Tre domande a… Giorgio Benvenuto

Tre domande a… Giorgio Benvenuto

Come interpreti il fenomeno del populismo?

Il populismo è frutto della globalizzazione e della rivoluzione comunicativa. Dunque non è un fenomeno semplice da analizzare e da comprendere. Semplificando si può dire che sul piano politico è il frutto di tanti pensieri distinti, tanti quanto sono i motivi per protestare. Tant’è che in questi primi mesi di governo i populisti di casa nostra sembrano inseguire ogni contestazione. Ma in questo modo si uccide il riformismo. Che invece è progetto, coinvolgimento, dialogo. In sostanza col riformismo si affrontano i problemi tramite una strategia, una tempistica e non semplicemente schiacciando un bottone. E’ questo il modo per governare una società complessa.

Dinanzi all’ascesa dei populisti i riformisti non hanno alcuna responsabilità?

Hanno delle responsabilità enormi. Il riformismo non è rinunce e austerità. Certo, se ci sono dei sacrifici da fare si fanno, ma in vista del loro superamento e tenendo conto anche di un’altra cosa: le riforme non le puoi fare tutte in una volta. Il che significa stabilire delle priorità. Dinanzi alla crisi economica e alla successiva stagnazione l’appello doveva essere quello di rimboccarsi le maniche, non di stringere la cinghia. D’altra parte la forza del populismo oggi è dire: cambiamo perché le cose non vanno. E’ uno slogan che funziona, mentre i riformisti non sono stati in grado di coniarne un altro di pari forza. Tanto più in un’Europa dove le disuguaglianza sociali sono aumentate e il disagio delle persone si fa insostenibile.

Le istituzioni europee hanno un mea culpa da fare rispetto al successo dei populismi?

Indubbiamente. Ma anche qui, vede, gran parte delle colpe sono nostre, di noi riformisti. Vorrei ricordare che gli europei hanno vissuto una stagione straordinaria dove l’Europa è stata sociale, basti pensare a Jacques Delors per fare un nome. Le cose sono cambiate col crollo del muro di Berlino. I popoli dell’Est hanno pensato che le stesse conquiste dell’Ovest sarebbe presto migrate verso di loro. Ma ciò non è avvenuto. Con le istituzioni europee ha prevalso il mercato, la finanza, i quali non si sono fatti sfuggire la ghiotta occasione. Lei consideri solo questo fatto: i sindacati dell’Europa orientale non hanno gli stessi diritti dei nostri. A solo titolo di esempio le ricordo che in Ungheria è passata una legge in virtù della quale quattrocento ore di straordinario saranno pagate nei tre anni successivi. E se si arriva a un simile paradosso è perché le élite si sono innamorate della globalizzazione neoliberista certe che il mercato avesse una sua capacità di autoregolazione. Così non è stato. Col risultato che i diritti sul lavoro non si sono espansi a est e qui da noi si stanno contraendo. Detto tutto questo, l’Europa va difesa, perché è l’unico strumento che abbiamo per competere nell’economia globalizzata: un paese come l’Italia non sarà mai in grado di rivaleggiare con i giganti asiatici ecco perché occorre stare uniti ed ecco perché il riformismo ha ancora un futuro.

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