Tra liberismo e riformismo persiste la crisi del capitalismo

Tra liberismo e riformismo persiste la crisi del capitalismo

Il voto del 4 marzo 2018 ha prodotto una situazione incerta e instabile nella quale sono presenti rischi di ulteriori involuzioni e di pesanti interventi dei mercati finanziari e della tecnoburocrazia europea: Ma anche possibilità inedite per un nuovo inizio volto a cambiare lo stato delle cose, se finalmente si fa piazza pulita di vecchie culture e di vecchie pratiche della politica. Più ancora che in Europa e nel mondo, in Italia è stato assunto come una verità accertata e comunemente condivisa a destra e a sinistra, da liberisti, riformisti e non solo, il dogma secondo cui il capitalismo non ha alternative. Lo puoi chiamare in tanti modi, ma questa è la società in cui vivi e non la puoi cambiare.

È salito in cattedra un oscurantismo sanzionatorio, una sorta di santa inquisizione, che mette all’indice chiunque pensi altri mondi possibili, non sia mai il superamento dell’ordinamento del capitale verso una società superiore. Esiste solo quel che c’è, e quel che c’è non ha alternative. Puoi solo gestire, gestire e amministrare l’esistente. Avete capito bene. Si è fermato il mondo. Si è fermato il pensiero, si è fermata la storia. Una condizione impossibile e neanche pensabile, perché le contraddizioni del sistema si fanno sempre più esplosive e insostenibili, e non possono essere più imprigionate nelle ferree e immutabili categorie del pensiero dominante, e neanche in subculture cosiddette antisistema.

Abbandonato il principio di trasformabilità dell’ordine esistente e stabilito che il capitalismo non ha alternative, ne è seguita, in Italia come altrove, la cancellazione della società divisa in classi. Si è pervenuti così, di fronte alla conclamata perennità del capitalismo, alla soppressione concettuale del lavoro salariato e dipendente, vale adire alla negazione della condizione insopprimibile che tiene in vita il capitale, insieme alle persone in carne e ossa. Un madornale testa-coda del pensiero cui però gli apologeti non rinunciano dipingendo una società immaginaria di individui privi di qualità sociale. Nella quale per conseguenza si agitano i buoni e i cattivi, i fortunati e gli sfortunati, i poveri e i ricchi che, se sono buoni, assistono con compassione i poveri. Come è stato sempre nel passato e come sarà sempre nel futuro finché morte non sopravvenga.

Una società astorica senza inizio e senza fine, lontana dalla Costituzione

Vivremmo in una società astorica senza inizio e senza fine di cui ci sfugge il senso, e restano ignote la natura dei rapporti di produzione e la complessità dei rapporti sociali. Una visione che fa a pugni con la realtà, molto lontana dalla cultura della Costituzione, a testimonianza di un arretramento di portata storica giacché la Carta del 1948 è fondata sul riconoscimento della dualità lavoro-capitale e pone vincoli al capitale per affermare i diritti del lavoro. Dove è chiaro che il conflitto di classe espresso sul terreno democratico è il presupposto di un effettivo pluralismo politico e dell’avanzamento della libertà e dell’uguaglianza sostanziale.

D’altra parte, le continue rivoluzionarie conquiste della scienza e della tecnica consentirebbero conquiste altrettanto rivoluzionarie sulla via dell’uguaglianza e della libertà per tutti gli esseri umani, se la società non fosse incatenata da vecchie e assurde forme di proprietà e di appropriazione di ogni bene e di ogni attività, compresa la politica. Il capitalismo ha perso la sua funzione progressiva e ha fatto il suo tempo. Quanto mai stringente è diventata l’esigenza del suo superamento verso una civiltà superiore che possiamo denominare nuovo socialismo. Le condizioni materiali per un passaggio di fase storica sono maturate nelle viscere del vecchio mondo, quelle soggettive sono però tutte da costruire.

Come mettere al servizio della liberazione delle classi subalterne e dell’intera comunità sociale la rivoluzione digitale e le tecnologie della comunicazione che hanno già cambiato il lavoro e la vita? Come configurare una civiltà più avanzata, e come lottare per un nuovo socialismo? E’ il problema dell’oggi e del domani, non di secoli di là da venire. Ma per questo serve una cultura critica della realtà in grado di mettere a nudo la natura del capitale come rapporto sociale, in continua mutazione senza mai abbandonare lo sfruttamento combinato della forza-lavoro umana e dell’ambiente naturale. Sono indispensabili pensieri lunghi sul futuro dell’umanità che muovano dalla conoscenza della struttura sociale del presente e del mondo che ci circonda nella sua reale configurazione.

