Alfonso Gianni. La necessità di un salario minimo orario

Alfonso Gianni. La necessità di un salario minimo orario

Riesce davvero difficile, pur mettendosi nella migliore disposizione d’animo, comprendere, prima ancora di porsi il problema se condividere, le posizioni dei sindacati confederali che si oppongono all’introduzione del salario minimo orario. Tanto più che le cifre che Istat e Inps forniscono sono spietate. Ma non si può certo dire che ci colgono di sorpresa, essendo la questione salariale cosa ormai antica nel nostro paese, così come il fenomeno dei working poors. Se prendiamo per buone le rilevazioni dell’istituto di statistica risulta che il 22% delle lavoratrici e dei lavoratori guadagna meno di nove euro lordi all’ora. Di questi quasi un terzo si trovano nel Sud e nelle isole, mentre una percentuale tutt’altro che trascurabile, il 19% svolge la propria attività nel Nord del paese. La cifra dei nove euro viene presa a riferimento semplicemente perché essa compare in due proposte di legge, quella del Pd e quella del M5Stelle, con la rilevante differenza che nel primo caso la cifra è calcolata al netto, nel secondo al lordo. Secondo l’Inps la percentuale che sta al di sotto dei nove euro sale per le donne (26% rispetto al 21% degli uomini), tra gli under 35 (38%), nel settore dell’artigianato (52%, rispetto al 10% dell’industria e al 34% del terziario). Un quadro simile non dovrebbe lasciare dubbi sulla necessità di un intervento che abbia valore universale e che si proponga di eliminare insufficienti retribuzioni, nonché insopportabili disparità giocate al ribasso.

Perché dunque Cgil Cisl e Uil non sono d’accordo? La lettura della memoria consegnata al Parlamento qualche giorno fa non aiuta affatto a comprenderlo. In essa si fa riferimento al “ruolo salariale” di spettanza dei Sindacati. Ma in primo luogo bisognerebbe chiedersi se esso è stato fin qui svolto pienamente. Non si vuole buttare la croce addosso al sindacato confederale. La responsabilità del padronato è prevalente in questo campo, avendo esso esercitato da anni una lotta di classe rovesciata. Ma è comunque difficile assolvere del tutto i sindacati, altrimenti non ci troveremmo nelle condizioni di lamentare un quadro così triste delle retribuzioni nel nostro paese che pone un limite in partenza a qualunque sviluppo della domanda interna.

In secondo luogo ha sempre meno senso ora, se mai lo ha pienamente avuto in passato, rivendicare un primato della contrattazione sulla legge. Anche perché le due cose non devono essere messe necessariamente in contrapposizione. E quando questo avviene vuole dire che siamo di fronte a uno smantellamento e a una desertificazione del diritto del lavoro,  esattamente come è avvenuto in questi anni. La lotta di classe condotta dai padroni si è infatti mossa su due piani, quello contrattuale e quello legislativo.

D’altro canto è proprio la nostra Costituzione a fare rientrare, con il primo comma dell’articolo 36, il principio di “una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità” del lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare un’esistenza libera e dignitosa nel campo dei diritti, alla stessa stregua di quelli non economici. Pertanto non è sostenibile che il raggiungimento di un’equa retribuzione debba dipendere solo dal libero fluire della contrattazione e dall’alternarsi dei rapporti di forza tra le classi. Un intervento legislativo che stabilisca un livello minimo al di sotto del quale né l’arbitrio padronale, ma neppure una contrattazione embedded, possa fare scendere il salario è perfettamente compatibile con il nostro impianto costituzionale.

Tanto più che la copertura contrattuale non è totale, malgrado gli oltre 700 contratti nazionali reperibili al Cnel, di cui 228 stipulati da Cgil, Cisl e Uil. Secondo questi ultimi le quote di lavoratori che risultano scoperti dalla contrattazione salariale nazionale assommano al 10-15% della popolazione lavorativa. Secondo altri si arriva al 20%. Di suo l’Inps rileva che “la capacità regolativa del contratto collettivo nazionale è stata fortemente indebolita”. Né i sindacati confederali dicono cose molto diverse quando denunciano la “eccessiva (!) diffusione del lavoro irregolare” e di forme di sottoccupazione, favorite dalla presenza di false cooperative o di false partite Iva “che la recente riforma fiscale flat tax porterà a diffondersi”.

In base a questi dati è evidente che un’equa retribuzione non può ottenersi solo estendendo la copertura dei contratti nazionali e tantomeno elevandone il numero, quando sarebbe necessario invece, proprio per aumentarne l’autorevolezza, ridurli all’essenziale favorendo la riunificazione nel mondo del lavoro. D’altro canto è stata proprio la Cgil a lanciare una riuscitissima raccolta di firme per una legge popolare per una nuova carta dei diritti. Né si può pensare che l’estensione erga omnes degli esiti della contrattazione possa dipendere dal grado di rappresentatività dei sindacati firmatari e non invece dal voto liberamente espresso di validazione del contratto da parte di tutti i lavoratori che ne sono coinvolti. Una nuova legge sulla rappresentanza sindacale è quindi sì necessaria, ma proprio a partire da questo fondamentale principio su cui può riprendere fiato un processo di ri-democratizzazione del sindacato.

Il già citato documento confederale afferma che “l’effettiva retribuzione oraria di un lavoratore coperto da Ccnl è ben superiore al semplice minimo tabellare”. L’argomentazione elude la domanda di cosa succede ai settori che non ne sono coperti. Ma, in ogni caso, nessuno esclude, anzi, che la determinazione della quantità della retribuzione oraria per legge possa avvenire attraverso una consultazione fondata sull’analisi dei contratti esistenti e lo stesso documento dice che “è possibile assumere i minimi tabellari dei Ccnl come salario minimo per legge”. Il che contraddice un’opposizione di principio all’intervento legislativo, seppure fondato su una precedente contrattazione e applicato ai singoli contratti nazionali, il cui pletorico numero però riduce la credibilità di una simile soluzione. Ciò che non va al sindacato confederale è dunque “stabilire un’unica misura universale di salario minimo orario legale”. Peccato che sia l’unica soluzione che permette di fare un importante passo in avanti verso un’unificazione di base delle condizioni di lavoro, sia a livello nazionale che europeo. Allo stesso tempo non toglierebbe spazio alla contrattazione nazionale e aziendale sulla retribuzione in senso migliorativo rispetto a quel minimo, orientandola allo stesso tempo in modo più incisivo sul complesso e sul controllo della prestazione lavorativa.

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