Sergio Gentili. Rivoluzione ecosocialista. Proposte che aiutino miliardi di persone ad uscire dalla povertà (parte seconda)

Sergio Gentili. Rivoluzione ecosocialista. Proposte che aiutino miliardi di persone ad uscire dalla povertà (parte seconda)

La transizione rappresenta la sfida storica e immediata per le forze popolari e del lavoro occidentali. Non c’è possibilità di tornare indietro, sono davanti ad un bivio, a due ipotesi alternative: la prima, conservatrice, che volendo continuare nelle logiche liberiste attuali, rilancia con più aggressività gli interessi economici dei grandi monopoli industriali e finanziari nazionali con politiche neo protezionistiche di sottomissione del lavoro, della tecnologia e della piccola e media impresa, e accentua l’aggressione ai diritti civili, all’ambiente, ai beni comuni e culturali; la seconda, progressista, propone che la dignità delle persone, inscindibile dagli interessi collettivi del lavoro e dell’ambiente, sia il baricentro di nuove società e di una interdipendenza internazionale pacifica e solidaristica. Questa seconda ipotesi per affermarsi deve battersi apertamente per concrete proposte che privilegino l’uomo e la natura, il futuro e le nuove generazioni; proposte che creino lavoro e ricchezza, liberazione dallo sfruttamento e nuova qualità dell’impresa; proposte che aiutino miliardi di persone ad uscire dalla povertà. Una terza via non è data. Si è già visto nella storia recente, che non è stato possibile con le ricette liberiste, più o meno morbide, rimodellare la globalizzazione, realizzare maggiore e buona occupazione, attenuare i tagli al welfare, garantire la pace e realizzare la tutela della biosfera. Viceversa, si è aperta la strada alle forze peggiori del nazionalismo e dell’egoismo sociale e razzista.

La transizione richiede l’impegno di culture democratiche

La transizione non è compito di un sola classe e di pochi illuminati, ma richiede l’impegno di un’insieme di gruppi sociali, di strutture economiche e di culture democratiche interessate allo sviluppo della democrazia e al consolidamento della sicurezza mondiale, della tutela della natura e del miglioramento delle condizioni sociali e civili. La transizione si configura come un processo di trasformazione democratica dei rapporti sociali di produzione che libera risorse umane, sociali e culturali attualmente compresse. Affrontare la transizione, quindi, significa dare ampio spazio alle risorse produttive e intellettuali che attualmente sono mortificate e che, viceversa, rappresentano soggetti maturi in grado di guidare un nuovo corso economico, sociale ed ecologico, per modificare strutture produttive e modelli di consumo, per innovare prodotti, macchinari, città, trasporti e merci, per realizzare nuove forme di organizzazione delle imprese. Meno che mai, la transizione deve essere affidata esclusivamente ad azioni dall’alto, a Stati accentratori che limitano le libertà e la dignità delle persone.

Il valore del protagonismo delle forze sociali e del lavoro

La carta vincente sarà il protagonismo convinto di gran parte delle forze sociali, e in particolare del lavoro, della ricerca e dell’impresa innovatrice. Queste forze possono realizzare il cambiamento attraverso un moderno e rinnovato intervento dello Stato, in grado di regolare e indirizzare, anche a livello sovranazionale, il sistema finanziario mettendolo al servizio dell’interesse collettivo, dell’economia reale, di strutture produttive e di servizi a carattere sociale e cooperativo. Lo “Stato” più idoneo a svolgere questi compiti è quello a sistema politico democratico, fortemente partecipato con partiti, corpi intermedi e sindacati, ed è connotato da istituzioni trasparenti e decentrate, che avvicinano i cittadini al potere decisionale. Pertanto, gli strumenti della partecipazione democratica sono un aspetto essenziale della transizione nell’Occidente capitalistico. La collocazione nella transizione di ogni persona, cultura politica e gruppo sociale, di ogni autorità morale e religiosa, è decisiva. In particolare, le forze di orientamento socialista ed ecologista si trovano davanti a due semplici domande: è pensabile un cambiamento di tale portata sulla base della divulgazione di “utopistiche” idee ecologiste o di speranzosi suggerimenti di green economy? È possibile una trasformazione sociale senza un’idea di società ecologista? La risposta a entrambe le domande è no. Se partiamo da un no tutto appare più chiaro (almeno a chi scrive) e si possono liberare forze e superare vecchi steccati, quelli che ancora gravano negativamente su queste due culture politiche. Entrambe vivono nell’evanescente mondo di un fatalistico buon senso che “presuppone”: si presuppone che una società democratica e libera, fondata sulla solidarietà e l’uguaglianza sia anche ecologicamente sostenibile e che una società ecologista sia anche democratica e ugualitaria. Non è così.

