Il fatto/1. Traffico illegale di organi. La criminalità organizzata sfrutta la disperazione di pazienti e migranti. Egitto, nuova macelleria dell’Occidente

Il fatto/1. Traffico illegale di organi. La criminalità organizzata sfrutta la disperazione di pazienti e migranti. Egitto, nuova macelleria dell’Occidente

La dichiarazione di Istanbul del 2008, giunta al termine del summit internazionale sul turismo del trapianto e sul traffico di organi, dà una definizione precisa del traffico di organi: “il reclutamento, il trasporto, la ricezione di persone viventi oppure di uno dei loro organi attraverso l’uso della forza, il rapimento, la coercizione economica, l’inganno, l’abuso di potere”. La tratta genera più di un miliardo e mezzo di dollari l’anno e si sviluppa attraverso una vera e propria filiera industriale. C’è chi cerca la “materia prima”, chi la gestisce, chi pubblicizza il prodotto, chi organizza gli espianti, chi li pratica e pratica i trapianti. Una vera e propria, anche se macabra, attività di impresa organizzata. Un mercato che non conosce crisi: più la medicina progredisce, più gli innesti sono sicuri, più c’è necessità di organi. Nel 2014, in tutto il mondo, gli innesti sono stati 118.127. 79.325 di rene, 25.050 di fegato, 6.270 di cuore, 4.834 di polmone, 2.474 di pancreas, 174 di intestino. Secondo una stima dell’Organizzazione Mondiale della Sanità questi rappresentano solo il 12% del fabbisogno globale di trapianti. Parliamo ovviamente di operazioni legali che seguono gli standard dell’OMS.

Le liste di attesa sono lunghe, la disperazione di chi attende un pezzo di corpo per poter sopravvivere alimenta il mercato nero, pompando denaro verso la criminalità organizzata, con o senza camice, che si arricchisce alle spalle dei due soggetti deboli della filiera: i pazienti e i donatori forzati.

Agli albori del fenomeno dei trapianti illegali. L’intervento del giovane Al Gore

I trapianti illegali entrano sotto la luce dei riflettori mediatici nel 1984 quando un giovane Al Gore, membro della sottocommissione salute e ambiente del comitato dell’energia e del commercio della camera dei rappresentanti, interroga Barry Jacobs, medico e direttore della banca di scambio internazionale del rene, struttura che, nonostante il nome pomposo, non ha nulla di ufficiale ma è una semplice azienda privata. Il colloquio tra i due ha del surreale. Al Gore chiede al medico se la sua organizzazione allestisse “viaggi organizzati in Sud America, in Africa e nei paesi del terzo mondo” e se effettuasse “pagamenti nei confronti di gente povera di quei lontani paesi per consentire loro di giungere negli Stati Uniti. Qui, subirebbero un intervento chirurgico per la rimozione di un rene da utilizzare nei trapianti nel nostro paese”. La risposta del Dott. Jacobs fu: “Sì, è una delle nostre proposte”. In pratica questa azienda individuava i donatori e li si portava negli Stati Uniti, dove un paziente facoltoso riceveva un rene a pagamento. Gli espiantati, una volta giunti negli USA, scomparivano tra le pieghe dell’immigrazione clandestina. Oltre al denaro il pagamento consisteva in un biglietto di ingresso nel paese. Si trattava di un mercato appetibile, ma piccolo rispetto a quello che si è aperto nel nuovo secolo, quando hanno iniziato a richiedere trapianti illegali anche tutti gli europei ed i russi: il reclutamento dei donatori è diventato globale e sistemico. E se un tempo si doveva andarli a cercare all’estero oggi sono gli stessi donatori ad arrivare alle porte dell’opulento Occidente, con le proprie gambe, senza neanche la necessità di provvedere al trasporto.

Le vittime preferite sono eritrei, sudanesi, somali, siriani, migranti sequestrati da trafficanti

Il nuovo eldorado della raccolta delle parti di ricambio umano sono i paesi di transito dei flussi migratori. In particolare quelli della costa meridionale del Mediterraneo. Le vittime preferite sono eritrei, sudanesi, somali, siriani. Status giuridico complesso, con uno Stato di origine che non si occupa più di tanto della loro sorte, niente reddito e zero speranze nel futuro. I donatori si dividono in due categorie: quelli che vengono costretti con la violenza e quelli che vengono convinti da un’offerta economica. Nel primo caso si tratta di migranti che vengono sequestrati dai trafficanti di esseri umani cui gli organi vengono tolti con la forza. In altri casi l’espianto è la conseguenza di un riscatto non pagato dalla famiglia di origine del malcapitato. Se non hai soldi, va benissimo un rene. L’operazione è, in genere, brutale. L’esperienza del Sinai, di cui i media si sono occupati a partire dal 2010, ci parla di sale operatorie allestite su camion, operazioni veloci e di espiantati lasciati a morire nel deserto. L’Egitto è il posto ideale per il traffico. Ha luoghi isolati, dove è possibile selezionare e stipare i migranti in attesa del macello, ha, in loco, le risorse umane specializzate, medici ed infermieri, in grado di espiantare gli organi e conservarli correttamente, nonché la disponibilità di strutture sanitarie private in grado di effettuare in brevissimo tempo i trapianti. Da non sottovalutare il fatto che l’Egitto ha forze di polizia molto “distratte” che, fuori dai centri abitati, cedono il controllo del territorio ai ras locali, in genere espressione delle tribù del deserto. Questo ci spiega anche la contraddizione esistente tra l’incidenza del reato, per cui è prevista addirittura la pena di morte, e l’esiguo numero di arresti. Nel secondo caso, quello dei donatori convinti da un’offerta economica, esiste un esercito di agguerriti acquisitori che batte i quartieri più periferici de Il Cairo: Maadi, Downtown Cairo, Dokki, Heliopolis. A loro si affiancano alcuni intermediari che curano i rapporti con le cliniche, mentre altri soggetti, di varia nazionalità, provvedono a reperire i facoltosi clienti stranieri.

