Alfiero Grandi. La Brexit non è un problema britannico ma dell’Europa

Alfiero Grandi. La Brexit non è un problema britannico ma dell’Europa

David Cameron era convinto di vincere il referendum se restare o uscire dall’Unione Europea e lo ha convocato con un tipico azzardo da giocatore. Cameron ha perso la scommessa e la Gran Bretagna e l’Europa sono entrati in una sorta di tunnel degli orrori. La Gran Bretagna non riesce a decidere come lasciare l’Unione Europea. Mentre l’Unione tratta l’uscita di un paese così importante come se il problema fosse arrivare ad un trattato conveniente, che non può che partire dalla presa d’atto dell’uscita della Gran Bretagna. Trump non nasconde le sue intenzioni che da tempo sono quelle di spingere la Gran Bretagna a lasciare l’Unione Europea e che ora vogliono spingere i vari paesi europei a trattati bilaterali con gli Usa. In sostanza è l’auspicio della fine dell’Unione europea che da sempre gode dell’antipatia del Presidente Usa. Anche il tentativo di bloccare la firma del protocollo con la Cina rientra in questa strategia che non contempla l’autonomia dei paesi europei.

L’uscita della Gran Bretagna dall’Unione è stata affrontata in modo colpevole dal gruppo dirigente conservatore guidato da Cameron che infatti ne è rimasto travolto. Tuttavia anche l’Unione e il gruppo dei paesi che ne fanno parte hanno affrontato il problema posto dal “leave” in modo del tutto inadeguato e anche ora che la confusione politica in Gran Bretagna è ai massimi continua una linea di comportamento che sta tra il burocratico e il lasciare cuocere la Gran Bretagna nel suo brodo. Di nuovo una linea di comportamento inadeguata che mette l’Unione in condizioni di subalternità alla Linea degli Usa, fino a sembrare inconsapevole delle insidie  che la minacciano ben oltre l’uscita della Gran Bretagna. Del resto se il recente documento franco-tedesco anziché chiedere un seggio all’Onu per l’Europa scivola nella richiesta di un seggio per la sola Germania (la Francia notoriamente ha già un seggio permanente nel consiglio di sucurezza) è chiaro che la visione europea dei problemi è quanto meno debole.

In realtà l’uscita della Gran Bretagna, vista con troppa faciloneria come ineluttabile, parla di un’Unione Europea meno attraente del passato, soggetta a linee di fuga e a tensioni interne che trovano nelle forze nazional-sovraniste il punto di attacco. La crisi dell’Unione Europea ha delle linee di faglia all’esterno e all’interno importanti e preoccupanti. Oltre all’evidente antipatia di Trump, l’Unione deve fare i conti anche con pressioni di altri importanti attori internazionali che vedono con fastidio un attore di stazza internazionale e sono incoraggiati nella loro iniziativa nella tendenziale regressione dell’idea e del peso economico dell’Unione. Quindici, dieci anni fa l’euro era la moneta in crescita di ruolo per gli scambi e valeva poco meno del 30%, ora è sceso al 20%, forse meno.

Qualcosa non va, la spinta propulsiva dell’Unione è rallentata, anzi è in regressione. La gestione di questa crisi latente è inadeguata, burocratica, incapace di individuare le questioni di fondo che vengono annegati in atteggiamenti burocratici, di piccolo cabotaggio.

Paradossalmente, la situazione attuale mette di nuovo nelle mani dei gruppi dirigenti europei una possibilità di riscatto della pochezza con cui è stato affrontato il dopo referendum. La Camera dei Comuni ha respinto un’uscita senza accordo, che sarebbe un disastro per la Gran Bretagna ma anche per l’Europa non sarebbe uno scherzo. Un serio problema economico ma anche un serio problema per il terrorismo che potrebbe riemergere proprio nell’Irlanda del Nord dove l’assenza di confine con il resto dell’Irlanda è stato un fattore importante di pacificazione.

Non basta chiedere un periodo più lungo per discutere l’uscita, questa non è una differenza di qualità. L’Unione dovrebbe chiedere con forza alla Gran Bretagna di restare, partendo dalla partecipazione alle elezioni, chiedendole eventualmente di adottare forme di consultazione e soprattutto di esprimere un gruppo dirigente che si assume la responsabilità della svolta necessaria per restare nell’Unione. Uno shock per tutti ma preferibile alle defatiganti trattative per normare i tanti aspetti dell’uscita della Gran Bretagna, un lavoro utile, impegnativo, indispensabile ma con il grave difetto di essere un Belletti su un dramma politico ed economico che colpirà anzitutto la Gran Bretagna ma renderà anche plasticamente agli occhi del mondo evidente che la prospettiva europea non solo non attrae più ma addirittura perde pezzi di pregio.

Questa conclusione drammatica è ancora evitabile, dopo ci sarà posto solo per lenire le ferite più o meno profonde. Uno scatto di orgoglio europeo e di idee sarebbe utile, altrimenti le prossime elezioni per il parlamento europeo saranno un’occasione mancata, come conferma un Presidente italiano del parlamento che dopo aver fatto affermazioni gravi è stato costretto a recuperare con dichiarazioni di fede antifascista che stanno tra il patetico e il ridicolo.

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