Tre domande a… Giorgio Benvenuto

Tre domande a… Giorgio Benvenuto

Lei è stato un protagonista della vita sindacale italiana, basti ricordare che ha guidato la Uil dal 1976 al 1992. In virtù del suo ruolo e della sua lunga esperienza come è mutato oggi il rapporto tra sindacato e società rispetto ai suoi tempi?

La mutazione è stata enorme perché enorme è la differenza tra la società del nostro recente passato e quella attuale. Trenta, quarant’anni fa non c’era la globalizzazione, esistevano i partiti di massa, il mondo del lavoro era composto prevalentemente da giovani, l’Italia era in crescita e si guardava al futuro con ottimismo. In quel contesto il sindacato era sulla cresta dell’onda, lottava per i diritti del lavoro e persino per quelli civili, e poi c’era un diffuso senso di solidarietà, c’era la convinzione che stare insieme – e non solo sindacalmente – avrebbe permesso nuove conquiste sociali, avrebbe favorito tutti, lavoratori, studenti, cittadini. Questo mondo è scomparso e di conseguenza il sindacato di oggi non è più quello di ieri. Intanto perché è stato messo abbastanza ai margini e poi perché oggi il paese è appesantito, ha paura del domani e i giovani sono precari, disoccupati, in non pochi casi migranti – magari con lo smartphone e non con la valigia legata come lo spago come accadeva un tempo e tuttavia restano migranti. Nell’attuale fase di globalizzazione prevale l’individualismo e tanti strumenti di partecipazione sono oggi fortemente contratti. Per quanto riguarda il mondo del lavoro penso alle assemblee, ai consigli di fabbrica, al volantinaggio, al giornale realizzato dai lavoratori tanto per fare degli esempi.

Per il sindacato esiste oggi la possibilità di uscire dalla marginalizzazione in cui si trova?

Sì, a patto che si rinnovi, che trovi il coraggio di osare e che esca dalla fase difensiva. In concreto ciò significa che il sindacato deve tornare a pensare, a progettare perché le disuguaglianze prodotte dalla globalizzazione sono davvero clamorose e dimostrano che la religione del mercato è stata un fallimento. La dignità delle persone, intese come cittadini e come lavoratori, è stata messa in discussione. Sembra di essere tornati indietro di parecchi decenni, quando gli operai erano considerati dei numeri. Oggi prevale una concezione statistica del lavoro, dell’occupazione, degli individui. Contro questa tendenza il sindacato non può che opporsi valorizzando i giovani, le donne, gli anziani. Cioè avere una concezione positiva e non rassegnata come spesso appare. Oltretutto a me sembra che il sindacato abbia dimenticato che il lavoratore è un cittadino. Per capirci, è possibile che in una città come Roma il sindacato non abbia nulla di dire in merito alle insufficienze di servizi essenziali come i trasporti e la sanità? Ovviamente il sindacato non deve trasformarsi in un partito politico, ma non può non essere presente nella società non può non avere una visione della società. Insomma, il sindacato non può esaurire la sua funzione nella firma dei contratti.

Il recente congresso della CGIL va nella direzione di un rilancio del sindacato?

Intanto c’è da dire che dopo parecchio tempo col congresso della CGIL il sindacato è tornato sulle prime pagine dei giornali. E già questo è segnale positivo. Spero che da quest’evento in poi ci sia un’iniezione di energia e ho visto che la manifestazione unitaria del prossimo 9 febbraio è stata spostata da Piazza del Popolo a Piazza San Giovanni in previsione dall’alto numero di partecipanti. Si tratta di un altro segnale positivo. D’altra parte, dinanzi a un paese che si frantuma c’è bisogno di un sindacato che ricrei coesione. Tenga conto che il sindacato ha già attraversato fasi di crisi profonda della società italiana uscendone vincente. Negli anni della contestazione – anni che oggi appaiono lontani ma sono storicamente vicini – le organizzazioni dei lavoratori ebbero il merito di non inseguire la protesta e la chiave vincente fu quella di trasformare la protesta in proposta. Aggiungo che per molto tempo l’unità sindacale non fu di facciata. Occorre tornare a proporre unitariamente per creare nuove forme di solidarietà al passo con una società altamente complessa e un mondo del lavoro sempre più differenziato.

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