Chi vende un organo a Il Cairo lo fa perché soverchiato dalla necessità o per far viaggiare attraverso il deserto un familiare. Una volta effettuata l’operazione, appena possono camminare, gli espiantati vengono pagati e cacciati via dalle cliniche, senza che nessuno si curi del decorso post operatorio. In alcuni casi le “cliniche” sono solo camere di albergo. In molti muoiono per banali infezioni.

Donatori “ economici” persone senza nome,  nessuno che ne denunci si coloiscono la scomparsa

I donatori “economici” sono principalmente clandestini, persone senza nome e senza nessuno che sia in grado di rivendicarne la scomparsa. E a Il Cairo sono tanti. Se è vero che l’Egitto collabora con l’Unione europea, ricevendone anche le lodi, nel contenere le partenze dei migranti, è altrettanto vero che più tempo questi passano sulle coste egiziane più scompariranno dai radar ufficiali, andando ad ingrossare le fila dei senza tetto dei sobborghi della capitale. Maggiore è il numero dei migranti trattenuti, maggiore sarà il numero dei disperati e maggiore quello dei donatori di organi a pagamento.

I prezzi per i clienti finali variano dai 20.000 ai 100.000 dollari. In genere i pagamenti sono frazionati in piccole somme, sotto i diecimila dollari, per non destare sospetti. Avvengono attraverso i servizi di money transfer, difficili da tracciare, e passano attraverso molte lavanderie di denaro prima di arrivare a destinazione. Uno studio di Campbell Fraser, ricercatore della Griffith university di Brisbane, in Australia, ipotizza, in Egitto, una decina di trapianti la settimana per circa un milione di dollari di profitto. Su scala annuale si tratta di più di quarantaquattro milioni di euro l’anno per ogni clinica. Un mare di denaro le cui tracce si perdono per l’abilità dei criminali nel gestire le transazioni.In Italia, dal 2016, chi traffica in organi o organizzi i viaggi sia delle vittime che dei pazienti in attesa di trapianto non la passerà più liscia. Con la legge 236/2016 si colpiscono sia gli intermediari che personale medico. Le pene sono pesanti: dai tre ai sette anni di reclusione e, in presenza dell’associazione a delinquere, con la galera da cinque a quindici anni.

Usa  e Russia, fra i paesi non firmatari della Convenzione contro i trapianti illegali

Gli attuali sforzi internazionali non bastano, anche se hanno il merito di aver inquadrato correttamente la questione. A cominciare dal “Protocollo per prevenire, sopprimere e punire i trafficanti di esseri umani, in particolare di donne e bambini”, carta addizionale alla convenzione delle Nazioni Unite sul crimine organizzato di Palermo del 2000. Passando per  Protocollo addizionale alla Convenzione di Oviedo sul trapianto di organi e tessuti di origine umana firmato a Strasburgo il 24 gennaio 2002, che tutela la dignità e l’integrità della persona umana, i diritti e libertà fondamentali, alla luce dei progressi scientifici e medici. Esso contiene principi generali e disposizioni specifiche relative al trapianto di organi e di tessuti umani a scopi terapeutici. Tra i principi generali vi sono l’equo accesso per i pazienti ai servizi di trapianto, norme trasparenti per l’attribuzione degli organi, standard sanitari e di sicurezza, e, soprattutto, il divieto per i donatori di agire a scopo di lucro.

C’è da segnalare che il protocollo addizionale alla convenzione di Oviedo, che è il cuore pulsante delle normative contro i trapianti illegali, non è stato ratificato da Austria, Germania, Belgio, Malta, Regno Unito, Russia, Stati Uniti.

Inutile dire che la lotta ad un fenomeno globale, dev’essere anch’essa globale. Senza i due paesi più importanti ed influenti del mondo un’azione definitiva per reprimere il traffico di organi è destinata ad arenarsi. E non è un caso che dalla Russia e dagli Stati Uniti provengano la gran parte dei pazienti che ricevono un organo illegalmente.

Il  Vaticano non firma il Protocollo. Si muove in proprio. Summit internazionale sotto gli auspici di Papa Bergoglio

A sorpresa il protocollo non è stato firmato nemmeno dalla Santa Sede, che ha preferito giocare la partita in proprio. Il 7 e 8 febbraio di quest’anno, infatti, si è svolto, sotto i diretti auspici di Papa Bergoglio, un summit internazionale per riflettere sul traffico di organi e sul cosiddetto “turismo dei trapianti”. La domanda è semplice: che senso ha “riflettere” se non si aderisce alle azioni internazionali a reale contrasto della tratta dei pezzi di ricambio del corpo umano? Va da sé che l’azione del Vaticano, che non è nuovo a eventi teorici e dottrinali sulla materia, né a condanne generiche e teoriche, ma che non aderisce mai ad azioni comuni, ha solo uno scopo propagandistico e di certo non fattuale. Questo atteggiamento non giova al contrasto reale di questa inaudita violenza.

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