anzi è nociva, una delirante difesa dei principi dell’Occidente contrapposti all’Oriente, come pure tocca leggere in alcuni proclami  – come quello di Carlo Calenda -, tantomeno un frontismo che alcuni vorrebbero costruire dalla Merkel fino a Tsipras, mettendo insieme gli oppressi con i loro oppressori.

Non si parte da zero. Una posizione alternativa è già presente nel quadro della Ue e nel parlamento europeo ed è rappresentata da quelle forze che si riconoscono nel Partito della sinistra europea e che si uniscono nel gruppo parlamentare del Gue-Ngl. Si tratta di rafforzarla ed estenderla, potendo anche mettere a frutto le esperienze, pur tra mille limiti, difficoltà e isolamenti che alcune di quelle forze hanno condotto nei rispettivi paesi in posizione di governo, come in Grecia e in Portogallo.

Non c’è dubbio che nel nostro paese la sinistra si trovi in una situazione particolarmente critica, per usare un eufemismo. Ma proprio per questo la scadenza delle elezioni europee non deve essere perduta. Sorpassare l’asticella del quorum, posta al 4%, non certo facile. Tuttavia cinque anni fa L’Altra Europa con Tsipras ci riuscì, anche se di poco, portando a Bruxelles tre deputati. E sarebbe grave non dare continuità a quella esperienza.

Anche perché in quel parlamento di una sinistra coerente c’è davvero bisogno. Gli ultimi sondaggi del 25 febbraio indicano non una crescita travolgente dei nazionalisti, ma certamente un loro potenziamento. Il che provocherà uno spostamento a destra degli assi politici. E c’è chi ipotizza, come un redivivo Berlusconi, un’alleanza fra le destre e il Partito popolare europeo, nel quale peraltro la destra è già rappresentata con personaggi come Orban, il premier fascistoide dell’Ungheria.

Unire forze, paradossalmente proprio perché piccole o disperse, come nel caso italiano, non è mai semplice. Gli sforzi fatti finora non hanno ancora ottenuto un risultato convincente, ma hanno aperto strade e chiarito posizioni. Non è stato tempo buttato via. Ora bisogna procedere senza indugi per la costruzione di una lista, capace non solo di unire formazioni già esistenti su un programma di alternativa declinato su scala europea, ma quelle tante esperienze di resistenza al declino politico e civile del nostro paese che sono rimaste vive, in modo di dare continuità e prospettiva anche al di là dell’appuntamento elettorale.

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