Uguaglianza sociale e tutela della natura due concetti inscindibili

Serve dotarsi di una sintesi più alta in cui uguaglianza sociale e tutela della natura siano due concetti inscindibili. Ma fa fatica ad emergere. Il terreno ideale e politico su cui si misurerà la capacità di fondere e innovare culture e politiche diverse, non può che essere la costruzione dell’alternativa al neoliberismo. La cultura ecologista non ha più lo spazio per sopravvivere in una nicchia di suggeritori e/o di pregevoli utopismi di modelli individuali di decrescita, di economie verdi senza porsi il problema del “come fare”, cioè delle forze necessarie per affermarle: è terminata da tempo la fase della terzietà e della separazione con le forze popolari e del lavoro. Analogamente, le culture fondate sulle idealità socialiste non possono più ritenersi tali se pensano di gestire il neoliberismo e se non compiono un’innovazione culturale irreversibile acquisendo l’antropocentrismo responsabile, prospettando un’idea alternativa di società ed elaborando politiche economiche, sociali e ambientali conseguenti in grado di modificare i rapporti sociali di produzione. Sono lontani gli anni ’70 e ’80, quando la divisione poggiava, da una parte, sulla convinzione delle forze socialiste e comuniste che la priorità spettasse esclusivamente alle questioni sociali e che poi, magicamente, si sarebbe risolta la contraddizione ecologica mentre, dall’altra parte, le forze ecologiste pensavano che il mondo del lavoro, con i suoi sindacati e partiti politici, erano complici dei proprietari e manager delle grandi multinazionali che decidevano sulla qualità delle produzioni e che coscientemente occultavano i rischi e i danni alla salute per i lavoratori e per l’ambiente. La divisione del passato si è trasformata in indifferenza reciproca, in un quieto vivere di facciata. Fatica a maturare un’idea comune di società che saldi la tutela della natura con l’affermazione della dignità, dell’uguaglianza, della solidarietà e della libertà delle persone. Non si tratta di idealizzare modelli sociali astratti, ma di costruire il nuovo guardando senza schemi ideologici la realtà, i bisogni delle persone e delle forze sociali reali, aiutandosi con le esperienze che arrivano dalle molteplici e numerosissime esperienze di base, dalla tecnologia e dai conflitti socio-ecologici. È concreta, non ideologica, la necessità di riformare interi apparati produttivi, di attivare nuovi rapporti e diritti sociali, di mobilitare il sistema della ricerca tecnico scientifica, di creare lavoro, di modificare comportamenti individuali. Serve la piena consapevolezza che l’intervento soggettivo immediato non avrà incidenza e consenso se non sarà al contempo denuncia e soluzione dei problemi di vita e di senso delle persone. L’indeterminatezza e la debolezza nell’indicare come approdo della transizione nuove società democratiche, di uguali e liberi, fondate su nuovi rapporti sociali e un antropocentrismo consapevole e non dispotico, è una delle cause della debolezza che hanno le forze di sinistra e quelle ecologiste e che gli impedisce di essere protagoniste della transizione.

Le cose fin qui analizzate dicono che è matura la necessità del passaggio ad una fase più avanzata della vita dell’umanità e del suo rapporto con se stessa e la natura. Abbiamo raccolto e raccontato parte del pensiero critico e delle vicende che hanno fatto maturare la consapevolezza dei limiti di fondo del neoliberismo e delle economie industrialiste centralizzate. La consapevolezza critica è cresciuta anche nell’intellighenzia liberista. Sono diversi lustri che il conflitto politico e sociale ruota intorno alla capacità di mettere in soffitta la cosiddetta rivoluzione liberista. Ma si registra una sorta di impasse. Nel 2016, lo scossone più significativo dopo la crisi finanziaria mondiale, è arrivato dalla crescita, in Europa e negli Usa, di nazionalismi populistici e razzistici, che hanno trovato larga base di consenso nei disagi e nelle proteste delle classi medie e del lavoro. Tra le classi dominanti che hanno guidato la globalizzazione liberista si è aperto un duro scontro politico e sociale: da una parte, i neoprotezionisti e dall’altra parte, i liberisti. Le forze popolari e del lavoro rischiano di essere risucchiate in questo buco nero, rischiano la subalternità, mentre dovrebbero rappresentare una diversa alternativa. La vera e strategica competizione politica e sociale non è tra il capitalismo liberista e quello protezionista in quanto entrambi hanno in comune il tratto oligarchico che comprime lo Stato, le forze progressive del lavoro e dell’impresa e mette in pericolo la biosfera, mentre la vera alternativa è rappresentata dall’avanzare di società democratiche, del lavoro ed ecologiste. L’alternativa è tra Stati passivi a partecipazione controllata e Stati democratici interventisti, guidati da una pluralità di forze, dal lavoro all’impresa responsabile, con una democrazia a forte partecipazione popolare. (Continua)

Da Rivoluzione ecosocialista, Editori Riuniti, 2018

Share