Vecchi motivi su tamburi scordati del liberalismo e del riformismo

Le élite e i partiti maggioritari continuano a suonare vecchi motivi sui tamburi scordati del liberalismo e del riformismo che ci hanno condotto nel precipizio della crisi. Incapaci di uscire dal perimetro tracciato dal capitale, liberali e riformisti tentano invano di andare avanti con la faccia rivolta all’indietro e il pensiero incollato al passato. I primi ripropongono al massimo «il capitalismo con correzioni sociali», assumendo da liberi pensatori che il sistema del capitale sia definitivo e insuperabile. Mentre i riformisti, nella loro ansia nuovista, scambiando il riformismo con il liberismo si sono posti l’obiettivo più alto di «salvare il capitalismo». Una specie di pronto intervento per ogni evenienza che in verità non è mai mancato.

Se, come ha osservato qualcuno proveniente dalle sue stesse file, il riformismo è diventata una malattia senile del socialismo, una parola malata con la quale sono state portate a compimento le peggiori controriforme di questa fase storica, e la sinistra riformista è entrata in una crisi di fondo difficilmente reversibile, d’altra parte non si può dire che in condizioni migliori si trovi la sinistra-sinistra denominata radicale, addirittura scomparsa dal sistema politico. Nonostante l’impegno generoso di numerosi militanti, donne e uomini, e sebbene in alcuni momenti abbia rappresentato un argine per contenere l’offensiva delle destre, il partito che si propone di rifondare il comunismo non è riuscito ad essere un punto di riferimento per la classe lavoratrice, per le masse degli esclusi e degli oppressi. In un contesto oggettivamente molto difficile, ha pesato dal momento della sua costituzione su una linea difensivista l’assenza di un programma e di una visione strategica per l’Italia e per l’Europa, cui ha fatto seguito nelle fasi successive un assemblaggio confuso di culture diverse che non ha trovato sintesi politica e basi teoriche adeguate.

Contributo originale del comunismo italiano, da Gramsci a Togliatti fino a Longo e Berlinguer

Al di là di numerose fratture e divisioni, che hanno generato minuscole formazioni e raggruppamenti che si richiamano al comunismo, sono rimaste irrisolte nel partito della Rifondazione comunista questioni decisive come quella della strategia e della tattica, del rapporto tra partito e movimenti, tra il sociale e il politico. Della stessa configurazione del partito, piegato per troppo tempo su forme di personalismo leaderistico piuttosto che sull’impianto di una organizzazione moderna, di una partecipazione diffusa e di una comunicazione efficace, di un insediamento stabile nei luoghi del lavoro e del sapere. Nell’insieme sono venute a mancare una cultura e una strategia rivoluzionarie adatte alla trasformazione socialista nell’Occidente avanzato. Di fatto ignorando il contributo originale, teorico e politico, del comunismo italiano che da Gramsci e Togliatti arriva fino a Longo e Berlinguer.

Occorre con oggettività prendere atto, senza rimpianti per il bel tempo che fu ma anche senza irrazionalismi distruttivi e inconcludenti, che un intero ciclo storico della sinistra nelle sue diverse declinazioni si è definitivamente concluso. Non solo il ciclo del movimento operaio novecentesco nelle due varianti del «socialismo realizzato» a Oriente e della socialdemocrazia a Occidente: dalle quali si è distaccato per originalità di pensiero e di pratica politica il Pci. In Italia, nonostante questa peculiarità che la distingueva dalle esperienze storiche dell’Est e dell’Ovest, si è concluso anche il ciclo delle sinistre del Duemila nate dopo il crollo del muro di Berlino, che ha sancito con la globalizzazione la vittoria totale del capitale sul lavoro.

Una crisi organica che mette in discussione la vita stessa del pianeta

La sinistra cosiddetta riformista ha compiuto un salto mortale trasformandosi in una variante della destra al servizio del capitale, mentre quella cosiddetta radicale non è riuscita ad esprimersi come alternativa del lavoro. Ma la vittoria totalitaria del capitale, invece di far avanzare il mondo e l’Italia in un’era radiosa di pace, di benessere e di sicurezza, come era stato gaudiosamente annunciato da tutte le trombe del regime, ci ha fatto precipitare in una crisi organica che mette in discussione la vita stessa nel pianeta. Con i piedi ben saldi in terra, il tema su cui concentrarci in queste condizioni riguarda la necessità di mettere in campo un movimento reale che abolisca lo stato di cose presente, come insegnava il rivoluzionario di Treviri. Ciò significa ripensare il socialismo, rinnovarlo in tutti i campi, liberarlo dalle deformazioni e dagli opportunismi del passato e del presente

Da  Paolo Ciofi.”La rivoluzione del nostro tempo. Manifesto per un nuovo socialismo”, Editori Riuniti 2018. 

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